Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Una scelta civile

Cosa ha a che fare la tratta di esseri umani con la maglietta che indosso o con il mio conto in banca? Sembrerebbe poco o nulla, ma in realtà, i collegamenti esistono e molte volte ne siamo ignari. «Tutto è connesso»: è il messaggio fondamentale della Laudato si’, l’enciclica in cui Papa Francesco non si stanca di sottolineare come non si possono guardare i diversi problemi che affliggono l’umanità e il pianeta in maniera isolata, ma vanno guardati insieme e nelle loro connessioni.

Il traffico di esseri umani è in crescita e interessa buona parte del mondo: secondo i dati dell’Onu almeno 150 sono i paesi di origine e 124 quelli di destinazione. È un fenomeno difficile da misurare e ancor più difficile da contrastare, proprio perché sommerso. Esso viene definito dall’Onu come: «il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’accoglienza e l’ospitalità di persone, dietro minaccia di ricorso o ricorso alla forza o ad altre forme di costrizione, o tramite rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità, o dietro pagamento o riscossione di somme di denaro o di altri vantaggi per ottenere il consenso di una persona esercitando su di essa la propria autorità, a scopo di sfruttamento».

Le persone vengono ridotte in forme di schiavitù principalmente a scopo di sfruttamento sessuale, lavorativo, per accattonaggio e per il traffico di organi. Le vittime sono per lo più donne e bambine, ma a causa dell’aumento negli ultimi anni di sfruttamento a fini lavorativi, sta aumentando anche la componente di uomini e bambini sul totale.

Numerose sono state e sono le reazioni di governi e organismi internazionali, ma anche di religiose e religiosi che, essendo presenti in tutto il mondo, possono comprendere meglio di altri le vie e le forme della tratta, e riescono ad agire nei luoghi di origine e di partenza, stando accanto alle vittime e nello stesso tempo denunciando lo sfruttamento.

Le unioni internazionali delle superiore e dei superiori generali (Uisg e Usg), attraverso il progetto Talitha kum sono molto attivi su questi fronti. Ci domandiamo se ciascuno di noi debba essere spettatore di questo problema che sembra sovrastarci, o se possiamo fare qualcosa, ovvero, c’è modo di contrastare il fenomeno anche dalla parte della domanda di beni e servizi?

Se delimitiamo la nostra attenzione allo sfruttamento a fini lavorativi, i settori più interessati sono l’agricoltura, le costruzioni, il tessile, la ristorazione e la pesca, oltre alla produzione di componenti per l’elettronica. Lo sfruttamento esiste anche perché c’è una domanda di prodotti a basso costo, oppure, indipendentemente dal prezzo del prodotto finale, perché c’è poca attenzione alla filiera produttiva.

La prima domanda da porsi allora è: quando vado a comprare dei beni, quanto conosco della ditta che li produce e della sua catena di fornitura? Oggi esistono tanti siti di informazione sulle ditte e con un po’ di impegno personale si può acquistare più consapevolmente.

È vero, a volte scegliere prodotti sani e di aziende che non sfruttano lavoratori, significa avere un prezzo finale più alto. Ma dietro alla differenza di prezzo possono nascondersi vittime innocenti, e uno spostamento di consumi verso aziende “sane” potrebbe anche portare a una diminuzione di quei prezzi.

Infine, oggi c’è un gran movimento di quella che viene denominata finanza responsabile o di impatto: gestori che, dopo un’accurata valutazione finanziaria di imprese e Stati, ne compiono anche una che riguarda i comportamenti verso l’ambiente, la società e i lavoratori (la cosiddetta analisi Esg), e scelgono di investire solo in titoli di aziende e Stati che rispettano criteri minimi di sostenibilità ambientale e si impegnano nel rispetto dei lavoratori. La bella notizia è che investimenti in questi fondi hanno anche dei buoni rendimenti.

Quanto siamo a conoscenza, e quanto ci informiamo di come viene gestito e chi va a finanziare il denaro che depositiamo in banca o che decidiamo di investire? Forse, senza saperlo, con i nostri soldi, stiamo favorendo il traffico di esseri umani. In questi casi la mancanza di consapevolezza può diventare complicità.

di Alessandra Smerilli

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE