Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Per una Repubblica
d'Europa

· ​Sulla necessità di andare oltre gli Stati nazione ·

Per cominciare a prendere forma, la Repubblica d’Europa ha bisogno di un dialogo aperto fra tutti coloro che hanno veramente a cuore, senza infingimenti o strategie inficiate da interessi personali, le sorti della democrazia. Non hanno dubbi, al riguardo, gli autori di Isagor. La Repubblica d’Europa. Oltre gli Stati nazione (Torino, Add Editore, 2019, pagine 42, euro 9), un libro-manifesto che si configura al contempo come una sorta di grido di aiuto e di allarme rivolto alle coscienze, affinché comprendano l’esigenza di ripensare in maniera radicale lo schema sul quale modellare il continente europeo, nel segno di una nuova realtà politica, economica e culturale. Otto autori — economisti, giuristi, giornalisti, politici, formatori — affrontano i nodi principali per indicare la giusta via da percorrere, per poi felicemente approdare all’unico futuro possibile. 

Anche la storia recente dell’Europa (per non citare anzitutto le due guerre mondiali) è segnata dal sangue degli innocenti. Luca Mariani, giornalista parlamentare, ricorda Anders Breivik, autore degli attentati, il 22 luglio 2011 in Norvegia, di un attentato che costò la vita a settantasette persone. «La Norvegia è incredula, e Breivik ha varcato il Rubicone del Male assoluto», scrive Mariani. Eppure, sebbene lo sdegno e la costernazione avvolsero come un manto le istituzioni e i governi europei, nel 2019 tutti ricordano le stragi matrice islamica del Bataclan, delle Torri Gemelle, di Nizza, di Londra, di Berlino: ma pochi hanno memoria del massacro di Utoya, rileva Mariani. E quei pochi si limitano dire: «Quel pazzo…». Sulla strage calò «un velo di calcolato silenzio», e pensare che per trovare qualcosa di così efferato in Europa occidentale bisogna risalire al nazismo, sottolinea il giornalista. E non si trattò di pazzia, ma di «crudeltà smisurata». Breivik fu dichiarato sano di mente e lui stesso al processo affermò che non avrebbe fatto appello se il Tribunale avesse riconosciuto il significato politico delle sue azioni.
La sentenza di primo grado, che lo condannò al massimo della pena, è definitiva. E sempre nel 2019 si parla prevalentemente di dazi commerciali, di invasione di migranti, di protezionismo e di come i russi possano o meno influenzare le elezioni nei Paesi occidentali, Stati Uniti compresi. «L’Unione Europea è passata di moda — denuncia Mariani —. Naviga in brutte acque e tenta con fatica di resistere agli attacchi di Trump e Putin. Steve Bannon, ex consigliere di Trump, gira come una trottola tutto il continente e ha già creato a Bruxelles The Movement per unire tutte le forze populiste e nazionaliste allo scopo di sfasciare l’Unione Europea». Ecco allora che Breivik, nel carcere norvegese, «vede il suo disegno realizzarsi e gongola».
Nel suo contributo Davide Mattiello, presidente della Fondazione “Benvenuti in Italia” esorta a trasformare la casa europea, ormai «abbrutita», in una Repubblica. Un processo che non sarà certo una «passeggiata», e che richiede la ferma consapevolezza del dovere di «stare dentro il conflitto», quello alimentato da chi lucra sulla paura e scommette sulla frantumazione definitiva dell’Europa. Il conflitto — sostiene Mattiello — sarà tra “squartatori” e “sarti”. Se vinceranno i primi, cioè i professionisti della paura alleati di coloro che vogliono un’Europa «boccheggiante», allora si aprirà una nuova stagione di segregazioni violente; se vinceranno i “sarti”, cioè i Repubblicani d’Europa, «avremo allora — scrive Mattiello — un grande popolo nutrito d diversità, capace quindi di cooperazione e convivenza». Ma è ancora il tempo per la rassicurante idea di un processo di integrazione europea a piccoli passi? Nel rispondere a questo importante interrogativo, Anna Mastromarino, professoressa di Diritto Pubblico comparato, tiene a precisare che tale domanda non è né retorica, né provocatoria, ma è quanto mai essenziale, fondandosi sulla consapevolezza che da anni si è aperta una grande fase di transizione che investe le forme e gli istituti del nostro vivere politico, arrivando a interessare l’idea stessa di Stato. Ed è una domanda doverosa, considerando che ci si trova a «vivere stretti in un paradosso apparentemente insuperabile». Da un lato, infatti, rileva Mastromarino, s’impone la necessità di ripensare l’idea stessa che lo Stato debba e possa fondarsi su un corpo sociale omogeneo che si riconosce nell’identità nazionale; dall’altro, si assiste, «quasi attoniti», a episodi di revival nazionalistico che, «seppur anacronistici, rivelano una certa capacità attrattiva». Nell’affrontare il tema del lavoro, Marco Omizzolo, dottore di ricerca in sociologia, afferma che la Repubblica d’Europa dovrebbe essere fondata su una Costituzione che, come quella italiana, fissa la centralità del lavoro e soprattutto del lavoro dignitoso, ottimo antidoto al pericoloso intreccio tra «sovranismo populismo e identitarismo», oggi una delle matrici, osserva Omizzolo, del potere conservatore dominante in molti singoli Paesi europei. È questo orizzonte di diritti e di valori che può «legittimare, dare senso e visione» alla Repubblica d’Europa.
In uno scenario che ambisce a incarnare il rispetto dei valori fondamentali, morali ed etici, e a configurarsi come un baluardo eretto a difesa del pluralismo, inteso come fertile convergenza di spunti e di caratteristiche precipue, non può non svolgere un ruolo cruciale l’informazione. Eppure su di essa grava la spada di Damocle di imposizioni e costrizioni, nonché di scoperte minacce, che rischiano di comprometterne gravemente la libertà. Su questo aspetto focalizza l’attenzione Francesca Rispoli, membro dell’ufficio di presidenza di “Libera”, la quale — nel denunciare appunto il clima intimidatorio a detrimento di forme di espressione svincolate da ceppi e pastoie — cita l’inquietante esempio rappresentato dal presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman che, nel 2017, durante una conferenza stampa, ha esibito un kalashnikov su cui campeggiava la scritta: “Per i giornalisti”. A fronte di questi estremismi, Francesca Rispoli auspica che nella agognata Repubblica d’Europa vengano promosse politiche volte alla diffusione dell’informazione libera. Per raggiungere tale obiettivo, «occorre uno Stato — scrive — dotato di strumenti capaci di rendere operativi i principi sanciti solo sulla carta».
Un altro interrogativo di fondo riguarda l’esistenza di «un problema europeo legato alle mafie». Così come è strutturata, l’Unione Europea — osserva Leonardo Palmisano, sociologo e scrittore — rischia di non avere gli strumenti per affrontarlo nel modo corretto. Le diverse realtà nazionali non hanno saputo arginare fenomeni quali la diffusione delle droghe, lo sfruttamento della prostituzione, il lavaggio di denaro sporco, la corruzione. Una Repubblica d’Europa che sia fondata sul diritto alla sicurezza, afferma Palmisano, dovrà forgiare una legislazione penale unitaria, che «riconosca i reati di mafia nella loro complessa articolazione e che adotti un solo tribunale penale e una polizia». Il tema della lotta alle mafie deve essere dunque «unitario e fortemente identitario» nella nuova Repubblica d’Europa.
Come pure deve essere prioritaria l’attenzione da riservare al dibattito sulla libertà religiosa, la quale implica — come rilevano Maria Chiara Giorda, professoressa associata di Storia delle religioni, e Sara Hejazi, antropologa — la difesa e la promozione di una laicità positiva, intesa come strumento per scongiurare «i pericoli della manipolazione e delle forme violente di influenza». In Europa — scrivono Giorda ed Hejazi — le varie confessioni religiose «non si equivalgono, né hanno lo stesso margine di azione e di visibilità». Come si potrà quindi, garantire, in questo contesto, un modello di pari opportunità? La risposta certamente non è semplice, ma sarebbe comunque importante anzitutto tendere a una società che sia veramente democratica, perché essa «non nasce per partenogenesi». Occorrono politiche in grado di costruire questo tipo di società, ma è fondamentale, prima di tutto, il rapporto che si instaura con i cittadini, i quali devono essere educati per partecipare con consapevolezza alla pluralità e alla libertà religiosa. 

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE