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Una questione di civiltà

· No all’utero in affitto ·

Si cita spesso Paul Valéry per ricordare che «noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali». Ma la storia potrebbe anche convincerci dell’ambiguità e della fragilità di ogni civiltà, al di là di questa mortalità forse fatale.

Nel XX secolo, di fronte all’emergere di ideologie e di poteri statali barbari, alcuni popoli non hanno saputo resistere loro, al punto che intellettuali, medici e giuristi hanno collaborato con regimi totalitari e tradito la loro vocazione civilizzatrice. In altre epoche, alcune nazioni che si ritenevano altamente civilizzate, hanno praticato la schiavitù, perché serviva interessi economici.

Anne-Marie Zilberman  «Isis» (2013)

Questi esempi estremi dovrebbero renderci vigili di fronte alle inaudite violenze di cui la nostra stessa epoca è capace. Perciò dobbiamo tener presente l’importanza della dignità della persona umana, affermata solennemente dalle dichiarazioni internazionali e dalle nostre costituzioni nazionali.

La dignità, nozione al tempo stesso etica e giuridica, significa che ogni persona ha un valore intrinseco e che, contrariamente alle cose, contrariamente ai beni scambiabili, essa non ha equivalenti e non può aver alcun prezzo. In quanto soggetto di diritti, l’essere umano deve dunque essere rispettato nella sua integrità morale e fisica.

Eppure, in troppe regioni del mondo, il corpo umano è immesso sul mercato sia per soddisfare la richiesta di organi e di tessuti destinati a curare quanti possono acquistarli, sia per soddisfare la domanda di figli che la medicina procreativa contribuisce a suscitare e a mantenere.

Questa medicina è stata poco a poco introdotta in certi paesi, in una logica di “produzione” artigianale dei figli, favorita dalle innovazioni tecniche, come la fecondazione in vitro e il trasferimento di embrioni, e fondata sulla pratica sociale della “donazione” di gameti (gratuita o a pagamento).

Ma un embrione non diventerà mai un figlio se non sarà un corpo femminile tutto intero a farlo nascere.

Senza una madre che lo porti in grembo, che ne assicuri la lunga formazione biologica epigenetica e lo metta al mondo, non c’è figlio.

Per questo gli Istituti di riproduzione umana, come vengono chiamati in California, non hanno potuto attuare fino in fondo la loro logica senza ricorrere a donne capaci di assicurare la “fase” della gravidanza e del parto, e dunque di consegnare il neonato ai suoi committenti.

In questo contesto, la maternità diviene un compito ed è oggetto di un contratto, mediante il quale una donna, detta “madre surrogata”, s’impegna a consegnare il figlio che ha portato in grembo ad altri, che ne diventeranno i genitori legali.

Un tale contratto è incompatibile con il rispetto della persona, nella misura in cui equipara unicamente e semplicemente la donna e il bambino a beni (ossia a proprietà, beni utilizzabili e scambiabili).

Di fatto, lo stato di gravidanza e l’evento del parto riguardano l’esistenza personale nella sua totalità (biologica e biografica). Se si conferisce a questi due eventi lo status di un servizio o di un lavoro, si attribuisce alla vita della “gestatrice”, per nove mesi, un valore d’uso. La si convince anche che è una semplice “incubatrice”. Si dà così alla sua vita un valore di scambio, ossia si dà un prezzo locativo al suo corpo (in alcuni annunci non si legge forse «Womb for Rent»?). Ovunque e sempre, la “gestazione per altri” (gpa) fissa un prezzo per la gravidanza e il parto. Anche se tale prezzo è mascherato come “risarcimento ragionevole”, si sa che è la motivazione principale delle donne che accettano di alienare la loro vita intima.

Ma, non dimentichiamolo, dato che l’oggetto del contratto è la consegna di un figlio, anche a lui viene attribuito un prezzo.

È evidente che la pratica della maternità contrattuale, qualunque sia la sua tariffa, crea confusione tra le persone e i beni. Essa è contraria al diritto internazionale che vieta di esercitare nei confronti di una persona, e dunque del suo intero corpo, gli attributi del diritto di proprietà.

Infine, una donna che deve cedere il figlio che ha partorito ad altri, cede loro al tempo stesso il suo status e il suo titolo di madre e la filiazione materna del bambino.

Ebbene, questi diritti soggettivi non sono diritti cosiddetti patrimoniali: non sono beni alienabili e, per principio, non possono essere dati né venduti a terzi.

Di conseguenza, la pratica della “gestazione per altri” effettua una distruzione del diritto facendo dipendere lo stato civile di un bambino da una transazione finanziaria e dunque da un diritto di proprietà.

