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Una preghiera per la pace universale

· I discorsi di Riccardo Pacifici, Renzo Gattegna e del rabbino Riccardo Di Segni ·

«Quello odierno è un evento che lascerà un segno profondo nelle relazioni fra il mondo ebraico e quello cristiano, non solo sul piano religioso ma soprattutto per la ricaduta che auspichiamo possa avere tra le persone nella società civile». Lo ha detto il presidente della Comunità ebraica di Roma, la più antica della Diaspora occidentale, Riccardo Pacifici, nel primo dei tre discorsi rivolti al Papa durante la visita di domenica 17 gennaio in Sinagoga.
Una comunità quella romana «vivace, vitale, orgogliosa della propria storia, sempre più osservante delle proprie leggi e delle tradizioni. Con scuole che — ha sottolineato Pacifici — negli ultimi dieci anni sono caratterizzate da una crescita costante del numero degli iscritti. Una comunità che nel corso dei secoli ha potuto dare il proprio contributo alla crescita culturale, economica e artistica non solo della città, ma dell'intero Paese». «La nostra vitalità — ha proseguito Pacifici — è testimoniata dalle 15 sinagoghe oggi presenti nella Capitale, più che raddoppiate rispetto al 1986: l'ultima è la Shirat HaYam, che ha visto la luce da sei mesi a Ostia».
Quindi, ampliando il discorso, Pacifici ha spiegato come per gli ebrei lo Stato d'Israele sia «il frutto di una storia comune e di un legame indissolubile che è parte fondante della nostra cultura e tradizione. Un diritto, che ogni uomo che si riconosce nelle sacre scritture Bibliche sa essere stato assegnato al Popolo d'Israele». Per questo ha voluto ricordare il giovane soldato Gilad Shalit, cittadino onorario di Roma, che da 1.302 giorni è prigioniero. «È giunto il tempo di lavorare a nuove aspirazioni», ha auspicato Pacifici che ha anche manifestato a Benedetto XVI l'apprezzamento per la posizione coraggiosa assunta sul tema dell'immigrazione. «Noi, che fummo liberati dalla schiavitù in terra d'Egitto, come ricorda il primo Comandamento, siamo al Suo fianco — ha assicurato — perché tale tema venga affrontato con “giustizia”. Possiamo e dobbiamo contrastare paura e sospetto, egoismo ed indifferenza; rafforzare la cultura dell'accoglienza e della solidarietà, dell'altruismo e della sete di conoscenza dell'altro. Dobbiamo contrastare quelle ideologie xenofobe e razziste che alimentano il pregiudizio, far comprendere che i nuovi immigrati vengono a risiedere nel nostro continente, per vivere in pace e per raggiungere un benessere che ha forti ricadute positive per la collettività tutta. Ricordandoci che ogni essere umano, secondo le nostre comuni tradizioni, è fatto a immagine e somiglianza del Creatore».
Pacifici ha anche espresso preoccupazione per il fondamentalismo: «Uomini e donne animati dall'odio e guidati e finanziati da organizzazioni terroristiche cercano il nostro annientamento non solo culturale ma anche fisico. Per questo, dobbiamo solidarizzare con le forze che nell'Islam interpretano il Corano come fonte di solidarietà e fraternità umana, nel rispetto della sacralità della vita».
Quindi un riferimento al «peso della Storia» che si fa si sentire anche oggi «con ferite ancora aperte che non possiamo ignorare. Per questo guardiamo con rispetto anche coloro che hanno deciso di non essere fra noi. Noi figli della Shoah della seconda e terza generazione, che siamo cresciuti nella libertà, sentiamo ancor di più la responsabilità della Memoria». Con commozione, Pacifici ha parlato anche come figlio di Emanuele e nipote del rabbino Capo di Genova Riccardo, morto ad Auschwitz insieme alla moglie Wanda. «Se sono qui a parlare da questo luogo sacro, è perché mio padre e mio zio Raffaele trovarono rifugio nel Convento delle suore di Santa Marta a Firenze. Il debito di riconoscenza nei confronti di quell'Istituto religioso è immenso e il rapporto continua con le suore della nostra generazione. Lo Stato d'Israele ha conferito al Convento la Medaglia di Giusti fra le Nazioni», ha aggiunto salutando suor Vittoria, presente in rappresentanza delle consorelle. E quello dei suoi cari — ha commentato — «non fu un caso isolato né in Italia né in altre parti d'Europa. Numerosi religiosi si adoperarono, a rischio della loro vita, per salvare dalla morte certa migliaia di ebrei, senza chiedere nulla in cambio. Per questo, il silenzio di Pio xii di fronte alla Shoah — ha evidenziato Pacifici — duole ancora come un atto mancato. Forse non avrebbe fermato i treni della morte, ma avrebbe trasmesso un segnale, una parola di estremo conforto, di solidarietà umana, per quei nostri fratelli trasportati verso i camini di Auschwitz. In attesa di un giudizio condiviso, auspichiamo, con il massimo rispetto, che gli storici abbiano accesso agli archivi del Vaticano che riguardano quel periodo e tutte le vicende successive».
