Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Una prospettiva ecumenica

· Sguardo su Lutero alla vigilia del quinto centenario della Riforma ·

Lutero non era un uomo ecumenico nel senso odierno del termine. Tanto meno lo erano i suoi avversari. Entrambi erano inclini alla polemica e alla controversia. Ciò ha portato a restrizioni e a irrigidimenti da entrambe le parti. Le questioni si acuirono già subito, dalla questione della giustizia rivelata nel vangelo e della misericordia di Dio fino alla questione della Chiesa, specialmente alla questione del Papa. Poiché il Papa e i vescovi si rifiutavano di procedere alla riforma, Lutero, sulla base della sua comprensione del sacerdozio universale, dovette accontentarsi di un ordinamento d’emergenza. Egli ha però continuato a confidare nel fatto che la verità del vangelo si sarebbe imposta da sé e ha così lasciato la porta fondamentalmente aperta per una possibile futura intesa.

Anche da parte cattolica, all’inizio del XVI secolo, restavano aperte molte porte. Non c’era una ecclesiologia cattolica armonicamente strutturata, ma unicamente degli approcci, che erano più una dottrina sulla gerarchia che una ecclesiologia vera e propria. L’elaborazione sistematica dell’ecclesiologia si avrà solamente nella teologia controversistica come antitesi alla polemica della Riforma contro il papato. Il papato divenne così, in un modo fino ad allora sconosciuto, il contrassegno di identità del cattolicesimo. Le rispettive tesi e antitesi confessionali si condizionarono e bloccarono a vicenda.

Solo il recente ecumenismo ha riaperto un po’ di più la porta. Al posto della controversia è subentrato il dialogo. Dialogo non significa gettare a mare ciò che si è ritenuto finora verità. Possono condurre un autentico dialogo soltanto persone che, pur avendo ognuna il loro punto di vista, sono però disponibili ad ascoltarsi reciprocamente e ad imparare le une dalle altre. Un tale dialogo non è una faccenda puramente intellettuale; esso è uno scambio di doni. Ciò presuppone di riconoscere sia la verità dell’altro sia le proprie debolezze, e la volontà di affermare la propria verità in un modo che non ferisca l’altro, non polemicamente, ma di dire la verità nell’amore (Efesini, 4, 15), sottraendo alle controversie il veleno della divisione e trasformandole in un dono, così che entrambe le parti crescano nella cattolicità intesa nel senso originario e crescano insieme, riconoscano maggiormente la misericordia di Dio in Gesù Cristo e insieme le rendano testimonianza di fronte al mondo.

Questa è la strada percorsa dall’ultimo concilio, che perciò ha tracciato una via che non si può invertire — una via, non una soluzione bell’e pronta! La ricezione del concilio Vaticano II, anche cinquant’anni dopo la sua conclusione, non è ancora giunta alla fine. Papa Francesco ha inaugurato una nuova fase in tale processo di ricezione. Egli sottolinea l’ecclesiologia del popolo di Dio, il popolo di Dio in cammino, il senso della fede del popolo di Dio, la struttura sinodale della Chiesa e per la comprensione dell’unità mette in gioco un interessante nuovo approccio. Descrive l’unità ecumenica non più con l’immagine dei cerchi concentrici attorno al centro romano, ma con l’immagine del poliedro, cioè di una realtà a molte facce, non un puzzle messo insieme dall’esterno, ma un tutto e, se si tratta di una pietra preziosa, un tutto che riflette la luce che lo colpisce in modo meravigliosamente molteplice. Ricollegandosi a Oscar Cullmann Papa Francesco riprende il concetto della diversità riconciliata. Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il suo “scritto programmatico”, egli parte dal vangelo e invita ad una conversione non soltanto del singolo cristiano, ma anche dell’episcopato e del primato.

Così, si sottintende, al centro è posta l’originaria esigenza fondamentale di Lutero, ossia il vangelo della grazia e della misericordia e l’appello alla conversione e al rinnovamento.

Non soltanto la storia della ricezione dell’ultimo concilio, ma anche la storia della ricezione di Lutero non è affatto alla fine, neppure nelle chiese evangeliche. C’è anche un oblio e una estraneità di Lutero da parte evangelica. Si pensi alla dottrina relativa alla Cena e alla pietà eucaristica. Essa mostra che Lutero, contro Zwingli, è rimasto decisamente fedele ad una comprensione realistica dell’eucaristia e che non può essere bloccato in modo rigido nello schema di una religione della pura interiorità. Si pensi inoltre alla comprensione del ministero del Lutero della maturità, alla sua fondamentale apertura nei confronti dell’episcopato storico, come pure alla sua affermazione che egli avrebbe portato in palmo di mano e baciato i piedi ad un papa che avesse accolto e riconosciuto il suo vangelo. Non è perciò possibile riferirsi soltanto alle affermazioni polemiche del primo Lutero. Dobbiamo e possiamo piuttosto di nuovo riprendere anche la questione, fondamentale per il progresso dell’ecumenismo, della comprensione e del rapporto tra Chiesa, ministero e eucaristia.

