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Una rivincita postuma

· Gli atti del processo di Francoforte nel registro dell’Unesco ·

Fra il 1963 e il 1965 si tenne a Francoforte il primo processo per i crimini del nazismo. Istituito dal procuratore Fritz Bauer, il processo vide alla sbarra ventidue ex ufficiali e guardie delle ss responsabili del campo di sterminio di Auschwitz, sei dei quali furono condannati all’ergastolo, altri a varie pene detentive. I suoi atti sono stati consegnati adesso al registro della memoria del mondo dell’Unesco, con una cerimonia ufficiale che ne ha sottolineato l’importanza storica, come il momento che «cambiò le coscienze dell’allora recente Repubblica federale tedesca, nella quale molti ex funzionari nazisti e membri delle ss avevano recuperato i loro posti nell’amministrazione pubblica, la giustizia e la polizia», come ha sottolineato il ministro per la scienza del land tedesco dell’Assia, Boris Rhein, della Cdu. La documentazione depositata all’Unesco comprende anche le registrazioni audio delle dichiarazioni dei testimoni chiamati a deporre. Il processo è noto come il secondo processo Auschwitz, perché il primo si era già tenuto a Cracovia, secondo le norme del diritto internazionale, nel 1947.

Il giudice ebreo Fritz Bauer

Fino al processo di Francoforte la Germania non aveva infatti celebrato alcun processo per i crimini del nazismo. Da una parte, ciò era dovuto al fatto che i processi celebrati fino ad allora contro i nazisti, come quello di Norimberga, i dodici che ne erano seguiti e quello di Cracovia, avevano obbedito alle norme del diritto internazionale e non di quello della Repubblica federale tedesca, allora ancora in parte sotto occupazione alleata. Dall’altra, al fatto che in Germania era in atto un netto processo di rimozione, di forte ostacolo alla realizzazione di una reale epurazione nell’apparato statale. Il nemico, nel clima della guerra fredda, era ormai il comunismo (ricordiamo che il muro di Berlino era stato eretto nel 1961), il che facilitava enormemente le complicità dell’apparato statale con quanti avevano un passato nazista e rendeva irto di difficoltà il cammino di quanti volevano portare a processo i responsabili dei crimini nazisti.
Fra quanti posero tutte le loro energie nello scovare e denunciare i nazisti, era il giudice Fritz Bauer. Ebreo, nato nel 1903, internato come oppositore politico nel campo di concentramento di Heuberg, Bauer si era rifugiato nel 1935 in Danimarca e poi in Svezia. Rientrato in Germania nel 1949, e ripresa la sua carriera giudiziaria, era diventato nel 1956 procuratore generale dell’Assia. Nel 1958 era stato informato della presenza in Argentina sotto una falsa identità di Adolf Eichmann e, non fidandosi di informare i suoi superiori in Germania, aveva avvertito il Mossad, dando così inizio al percorso che avrebbe portato alla cattura e al processo di Eichmann. Nel 1959, Bauer aveva trasmesso alla corte federale di giustizia tedesca documenti che incriminavano circa 90 membri delle ss in servizio ad Auschwitz. La corte federale aveva allora assegnato al tribunale di Francoforte, che da lui dipendeva, l’incarico di perseguire tutti i crimini commessi ad Auschwitz. Di qui il processo del 1963-65.
L’opera di Bauer nell’individuare prove e testimonianze fu facilitata dall’aiuto prestatogli da Hermann Langbein, come lui un altro grande protagonista di questa storia, austriaco, combattente della guerra di Spagna, comunista uscito dal partito dopo i fatti di Ungheria, sopravvissuto ad Auschwitz, nominato da Yad Vashem Giusto delle Nazioni, scrittore di libri importanti sulla deportazione. Fu lui a scovare oltre la metà dei circa 400 testimoni che deposero al processo. Perché, come il processo Eichmann, il processo di Francoforte vide sfilare i testimoni alla sbarra, vide i sopravvissuti raccontare la loro storia. A differenza del processo Eichmann, però, che fu molto più di un processo alle responsabilità individuali di Eichmann, che fu in realtà un processo alla Shoah, il processo di Francoforte si attenne rigorosamente alla legislazione tedesca, che non prevedeva il reato di genocidio, ma solo l’omicidio. Le prove prodotte, le testimonianze, riguardarono soltanto le dirette responsabilità di ciascun imputato. Ciò nonostante, l’impatto del processo fu quello di un processo ai crimini del nazismo, al genocidio attuato da Hitler, alla Shoah. Il suo influsso fu forte soprattutto sulle giovani generazioni, prive di c olpe individuali e spesso inconsapevoli del passato dei loro padri. Cominciava così la presa di coscienza della Germania sul suo passato nazista, destinata ad approfondirsi e a trasformare profondamente il volto del paese.
Il processo di Norimberga acquisì ulteriore fama e influenza per il fatto di essere stato trasposto in veste teatrale nel 1965 dal drammaturgo Peter Weiss, ebreo tedesco stabilitosi in Svezia, con il titolo L’istruttoria (in tedesco Die Ermittlung). Esso è inoltre stato nel 2014 oggetto del film di un regista italo-tedesco, Giulio Ricciarelli, candidato all’Oscar nel 2016, Il labirinto del silenzio, dove il ruolo di Bauer era interpretato da Gert Voss. Nel 2016 inoltre è uscito un altro film sulla sua figura, Lo stato contro Fritz Bauer di Lars Kraume, che racconta delle accuse di tradimento che, senza esiti giudiziari, furono rivolte a Bauer dopo che denunciò Eichmann al Mossad.

Ora i documenti del processo, le voci stesse dei testimoni, sono conservate nel Registro della memoria del mondo dell’Unesco, a perpetua memoria. Una rivincita postuma del procuratore che, solo contro tutti, aveva istruito il processo, innescando un cambiamento radicale nella coscienza del popolo tedesco.

di Anna Foa

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18 febbraio 2020

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