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Una presenza che salva il mondo

· Il sacramento dell’Eucaristia nella postmodernità ·

Fra i versi de Il secondo avvento di William Butler Yeats, ci sono forse i più citati della poesia del ventesimo secolo. «Crolla ogni cosa; il centro più non tiene; Anarchia pura esplode contro il mondo». Scritta nel 1920, questa poesia non solo riassume l’orrore del secolo ancora giovane, ma sembra prevedere gli orrori futuri.

La postmodernità potrebbe anche essere, fino a un certo punto, una pretenziosa moda accademica, ma il suo terreno è costituito senza dubbio dal collasso di un centro autorevole e donatore di vita e dalla conseguente frammentazione vissuta quotidianamente nella cultura, nella politica e nella vita individuale.

Un esito è l’emergere del «sé proteiforme», ritratto in modo fantasioso nel film Zelig di Woody Allen. Si tratta di un sé privo di un centro, che si fonde senza sforzo nelle situazioni più disparate e caratterizzate da impegni non definitivi e non duraturi, ma è comunque capace di furia omicida.

A incombere sul ventunesimo secolo non è più lo spettro di Marx, ma quello di Nietzsche. La «morte di Dio» precipita in un abisso di nulla. Mentre molti lottano per riempire il vuoto con bagattelle sempre diverse di consumismo o con le infinite lusinghe dei mezzi di comunicazione sociale, alcuni indulgono in uno sfrenato desiderio di potere. E sembra regnare l’assenza, non la presenza.

Di fronte a questa situazione culturale — che Papa Giovanni Paolo II ha definito «cultura di morte» — dov’è che il credente cristiano può trovare, per dirlo con le parole di un altro poeta, Thomas Stearns Eliot, «il punto fermo del mondo che cambia»? In definitiva, nell’Eucaristia, il centro ardente del mondo, il sacramento della presenza reale. Al centro della celebrazione dell’Eucaristia, il sacerdote annuncia all’assemblea: «mistero della fede». E l’assemblea esclama: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta». Così facendo tracciamo le coordinate temporali del nuovo mondo di fede.

«Annunciamo la tua morte». L’Eucaristia celebra, ricorda, rappresenta il sacrificio eterno di Cristo sul Calvario. Cristo è disceso negli abissi della morte, nel vuoto dell’assenza. Ha ottenuto una vita nuova ed eterna non nonostante la morte, ma trasformando la morte. Quindi, nell’Eucaristia, i seguaci di Cristo vengono istruiti non a negare la morte nelle sue molte forme, come la delusione, la difficoltà, il fallimento, ma a trasformare il potere della morte insieme con Cristo

«Proclamiamo la tua resurrezione». Il Cristo presente nell’Eucaristia è il Gesù vivo dei discepoli vivi attraverso di lui, con lui e in lui. Non è un personaggio indistinto del passato da studiare a distanza, ma è vivo e lo si incontra nell’oggi della fede. Dichiara: «Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte» ( Apocalisse , 1, 17-18). Nell’Eucaristia non impariamo a proposito di Cristo, ma da lui.

La sua presenza resta nascosta dietro segni sacramentali. È una presenza reale che non è ancora del tutto manifesta. E quindi la fede confessa: «Cristo verrà di nuovo» per riassumere in sé tutte le cose, per «giudicare i vivi e i morti». Solo allora completerà l’opera di creazione e di redenzione perché «Dio sia tutto in tutti» ( 1 Corinzi , 15, 28).

L’Eucaristia apre alla fede un nuovo mondo di persone che sono fra loro in una relazione, la cui forma e sostanza è la persona di Gesù Cristo. Esorta anche al nuovo sacerdozio dei partecipanti, alla loro graduale trasformazione in membra vive del corpo di Cristo. «Qui non vi è greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto in tutti» ( Colossesi , 3, 11).

L’impeto dell’Eucaristia consiste nell’alimentare un movimento dalla frammentazione all’integrazione: il pane frazionato diviene lo strumento salvifico per riunire i tanti, il sangue versato ottiene l’espiazione del mondo. Nell’Eucaristia ciò che è decentrato trova il proprio centro. Chi cerca un significato può trovare qui il significato e il proposito di Dio.

L’Eucaristia, dunque, è puro dono, grazia. Dio ama così tanto il mondo da donare il suo figlio unigenito. E il Figlio ci ama così tanto da continuare a donarsi per la salvezza del mondo, in nessun luogo più tangibilmente che nell’Eucaristia.

Tuttavia, l’Eucaristia è anche un imperativo, un compito. Esorta i credenti a permettere alla presenza di Cristo di trasformare sia se stessi sia il loro mondo. Invece del sé proteiforme e senza radici della post-modernità, l’Eucaristia promuove un sé con un centro, libero di dare generosamente come ha tanto generosamente ricevuto.

Quale miglior nome per questo sé, che emerge dall’incontro con Cristo nell’Eucaristia, di «sé eucaristico», il cui linguaggio è il rendimento di grazie? Infatti, come scrive Paolo ai Colossesi: «E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (3, 17).

Le opere di questo sé eucaristico sono opere di servizio nella solidarietà con i membri più bisognosi del corpo di Cristo. I partecipanti all’Eucaristia sono chiamati a compiere opere di giustizia e di pace che contribuiscano a creare condizioni umane di autentico rendimento di grazie. La pragmatica Lettera di Giacomo ammonisce: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?» (2, 15-16). L’Eucaristia alimenta un sé eucaristico e nello stesso tempo promuove un’etica eucaristica.

Come è ben noto, il racconto dell’ultima cena nel Vangelo di Giovanni non narra l’istituzione dell’Eucaristia, come fanno gli altri Vangeli. Al posto suo troviamo invece Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli e li istruisce: «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (13, 15). Quindi l’esortazione di Cristo «fate questo in memoria di me», ripetuta in ogni celebrazione eucaristica, comprende sia la frazione del pane sia il servizio permanente agli altri. Entrambe queste azioni eucaristiche sono svolte per la vita del mondo, per la realizzazione più piena della presenza di Cristo in tutti.

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15 settembre 2019

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