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Una scelta
scomoda ed eversiva

· ​Cesare Pavese e la letteratura americana ·

Da principio non furono i libri ma i film americani a esercitare su Cesare Pavese una forte influenza. Non aveva ancora diciassette anni quando restò folgorato dai drammi e dalle commedie girate in quel continente lontano. Fu sufficiente qualche capolavoro (firmato da John Ford, da Frank Capra, da Alfred Hitchcock) perché nell’animo del giovane aspirante scrittore si sviluppasse una passione “americanista” destinata a lasciare un’impronta profonda nella sua opera. Del resto la figura di Pavese traduttore dei più importanti romanzi scritti da autori statunitensi costituisce ancora oggi un saldo riferimento per il patrimonio culturale italiano. All’epoca, la scelta del giovane Cesare di privilegiare, con un eccesso di trasporto emotivo, la letteratura d’oltreoceano fu giudicata incauta e poco lungimirante. Si arrivò a definirla addirittura «eversiva». A formulare tali valutazioni era un’Italia accademica, tenacemente arroccata sul primato nazionalistico, e ostinata nel decantare solo i pregi della civiltà latina. Ma a quella prospettiva eurocentrica Pavese volle dare una spallata, intendendo sottrarsi alle polverose logiche che si nutrivano di uno sterile compiacimento patriottico, non certo funzionale al progresso delle lettere. Il suo obiettivo era di aprire gli occhi agli intellettuali, o sedicenti tali, orientandone lo sguardo oltre confine, per far loro apprezzare quanto di buono era stato prodotto, e si veniva producendo sul versante culturale nella lontana America. 

Questa battaglia, di principi e di idee, viene descritta da Gabriella Remigi nel libro Cesare Pavese e la letteratura americana. Una “splendida monotonia” (Firenze, Leo. S. Olschki Editore, 2017, pagine 224, euro 20,40). Una battaglia che lo scrittore piemontese non si trovò comunque a combattere da solo. Poté infatti contare su preziosi alleati, tra cui Giuseppe Antonio Borgese che, con il suo Atlante americano (1936), aveva cominciato a inoculare il germe del dubbio tra le fila degli intellettuali: ma non è che anche negli Stati Uniti operano scrittori degni di lode? È questo punto interrogativo — destinato a insidiare le certezze e i riferimenti del mondo accademico italiano in gran parte ripiegato in se stesso — che Pavese, anzitutto con le sue traduzioni, s’impegnò a trasformare in punto esclamativo: egli, in sostanza, mirava a forgiare un’affermazione assertiva diretta a rendere giustizia ad autori che meritavano, dal canto loro, di uscire dai confini americani. Gabriella Remigi ha scelto come sottotitolo Una “splendida monotonia” perché ha inteso in questo modo rendere omaggio a una convinzione tanto cara a Pavese e da lui espressa più volte: ovvero che «ogni autentico scrittore è splendidamente monotono, in quanto nelle sue pagine vige uno stampo ricorrente, una legge formale di fantasia che trasforma il più diverso materiale in figure e situazioni che sono sempre press’a poco le stesse». E in questa affermazione è anche dato di vedere quello che rappresenta il vero discrimine tra un grande scrittore e uno meno grande, o che scrittore non lo è affatto: perché se quella monotonia non viene sublimata in forma d’arte è destinata, al contrario, a svaporare nella ripetizione piatta e banale del già detto e del già noto.
Nel libro si ricorda la passione di Pavese per Walt Whitman e per il suo capolavoro Foglie d’erba. Una passione che si tradusse in una tesi di laurea, molto apprezzata dalla commissione esaminatrice: ma la casa editrice Laterza declinò la richiesta di pubblicarla. Ciononostante, quella tesi rappresentò il primo passo lungo il cammino verso una conoscenza sempre più approfondita della letteratura americana. In Whitman il giovane Cesare vedeva espressi in modo esemplare quei due valori che avrebbero poi caratterizzato il suo lavoro di scrittore: amore di libertà e senso di giustizia. Successivamente l’interesse di Pavese, quando si trovò a confronto con il “sogno americano”, si spostò su altri autori, primo fra tutti Francis Scott Fitzgerald e John Steinbeck. La lettura de Il grande Gatsby provocò nello scrittore una progressiva identificazione con il personaggio: la segreta speranza che anima il protagonista, fiducioso che il passato possa ripetersi e che tutto — compresa l’amata Daisy — venga riportato a come era un tempo, richiama infatti la speranza che spinge al ritorno i tanti esuli presenti nelle opere di Pavese.
«“Non si rivive il passato?” esclamò Gatsby incredulo. “Sì, certo!”. “Io metterò tutte le cose com’erano prima” disse scotendo il capo con aria decisa. “Essa vedrà”» si legge in uno dei passaggi più salienti del capolavoro di Fitzgerald. Un passaggio che porta a fare un confronto con quel “tu” pavesiano adombrato in un passo del diario del 13 febbraio 1949: «Strano momento — scrive — in cui ti staccavi dal Paese, intravedevi il mondo, partivi sulle fantasie e non sapevi che cominciava un lungo viaggio che, attraverso città, avventure, nomi, rapimenti, mondi ignoti, ti avrebbe ricondotto a scoprire come ricco di tutto quell’avvenire sia proprio quel momento del distacco». Di Steinbeck lo scrittore piemontese apprezzava in particolare lo stile asciutto e scabro. Quando Bompiani gli commissionò la traduzione di Of Mice and Men (“Uomini e topi”) Pavese ne fu ben lieto, ma anche impaurito. In una lettera alla case editrice confessava, infatti, il timore di poter «guastare» un libro così bello nell’atto, sempre delicatissimo, della traduzione. Timore infondato: è grazie a Pavese che i lettori italiani poterono conoscere e amare una delle figure più importanti della letteratura americana.

di Gabriele Nicolò

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