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Una riserva di speranza per il mondo

· ​A colloquio con il cardinale Ouellet ·

Papa Francesco viene da quello che è considerato «una riserva di speranza per il mondo», cioè il continente latinoamericano. Da lì ha assorbito alcuni elementi caratteristici come l’impronta mariana, l’attenzione al ruolo dei poveri, il senso teologico del popolo. Ne parla in questa intervista a «L’Osservatore Romano» il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi.

L’anno che si è appena concluso ha visto la celebrazione della plenaria della Pontificia commissione per l’America latina, dedicata al ruolo della donna nella Chiesa e nella società latinoamericana. È stato lo stesso Papa Francesco ad assegnare questa tematica alla commissione. Quali pensa siano stati i motivi di questa scelta?

Pellegrino con sulle spalle l’immagine della Vergine di Guadalupe

Abbiamo proposto due temi per la plenaria e il Papa non ha avuto dubbi: ha scelto quello della donna. I motivi della scelta dipendono certamente dalla consapevolezza della situazione generale della donna in diversi contesti geografici e sociali, in particolare in America latina. Spesso è lasciata sola nell’educazione dei figli, vive il problema dei padri assenti, è sfruttata, è maltrattata in molti modi. Si nota spesso una mentalità, una cultura maschilista che può trasformarsi in violenza nei confronti delle donne. Va poi segnalato il mancato riconoscimento della sua dignità e dei suoi specifici carismi. Sono questi i motivi principali per cui è stato scelto questo tema per la plenaria. Fondamentalmente, l’obiettivo era di attirare l’attenzione per cercare di promuovere la condizione della donna nella società latinoamericana. La riunione è stata per me uno dei momenti più belli dell’anno. Sono stati quattro giorni intensi, in cui abbiamo ascoltato quindici donne invitate, che hanno dialogato con noi. Hanno contribuito alla discussione con interventi di altissimo profilo. Si è creata un’atmosfera di lavoro straordinaria. È una delle cose più significative che abbiamo vissuto quest’anno e io stesso, grazie a questa esperienza, ho maturato ulteriormente il mio atteggiamento di fronte alla questione della promozione della donna. Sicuramente sono diventato più sensibile e più attivo.

Che ruolo hanno oggi e quale ruolo dovrebbero avere le donne nell’ambito dei processi decisionali della Chiesa e della società?

Credo che su questo la Chiesa sia ancora in ritardo. Sia ben chiaro, non pensiamo che si tratti di affidare alle donne funzioni “clericali” o ministeriali. Non è questo il punto: la questione è già risolta. Ma proprio perché la Chiesa ha grande chiarezza su questo aspetto, occorre procedere più speditamente sulla strada dell’integrazione delle donne secondo i loro carismi, che vanno esercitati, tra l’altro, in ruoli di consultazione e di direzione nell’ambito delle diocesi, delle curie locali e della Curia romana. Le donne in generale hanno un ruolo di secondo piano e svolgono per lo più mansioni ausiliarie più che concettuali. Non abbiamo ancora preso coscienza fino in fondo della trasformazione avvenuta nella società e dei progressi che negli ultimi cinquanta anni hanno visto la donna accedere ai livelli più alti dei percorsi educativi e formativi. Questo è un fatto enorme. E se pensiamo di poter continuare a comportarci come prima senza prenderne atto, andiamo verso il fallimento.

Perché è importante guardare alla Chiesa latinoamericana?

Il Papa è latinoamericano. La sua è stata un’elezione provvidenziale, come del resto lo sono quelle di tutti i Pontefici. Il continente latinoamericano è una riserva di speranza per il mondo, perché c’è unità. Mi riferisco all’unità di cultura, di fede e di popolo. Esiste un senso di popolo, una presenza dei poveri e una consapevolezza del loro ruolo nella Chiesa e nella società. Inoltre è molto forte l’unità della pietà popolare, in particolare quella mariana. Tutto questo fa sì che la Chiesa latinoamericana sia una forza, una risorsa, un messaggio profetico per il resto del mondo. Essa diventa missionaria attingendo lo slancio da un Papa che ha assorbito la cultura locale e vive il carisma ignaziano coniugandolo con quello francescano. Con questo pontificato siamo quindi nelle condizioni di rilanciare la missione della Chiesa. È un momento provvidenziale.

Quali sono gli elementi più significativi della tradizione ecclesiale americana che si ritrovano nel pontificato di Francesco?

Sicuramente l’impronta mariana, il ruolo dei poveri e il senso teologico del popolo, che è poi l’ecclesiologia del concilio Vaticano II, quella contenuta nel capitolo 2 della Lumen gentium. Tutti questi elementi insieme costituiscono un messaggio, in particolare per l’Europa. Se questo continente vuole rilanciare la missione, deve puntare su una fede mariana e sul ruolo dei poveri e degli ultimi, che vanno accolti, anche perché l’Europa ha bisogno di risorse umane, visto che, come ha dichiarato più volte il Papa, vive una preoccupante stagione di “inverno demografico”. Invece oggi sembra prevalere la tentazione di chiudere le porte. Dunque, il rilancio della missione si fa intorno ai poveri. E mettendoli al centro della Chiesa, il Pontefice rimette in moto la carità. Essa costituisce il fondamento della missione, perché prima di parlare del Vangelo occorre dare la mano, offrire se stessi. La carità è la base della Parola. La Parola senza la carità non può fare molto. La conversione non è efficace se manca la donazione; ma se il kerygma si coniuga con la carità, la missione va avanti.

