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Una simpatia antica

Il rapporto di Paolo VI con la stampa è stato indubbiamente singolare, soprattutto se confrontato con quanti lo hanno preceduto e gli sono succeduti sulla cattedra di Pietro. Il mondo del giornalismo, in particolare, gli era famigliare, avendolo frequentato e praticato sin da ragazzo: «Figlio di un giornalista, come amava ricordare (il padre era stato per lunghi anni direttore del quotidiano cattolico bresciano “Il Cittadino”) egli stesso, appena maggiorenne, aveva partecipato alla fondazione di un quindicinale, “La Fionda”, che seppur ideato e stampato a Brescia e pensato per i giovani studenti cattolici del Nord Italia, fu letto e diffuso nei circoli della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) del resto del paese» (Eliana Versace). 

Una delle pagine autografe del discorso

Nei lunghi e non facili anni del suo servizio alla Santa Sede in compiti sempre più impegnativi, Giovanni Battista Montini ebbe un rapporto speciale con «L’Osservatore Romano», rievocato in un intervento molto interessante anche per l’aspetto autobiografico pubblicato nel supplemento al n. 150 (1° luglio 1961), un numero speciale allestito per il centenario di fondazione del quotidiano della Santa Sede che si apriva con un autografo del Papa Giovanni XXIII. «Un giornale, ognuno lo sa, è sempre difficile a farsi; difficilissimo l’Osservatore Romano…», esordisce, proseguendo con l’elencazione delle difficoltà a cominciare dalla sproporzione tra la vastità dei suoi compiti e l’esiguità dei mezzi disponibili dal giornale all’epoca della sua presenza in Vaticano. C’è la memoria degli anni difficili e duri della guerra «quando la stampa italiana era imbavagliata da una spietata censura e imbevuta di materiale artefatto» e l’Osservatore apparve per «quello che in sostanza, è sempre: un faro orientatore». Non mancano osservazioni puntuali sull’arte del giornalista, come egli la chiama e che così spiega: «qui il giornalista è interprete, è maestro, è guida, è talvolta poeta e profeta. Arte difficile. Sublime, sì; ma difficile. Provare per credere. Ogni vero giornalista la conosce…».
Al mondo della stampa e al giornalismo Montini continuò a prestare attenzione anche da arcivescovo di Milano, con iniziative dettate da ansia pastorale, ma pure «seguendo una sua disposizione d’animo (è figlio di un giornalista)…» (Pasquale Macchi). Ecco che nel 1960 fondò la rivista «Diocesi di Milano» con lo scopo di illustrarne la complessa realtà anche culturale e anche per registrare gli avvenimenti principali della vita diocesana.
Congratulandosi dopo un anno per i primi passi compiuti, Montini precisava le finalità della rivista con questi termini: «rispecchiare il quadro della nostra vita vissuta: la osservazione precisa, documentata e illustrata, piacevole e istruttiva, sempre con lo scopo immediato di dare facile, quasi intuitiva, narrativa e divertente visione dei fatti, per avviare gli animi di chi scrive e di chi legge alla visione degli atti, cioè dei principii motori e del valore interiore di questa nostra vita ecclesiastica, che allora ha il suo vero senso, quando cerca il regno recondito della nostra religione, e quando debitamente lo traduce in espressioni che le danno onorevole testimonianza».
La prospettiva di una forma moderna di evangelizzazione è ancora più evidente con l’avvio, nel gennaio 1961, del mensile della Chiesa ambrosiana «Il Segno» quale strumento di informazione, analisi e interpretazione dell’attualità alla luce del messaggio cristiano. Il mensile è ancora oggi regolarmente pubblicato.
Le espressioni usate da Montini nell’intervento commemorativo dell’Osservatore, ricompaiono in un discorso tenuto da Paolo VI nei primi mesi del pontificato all’Unione Cattolica Stampa Italiana. Anche qui egli si lasciò andare a una sorta di descrizione essenziale del giornalista, che rievoca alcuni dei termini precedenti: «i giornalisti sono i professionisti della parola, sono gli esperti, gli artisti, i profeti della parola!»; avviando a conclusione il discorso il papa aggiungeva che «il giornalista è maestro e guida del suo lettore» e, verso la fine, che la sua funzione «si colloca fra la verità e la pubblica opinione».
Su questa deontologia del giornalista Paolo VI si fermerà anche sul discorso ai giornalisti dell’Associazione della Stampa Estera in Italia che ora viene proposto e che fu pronunciato il 28 febbraio del 1976, ossia verso la fine del pontificato.

di Marcello Semeraro

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14 novembre 2019

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