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​Una storia attualissima

Perché un libro su una delle tante figure di profeti, più o meno conosciuti, che popolano la Bibbia? E perché pubblicarlo ora, in questo 2018 travagliato come, se non più, degli anni precedenti che hanno visto il nascere dell’Is e le lotte per l’affermazione di un nuovo califfato? E ancora, perché collegare la figura di Giona ad Aquileia, la grande città romana fondata nel 181 avanti Cristo e successivamente divenuta base per l’espansione dell’impero verso est e verso i Balcani? Le risposte ci sono tutte e sono molto semplici.

La grandiosa basilica, centro spirituale della Chiesa aquileiese e del patriarcato che per secoli costituì una delle più estese diocesi al mondo, comprendendo territori che andavano dal lago di Como all’Ungheria, contiene una delle più grandi e stupefacenti superfici mosaicate dell’occidente romano, ricca di simboli, di elementi ornamentali, di animali, di pesci e di storie.
L’artista del IV secolo ha rappresentato con diligenza e grande capacità narrativa l’intera vicenda del profeta, dopo che questi si era allontanato da Ninive disobbedendo così al Signore suo Dio che gli aveva invece ordinato di recarvisi per convertire i Niniviti: lo vediamo gettato in mare dai marinai della barca da pesca sulla quale era salito, nella speranza di salvare se stessi dalla tempesta evocata da Dio, scontento per non essere stato obbedito, e inghiottito da un mostro marino; lo vediamo rigettato dallo stesso mostro marino perché la punizione inflitta era stata sufficiente. E infine vediamo Giona che, molto sollevato, si riposa sotto una pianta che gli dà ombra e lo nutre.
Il grande e magnifico mosaico è stato ovviamente fotografato un numero infinito di volte e lo si può trovare rappresentato in tutte le opere che descrivono Aquileia, ma nel 1974, un grande fotografo friulano, il maestro Elio Ciol, fece qualcosa di eccezionale e irripetibile. Appesosi alle capriate altissime della basilica, fotografò dall’alto, in verticale perfetta, i mosaici da poco puliti e restaurati. Perché pubblicarle oggi?
Per un motivo anch’esso semplice: la Fondazione Aquileia ha due anni e mezzo fa iniziato una serie di mostre che vogliono portare al Museo archeologico nazionale di Aquileia opere d’arte e reperti provenienti da siti e da musei devastati dal terrorismo fondamentalista che così duramente ha colpito tanta parte del patrimonio culturale e artistico del Vicino e del Medio oriente e dell’Africa settentrionale. Le mostre che hanno raccolto opere provenienti dal museo del Bardo pochi mesi dopo i tragici fatti del 2015, eccezionali reperti achemenidi provenienti da Persepoli e da Teheran e commoventi memorie da Palmira ci hanno aiutato a lanciare dei messaggi di vicinanza nei confronti dei paesi colpiti e ad avviare riflessioni che hanno avuto una buona, ottima eco nel mondo accademico e nei media italiani, europei ed extraeuropei. Abbiamo dato un nome al progetto: Archeologia Ferita. E desideriamo che il progetto cresca e contribuisca a una presa di coscienza sulla gravità dei danni causati al patrimonio dei paesi colpiti, ma anche alla nostra identità di mediterranei e di europei.
Qual è il nesso, inevitabilmente ci si chiede? Il nesso è forte e chiaro: il primo grande edificio di culto distrutto dall’Is a Mossul è la moschea di Giona (Yunus in arabo) e la tomba di Giona, nel luglio del 2014. Ed ecco che il mosaico aquileiese diviene immediatamente e potentemente evocativo, diviene, oltre che bello, attualissimo e appassionante.
Giona (Yunus) è ben presente nella Bibbia nei libri dei Re, nei vangeli di Luca e Matteo e in quattro sure del Corano. Probabilmente è una delle prime figure che, ancor bambini, hanno identificato nei libri sacri, per la suggestione della storia, per il mostro marino o la balena, per il lieto fine.
Il distruggere la moschea e la tomba di Giona acquista dunque un significato chiarissimo, inequivocabile che fa capire anche a chi non è troppo esperto di storia del Vicino oriente e dell’Africa settentrionale qual è il vero e diretto obbiettivo del terrorismo fondamentalista: distruggere i punti di unione che esistono, molto forti, tra le genti che abitano intorno al Mediterraneo, eliminare il ricordo di culture ed esperienze condivise, negare la possibilità stessa di una convivenza che invece è possibile, c’è stata per millenni e ha dato frutti che hanno portato progresso e pace a livello globale, ci può e ci deve essere ancora.

di Antonio Zanardi Landi

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19 luglio 2018

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