Lo stesso avviene in Nord America?

Lì c’è una società più polarizzata e anche più secolarizzata. Penso al Canada, il mio paese di origine, dove questa ispirazione profetica dovrebbe avere un impatto maggiore. Credo che la dimensione mariana del messaggio di Papa Francesco sia confermata dalla sua testimonianza personale. Ogni volta che parte per un viaggio apostolico, mostra la sua fede con questa impronta mariana. D’altronde, questa è la caratteristica della Chiesa cattolica. E il Papa con i suoi scritti e la sua azione, sta sviluppando la dimensione pneumatologica della Chiesa. Quando parla di sinodalità — mi riferisco al famoso discorso in occasione del cinquantesimo dell’istituzione del Sinodo dei vescovi — traccia un programma, mostrando che a partire dalla pneumatologia, tutto il popolo di Dio deve partecipare all’orientamento della missione della Chiesa. Questo è un altro aspetto fondamentale di Papa Francesco, che peraltro è molto consapevole del fatto che le decisioni in ultima analisi spettano a lui. La Chiesa è sinodale e gerarchica. Lo Spirito Santo non procede soltanto dal basso verso l’alto, ma anche dall’alto verso il basso.

Non da tutti è compresa la sensibilità del Pontefice per i poveri, gli immigrati, gli emarginati, i peccatori. Che cosa può dirci a questo proposito?

Dimenticarsi dei poveri significa dimenticarsi del Vangelo. Se ci sembra tempo perso occuparci dei poveri, vuol dire che abbiamo dimenticato il Vangelo tout court. Dovremmo fare un profondo esame di coscienza, considerando come il magistero del Papa sia ispirato a un profondo senso di giustizia e di misericordia, unito alla carità. Lo abbiamo visto nell’anno straordinario della misericordia, ma anche nel suo modo di parlare dei poveri e delle ingiustizie sociali legate alla questione della pace nel mondo. Il Pontefice è consapevole che l’Europa potrebbe ritrovare la vitalità della sua fede se si aprisse di più allo straniero e al povero. Questa sarebbe un’efficace terapia per rivitalizzare la fede del continente. Ecco il messaggio del Papa. È semplice. Venendo da una società dove esistono grandi disuguaglianze e avendo vissuto l’esperienza degli ambienti più popolari, delle villas miserias, ha messo l’accento sin dall’inizio sull’opzione a favore dei poveri. In questo modo, rimette in moto la carità, cioè l’amore fraterno, la solidarietà. Possiamo banalizzare tutto dando delle etichette, ma in fondo si tratta dell’amore cristiano che diventa cultura e cerca di rivitalizzare la società umana.

Qual è l’identikit del vescovo che si va delineando nel magistero di Papa Francesco?

Posso rispondere citando alcuni titoli di libri pubblicati dal nostro Dicastero, che rappresentano una sorta di sintesi del pontificato. Questi volumi contengono gli interventi del Pontefice in occasione dei corsi di formazione dei nuovi vescovi che abbiamo tenuto negli ultimi anni. Abbiamo cominciato con il titolo Testimoni del risorto. Un vescovo è un testimone del risorto: crede, annuncia, proclama il kerygma che Cristo è morto e risorto, è vivo. C’è poi un altro titolo: Apostoli di misericordia. In questo caso, la scelta è stata dettata dalla coincidenza del corso con l’anno santo della misericordia. Il vescovo è il primo ad amministrare la misericordia di fronte alla miseria umana dei peccatori e dei poveri. Il terzo libro si intitolava: Maestri del discernimento. Qui c’è tutto lo sforzo del Sinodo dei vescovi sulla famiglia che ha insistito tanto sul discernimento. D’altronde, anche nell’ultimo Sinodo, quello sui giovani, il discernimento è stato al centro delle riflessioni. I vescovi sono uomini che conoscono la vita spirituale e sono capaci di applicare alla pastorale nel suo insieme e a ogni situazione personale il discernimento spirituale. Questo vuol dire avere una formazione intellettuale e pastorale, una sensibilità, un’attenzione allo Spirito Santo nella vita della Chiesa, quindi una capacità di scoprire i carismi e di valorizzarli integrandoli. Con l’ultimo corso, siamo tornati all’Evangelii gaudium. L’ultimo libro pubblicato ha infatti come titolo: Servitori della gioia del Vangelo. È il cristianesimo stesso la gioia dell’umanità. Chi conosce la rivelazione e la vive, fa esperienza di gioia. Dunque, parlando della gioia, il Papa parla dello specifico cristiano. La gioia è Dio che condivide la nostra vita. Questo è il mistero della Chiesa, ed è un bellissimo mistero. Il vescovo deve essere al servizio dei sacerdoti, della Chiesa nel suo insieme, del popolo. La Chiesa evangelizza se dà testimonianza della gioia, se crede al Risorto e ne fa esperienza. L’identikit del vescovo è questo. In altre parole, è un uomo di Dio che è vicino, paterno, presente. Ed è tutto a tutti.

di Nicola Gori

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18 giugno 2019

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