A questo riguardo, potrebbe far fare un passo avanti il fatto di prendere sul serio gli aspetti mistici di Lutero.

Essi non si trovano soltanto nel giovane Lutero, ma anche nel più simpatico dei suoi più importanti scritti riformatori, Von der Freiheit eines Christenmenschen. Ciò potrebbe aprire possibilità di dialogo. Infatti, unità e riconciliazione non avvengono soltanto nella testa, ma in primo luogo nei cuori, nella pietà personale, nella vita quotidiana e nell’incontro tra le persone.

Detto in modo più accademico: abbiamo bisogno di un ecumenismo accogliente, in grado di imparare gli uni dagli altri. Solo attraverso di esso la Chiesa cattolica può realizzare concretamente e in pienezza la sua cattolicità; viceversa, anche l’originaria istanza di Lutero, in fondo esigenza ecumenica, può trovare piena soddisfazione solo tramite un ecumenismo accogliente. Non abbiamo ancora nessuna soluzione comune, ma si apre una possibile prospettiva comune e una comune via verso il futuro. La via verso la piena unità è aperta, per quanto essa forse possa essere lunga e irta di ostacoli.

Il contributo più importante di Martin Lutero per portare avanti l’ecumenismo non sta negli approcci ecclesiologici in lui rimasti ancora aperti, ma nel suo orientamento originario al vangelo della grazia e della misericordia di Dio e nell’appello alla conversione. Il messaggio della misericordia di Dio era la risposta al suo personale problema e bisogno, come pure agli interrogativi del suo tempo; esso è anche oggi la risposta ai segni dei tempi e alle pressanti domande di molte persone. Solo la misericordia di Dio può sanare le profonde ferite che la divisione ha inferto al corpo di Cristo che è la Chiesa. Essa può trasformare e rinnovare i nostri cuori, affinché siamo disponibili a convertirci, a usare tra noi misericordia, a perdonarci reciprocamente le ingiustizie passate, a riconciliarci e a metterci in cammino per ritrovarci insieme, con pazienza e passo dopo passo, sulla via verso l’unità nella diversità riconciliata.

In questo senso vorrei riprendere una frase che è stata messa in bocca a Martin Lutero. Come il detto sull’Anticristo, essa si colloca in una prospettiva escatologica, ma è più serena, più distesa e orientata alla speranza. «Se anche sapessi che il mondo finirà domani, pianterei lo stesso nel mio giardino una pianta di mele». L’1 novembre 2009 ho potuto piantare un piccolo tiglio nel ricostituito giardino di Lutero a Wittenberg; contraccambiando il dono, sotto il mio successore i luterani hanno piantato un ulivo nella basilica romana di San Paolo fuori le mura.

Chi pianta un piccolo albero nutre speranza, ma ha bisogno anche di pazienza. La pianticella deve, in primo luogo, crescere in profondità e mettere radici profonde per poter resistere alle avverse tempeste. Anche noi dobbiamo andare ad fontes e ad radices. Abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale nella comune lettura della Scrittura e nella preghiera comune. In secondo luogo, l’alberello deve crescere in altezza e innalzarsi nel cielo verso la luce. L’ecumenismo, noi non lo possiamo “produrre”, non lo possiamo organizzare o pretendere a forza. L’unità è un dono dello Spirito santo di Dio. Della sua potenza non possiamo avere scarsa stima, non possiamo gettare frettolosamente la spugna e perdere la speranza anzitempo. Lo Spirito di Dio, che ha iniziato l’opera dell’unità, la porterà anche a compimento, una unità non come la vogliamo noi, ma come la vuole Lui.

Infine, il piccolo albero deve crescere in ampiezza, affinché gli uccelli del cielo possano fare il nido tra i suoi rami (cfr. Matteo, 13, 32), cioè affinché tutti i cristiani di buona volontà trovino posto sotto di esso e alla sua ombra. Conformemente all’immagine del poliedro, dobbiamo permettere l’unità in una grande molteplicità riconciliata, essere disponibili nei confronti di tutte le persone di buona volontà e dare già oggi testimonianza comune di Dio e della sua misericordia.

L’unità è oggi più vicina di quanto lo fosse cinquecento anni fa. Essa è già iniziata. Nel 2017 non siamo più, come nel 1517, sulla via della separazione, ma su quella dell’unità. Se avremo coraggio e pazienza, alla fine non saremo delusi. Ci stropicceremo gli occhi e con riconoscenza ci stupiremo di ciò che lo Spirito di Dio, forse in modo totalmente diverso da come noi pensavamo, ci ha ottenuto. In questa prospettiva ecumenica il 2017 potrebbe essere per i cristiani evangelici e per quelli cattolici un’opportunità. La dovremmo saper sfruttare: farebbe bene a entrambe le chiese, a molte persone che nutrono delle attese al riguardo e anche al mondo che, soprattutto oggi, ha bisogno della nostra testimonianza comune.

di Walter Kasper

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE