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Una santa
tutta romana

· Verso la canonizzazione di madre Giuseppina Vannini ·

Se è vero che sono moltissimi i santi vissuti a Roma, meno numerosi sono quelli che vi sono nati. L’ultima donna dell’Urbe a essere canonizzata è stata Francesca Romana (1384-1440), proclamata santa da Paolo V nel lontano 1608.

Ora però tra queste rarità il prossimo 13 ottobre — come annunciato da Papa Francesco nel concistoro di lunedì 1° luglio — andrà aggiunto il nome di Giuseppina Vannini (1859-1911), fondatrice delle Figlie di San Camillo.

Giuditta Adelaide Agata, questo era il suo nome di battesimo, è infatti nata il 7 luglio in via di Propaganda 16, a due passi da piazza di Spagna, dirimpetto al palazzo della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Battezzata il giorno seguente nella vicinissima chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, Giuditta era la seconda dei tre figli dei coniugi Angelo Vannini ed Annunziata Papi. Ben presto però i genitori morirono e la bambina fu separata dai fratellini, trovando una nuova famiglia nell’orfanotrofio Torlonia, guidato dalle Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli. All’età di 21 anni chiede di diventare una di loro, ma viene accolta e più volte rimandata, tanto che a 32 anni non ha ancora trovato la propria strada. Però di una cosa è certa: la sua vita è per Dio! Per questo la sua preghiera si fa più intensa, fino a che il 17 dicembre 1891 il suo destino si incrocia con quello del prete camilliano Luigi Tezza, da tempo in cerca di persone disposte a collaborare con lui nell’opera di ripristino delle Terziarie camilliane, per l’assistenza agli ammalati. L’incontro avviene in confessionale durante un corso di esercizi spirituali per donne di lingua francese, che il sacerdote teneva presso le suore del Cenacolo. La giovane gli espone le difficoltà nel realizzare la propria vocazione e Tezza le propone di fondare un istituto religioso dedito alla cura degli ammalati secondo lo spirito di san Camillo de Lellis. Vannini prega, riflette, chiede consiglio e poi passa ai fatti: così il 2 febbraio 1892 nascono le Figlie di San Camillo.

La prima abitazione è in via Merulana 141, ma dopo appena due mesi il nucleo iniziale si trasferisce nella vicina via Giusti. Da qui le suore con la croce rossa sull’abito religioso iniziano a prestare il loro umile e caritatevole servizio alle ammalate bisognose di cure, sostando accanto a loro giorno e notte. Oltre a curare gli infermi, aiutavano a riassettare la casa, ad accudire i bambini, a cucinare i pasti. Alla fine dell’anno di fondazione dalle prime tre religiose si era arrivati a quattordici. Nonostante le inevitabili difficoltà dei primi passi, la comunità ben presto si è estesa da Roma a Cremona (1893), Mesagne (1894), Grottaferrata (1896), per poi arrivare in Francia (1899), in Belgio (1901) e perfino in Argentina (1904). Oggi le eredi spirituali di madre Vannini sono attive in 22 nazioni del mondo, con presenze anche in Paraguay e a Cuba.

Nel contesto di questa apertura verso le periferie assume valore ancora maggiore la scelta della fondatrice di acquistare agli inizi del Novecento un terreno a Torpignattara, ieri come oggi quartiere di frontiera dalla spiccata dimensione multiculturale, che significa anche multireligiosa. Anche se Vannini non vide terminata la casa, poiché le suore vi si trasferiranno un anno dopo la sua morte, nel 1912, fu lei l’artefice dell’acquisto del terreno e della preparazione del progetto, recandosi anche personalmente sul posto. E se nei primi anni l’assistenza offerta era di tipo domiciliare, a partire dal 1917 furono le suore a ospitare le ammalate nella loro casa di via dei Carbonari, oggi via Labico. All’epoca borgo malsano dell’Agro romano in cui si diffondevano rapidamente malattie infettive, tanto da rendervi necessaria l’apertura del primo dispensario antitubercolare di Roma, il Sanatorio Ramazzini, la zona abitata dalle pioniere richiedeva giorno dopo giorno una dedizione sempre maggiore. Fu così che nel 1931 decisero di aprire un ambulatorio gratuito per i poveri, che assicurava anche una provvidenziale assistenza sanitaria. Col tempo la struttura è divenuta pensionato, poi casa di cura, quindi clinica chirurgica e infine nosocomio, che a seguito della beatificazione della fondatrice, avvenuta nel 1994, ne porta il nome: ospedale Madre Giuseppina Vannini. Annessa, vi è anche una sede per il corso di laurea in infermieristica, dove oltre alla scienza e alla tecnica, si trasmette agli allievi lo spirito di carità camilliano.

L’iter della causa era stato avviato a Roma nel 1955. Dopo l’iscrizione nell’albo dei beati da parte di Giovanni Paolo II, in vista della canonizzazione, dal 1° al 4 dicembre 2015 è stata istruita l’inchiesta diocesana, presso la curia di Sinop in Brasile, su un presunto miracolo a favore dell’operaio edile Arno Celson Klauck, che stava lavorando alla costruzione di una casa di riposo per anziani intitolata a madre Vannini, edificata con l’aiuto di tutta la comunità civile e religiosa della città. L’uomo, perdendo l’equilibrio, è precipitato dal terzo piano all’interno del vano ascensore, con un volo di circa 11 metri di altezza. All’interno del pozzo si trovavano pezzi di legno e di ferro e sul fondo anche un accumulo di acqua piovana: eppure Arno è uscito illeso. La consulta medica tenutasi il 27 settembre 2018 ha così definito il caso: «L’assenza di qualsivoglia significativa lesività sia somatica sia psichica, necessariamente attese in un caso di precipitazione dall’altezza di mt. 10,80 nonostante la presenza di fattori frenanti, non trova spiegazione scientifica».

L’invocazione dell’operaio mentre cadeva, «Madre mia, aiutami», nasce nel contesto di una profonda devozione nei confronti della beata, la cui imminente canonizzazione costituisce un forte richiamo verso l’umanizzazione delle cure. Per lei il malato non è mai un numero o un peso, ma il destinatario di un servizio da svolgere con discrezione, dolcezza, premura, sensibilità, capacità di portare l’uomo a Dio, di aprirlo alla fede.

Per madre Vannini il sofferente dev’essere al centro di ogni preoccupazione e interesse, e va servito come fosse Gesù stesso: «Ero malato e mi avete visitato» (Matteo, 25, 36). Perciò per i giovani e per quanti cercano la volontà di Dio, la Vannini è modello di abbandono al Signore; mentre per quanti vivono senza un serio ideale, è di sprone alla fortezza e alla perseveranza.

Infine, visto che la canonizzazione avverrà durante la celebrazione del Mese missionario straordinario, voluto da Papa Francesco, madre Vannini costituisce un significativo esempio di apertura all’evangelizzazione. Pochi anni dopo la fondazione del suo istituto, nonostante questo fosse ancora piccolo e alle prime armi, nelle difficoltà e in povertà, ella pensò di inviare in Argentina le sue figlie ancora giovanissime. E il testo attuale delle Costituzioni corrisponde a questa apertura: «La Chiesa è missionaria e l’evangelizzazione è dovere di tutto il popolo di Dio. Il nostro Istituto, fedele al mandato del Signore di curare i malati e di predicare il Vangelo, assume la sua parte e si inserisce con il proprio carisma nella varietà delle attività missionarie».

di Bernadete Rossoni
Religiosa delle Figlie di San Camillo
postulatrice della causa

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17 agosto 2019

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