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Una scelta c'è sempre

· Quando i figli delle vittime del terrorismo ricordano ·

Gli anniversari sono sempre difficili. Il più delle volte — dopo la retorica che rende le vittime santini oleografici e cosparge di effimera cenere il capo di chi c'è ancora — la vita del singolo spettatore e della società nel suo complesso riprende, semplicemente, a scorrere come un lungo fiume tranquillo, come se nulla fosse stato.

In questi recentissimi anni in cui sono ricorsi, o si apprestano a ricorrere, i decennali degli anni di piombo, un apporto prezioso, volto a far sì che le celebrazioni non rimbombino vuote e sterili sulle bare dei propri cari, è venuto dai figli delle stesse vittime del terrorismo. Figli che hanno scritto libri, difficilmente classificabili nel loro essere al contempo saggi storici, biografie paterne e autobiografie familiari. Sono contributi come quello di Sabina Rossa, la figlia dell'operaio sindacalista genovese della Fiom-Cgil ucciso nel 1979 ( Guido Rossa, mio padre , scritto con Giovanni Fasanella, Bur, 2006). Penso al libro di Mario Calabresi ( Spingendo la notte più in là , Mondadori, 2007), in cui, al ricordo del commissario che visse credendo fermamente in ciò che faceva, si aggiungeva la grande scommessa di una memoria paterna che non diventasse vortice di odio e rancore nelle vite dei suoi figli.

Nel 2009 sono usciti due libri, molto diversi tra loro — perché diversi erano i padri e diversi sono i figli — accomunati però da questa duplice volontà, di chiarezza da un lato, e di dialogo dall'altro. Il primo è il volume di Umberto Ambrosoli, Qualunque cosa succeda (Milano, Sironi, pagine 320, euro 18), mentre l'altro è quello di Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre (Torino, Einaudi, pagine 308, euro 19).

In entrambi, c'è la volontà di far sì che la memoria dei propri padri resti viva per ciò che essi hanno fatto in vita, e non invece per il gesto criminale che quella vita ha sottratto loro con violenza e odio. E questo innanzitutto a livello familiare, perché un padre ha senso per quello che insegna ai suoi figli, per l'amore, il rigore e la testimonianza che dà loro, per il suo essere il porto dal quale si salpa per affrontare la vita. «Così mi sono rivolta a papà — scrive la Tobagi — perché mi aiutasse, proprio come dovrebbe fare ogni buon padre, a entrare nel mondo e starci, con ragionevole serenità». Ma anche a livello politico, dando un messaggio a tutta la (spesso distratta) società italiana. «L'esempio di Giorgio Ambrosoli permetteva di affermare che il singolo può reagire all'illegalità. Permetteva di smentire in radice — con una storia concreta, diretta e reale, come un precedente capace di fare giurisprudenza — un falso assunto: che se l'illegalità nella gestione della cosa pubblica cresce fino a diventare «sistema», se il perseguimento di interessi antitetici a quelli del Paese è pervasivo, allora al cittadino non è data alternativa, non c'è scelta se non adeguarsi. Ebbene la storia di papà dimostrava il contrario, dimostrava che una scelta c'è sempre».

Nella spirale di violenza di quegli anni, le vittime non sono affatto casuali. Come nota Benedetta Tobagi, «sono proprio i più meritevoli, i più capaci, i più progressisti a essere eliminati: essi restituiscono un volto credibile alla magistratura, al mondo dell'informazione, allo Stato che ha messo a dura prova la fiducia dei cittadini con le vicende collegate alla “strategia della tensione” e i primi grandi scandali di corruzione e malgoverno. La rivoluzione abbisogna invece che lo Stato disveli il suo presunto volto autoritario».

Al di là del rigore, della fermezza e dell'amore che traspare dai due volumi, una differenza colpisce. Umberto Ambrosoli e Benedetta Tobagi sono due giovani italiani alle prese con due esistenze molto diverse. Qualunque cosa accada è così il racconto che Ambrosoli (avvocato penalista) fa per i suoi figli, è un padre che dialoga con loro su quel nonno che essi non hanno mai conosciuto, ma che potrà comunque «essere per voi come le radici per gli alberi». Benedetta Tobagi è invece una giovane donna che, dedicandosi alla storia e alla scrittura, affronta e racconta con coraggio anche la sua personale e faticosa crescita. «Chiudo alle mie spalle la porta della stanza dei fantasmi. Aspetto — cullando la bambina che mi porto dentro — e domando con insistenza che si aprano nuove porte, nuovi archivi, tanti occhi e pensieri, per disperdere l'aria stagnante di un Paese che puzza di chiuso e di troppa morte».

Salvo alcune eccezioni (pensiamo a Un eroe borghese di Corrado Stajano), non può non fare riflettere come siano stati proprio i figli e le figlie delle vittime del terrorismo a scrivere le cose migliori su quegli anni. A condurre accurate e coraggiose indagini, nel tentativo di dare una risposta che fosse anche storica e politica agli omicidi dei loro padri, restituendo (per quanto possibile) un senso alle tragedie delle loro vite. È un capitale prezioso che viene da una generazione, per solito un po' bistrattata. Eppure, sarebbe bello investirci su, civilmente e moralmente.

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