Ai giorni nostri, alcuni cittadini di paesi che, a giusto titolo, impediscono la gpa, vanno a cercare una “madre surrogata” all’esterno, sapendo che nuocciono alla filiazione del bambino secondo la legislazione del proprio paese. Al loro ritorno, pretendono di obbligare il loro paese a rinunciare ai suoi principi fondamentali e alla sua legislazione, in nome dell’“interesse del bambino” e con il sostegno della Commissione europea dei diritti dell’uomo.

Anche se a quei bambini vengono offerte le migliori condizioni di vita possibili, occorre mostrare alle istituzioni europee che il bambino nato in quelle condizioni subisce a sua volta violenze specifiche (danni al suo sviluppo prenatale, separazione dalla propria madre e commercializzazione della sua filiazione, in particolare).

D’altra parte è utile criticare l’ideologia su cui si fondano i sostenitori di una regolamentazione internazionale della gpa, in altre parole di una legalizzazione più o meno strisciante del mercato della maternità. Che cosa dice?

Che la pratica della gpa è un dato di fatto, una realtà, di cui sarebbe inutile mettere in dubbio la legittimità. Evidenzia inoltre due concezioni inaccettabili.

La prima è una concezione dualista della persona. L’individuo è ridotto alla sua volontà, mentre il suo corpo è un organismo biologico di cui disporrebbe a suo piacimento, per suo conto o per conto terzi.

Questa idea è filosoficamente aberrante. Come scrive Merleau-Ponty: «Io non ho un corpo, sono il mio corpo». E Wittgenstein, da parte sua, sottolinea che sarebbe assurdo dire «vengo e porto con me il mio corpo».

La seconda è una concezione iper-liberale dell’economia e della società. Secondo tale concezione, la legittimità dei contratti poggia sul solo consenso dei contraenti e dunque sulla loro pretesa libertà individuale.

Inoltre il corpo umano, organico e carnale, è un bene di cui ognuno è proprietario e che può eventualmente utilizzare come un patrimonio, e che costituisce, nella sua totalità o in parte, un insieme di risorse disponibili.

È ovvio che il consenso della persona, in quanto proprietaria, giustifica allora qualsiasi contratto, e quindi qualsiasi mercato, compreso quello degli organi tra viventi. Il celebre economista americano, Gary S. Becker, dice che le componenti del corpo umano sono beni come gli altri. Sostiene che la legge — lo cito testualmente — non deve «impedire alle persone di accordarsi fra loro» per scambiarsi questi beni. Ritiene, per esempio, che il versamento di un “compenso economico” sufficiente per l’acquisizione di un rene (dell’ordine di 15.200 dollari) aumenterebbe in pratica di un 50 per cento il numero dei trapianti.

Questo elogio dell’efficienza passa ovviamente sotto silenzio il fatto che le disuguaglianze economiche falsano in questo caso lo scambio. In effetti il commercio normalmente è uno scambio libero tra due partner uguali (compratore e venditore). Ma se il venditore è in una situazione di bisogno, è spinto ad acconsentire a uno scambio che pregiudica la sua salute o che consegna la sua vita al potere del compratore.

È per questo che a tali concezioni pericolose si deve contrapporre il ruolo civilizzatore del diritto. Il gioco della domanda e dell’offerta, ossia la legge del mercato, non può sostituire la scelta di norme comuni. Se il diritto non dovesse proteggere la persona umana, perché ci sarebbe allora un diritto del lavoro, che impone limiti alla libertà dei contratti? Gli interessi privati (economici o altri) non possono porsi al di sopra della giustizia sociale o abolire i legami umani non economici.

In un mondo civilizzato, la libertà consiste nel poter fare ciò che le leggi consentono, e queste leggi non sono autorizzate da contratti che riducono l’esistenza corporale degli esseri umani a beni.

Per concludere, direi che dobbiamo, insieme, resistere e rifiutare l’ampliamento senza limiti di un mercato che s’impossesserebbe di tutto e di tutti, di un mercato totale che cancellerebbe la differenza tra un’economia di mercato e una società di mercato. È responsabilità degli Stati operare, a livello nazionale e internazionale, affinché le leggi proteggano la persona umana, e l’integrità e la dignità che le sono proprie, considerando anche le condizioni in cui si fanno nascere i figli.

In tal modo resteremo fedeli allo spirito della Dichiarazione di Filadelfia, firmata nel 1944, che afferma che il fine principale di ogni politica nazionale o internazionale è la libertà e la dignità degli esseri umani.

Lo ripetiamo: è una questione di civiltà.

di Sylviane Agacinski

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