Quindi dopo aver ricordato che «numerosi sono stati i gesti e gli atti di riconciliazione compiuti dal pontificato di Giovanni XXIII a quello di Giovanni Paolo II, dalla Nostra Aetate alla visita di Benedetto XVI a Yad Vashem», ha invitato il Papa a dare «un ulteriore impulso alle attività di conoscenza e divulgazione dell'immenso patrimonio librario e documentario relativo alla produzione ebraica che è custodito nelle biblioteche e negli archivi vaticani. Apriamo i nostri cuori e da questo storico incontro usciamo con un messaggio di solidarietà. Questo — ha concluso — è il nostro modo di intendere il dialogo fra le religioni».
Dopo Pacifici ha preso la parola Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle ventuno comunità ebraiche italiane, che ha sottolineato lo stretto legame della visita di Benedetto XVI con quella compiuta da Giovanni Paolo II. «Questi due importanti eventi — ha spiegato — costituiscono attuazione di quel nuovo corso, nei rapporti tra ebrei e cristiani, che ebbe inizio cinquant'anni fa e di cui fu promotore Papa Giovanni XXIII, il quale per primo comprese che un costruttivo dialogo e un incontro in uno spirito di riconciliazione, sarebbe potuto avvenire solo su presupposti di pari dignità e reciproco rispetto». Principi — ha aggiunto — «solennemente affermati nella Dichiarazione Nostra Aetate che, concepita e voluta da Giovanni XXIII, fu promulgata il 28 ottobre del 1965 dal concilio Vaticano Ii. Da quel momento iniziò a svilupparsi un dialogo finalizzato sia a individuare obbiettivi comuni, per il futuro, sia a eliminare incomprensioni e divergenze a causa delle quali, nei secoli passati, gli ebrei pagarono un prezzo altissimo, in termini di vite umane e di sofferenze, per la loro ferma determinazione a rimanere fedeli ai propri principi e ai propri valori».
Il presidente ha poi citato il discorso Benedetto XVI in cui nel febbraio scorso, annunciando la decisione di compiere il suo viaggio in Israele, riprese le parole di Papa Wojty{l-lslash}a davanti al Muro Occidentale di Gerusalemme chiedendo perdono al Signore per tutte le ingiustizie che il popolo ebraico aveva dovuto soffrire e impegnandosi per «un'autentica fratellanza con il popolo dell'Alleanza».
Per Gattegna «la generazione che è sopravvissuta alla Shoah, e che, poi, ha avuto la fortuna di vedere realizzata la millenaria aspirazione alla ricostruzione dello Stato d'Israele, si sente pronta ad affrontare le prossime sfide, di cui la principale sarà quella di contribuire a instaurare nel mondo, per tutti, il rispetto dei diritti umani fondamentali, cosicché le diversità non siano, mai più, causa di conflitti ideologici o religiosi, bensì di reciproco arricchimento culturale e morale».
Certo — ha avvertito — «la nuova stagione è solo agli inizi e c'è un lungo cammino da percorrere, ma tutto sarà più facile se sapremo riempire di contenuto e dare il giusto significato a quel termine stupendo “fratelli” con il quale i nostri predecessori si salutarono ventiquattro anni fa, impegnandosi a costruire un prezioso rapporto di amicizia».
«La sua presenza — ha concluso — costituisce un rinnovato impegno a proseguire nel cammino intrapreso. Un cammino che deve essere proseguito insieme fra ebrei, cristiani e musulmani, come siamo qui oggi, per riscoprire la comune eredità, dare testimonianza del Dio Unico e, al di là delle differenze che rimarranno, inaugurare un'era di pace».
Infine il saluto del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che ha subito fatto riferimento alla mostra allestita nel Museo sottostante la Sinagoga. «Quando un nuovo Papa veniva eletto — ha ricordato — il Pontificato iniziava con una solenne processione per le vie di Roma», alla quale «dovevano partecipare anche gli ebrei della città, addobbando un tratto del lungo percorso. Tra gli addobbi c'erano anche dei grandi pannelli elogiativi. Si sapeva tutto del loro contenuto, ma nessuno li aveva mai visti in tempi recenti, fino a poco tempo fa, quando una scoperta casuale nell'archivio della nostra Comunità ha portato alla luce una collezione di quattordici di questi pannelli di cartone risalenti al diciottesimo secolo. Li abbiamo restaurati e abbiamo organizzato una mostra speciale nel nostro museo; il Papa oggi in visita da noi sarà il primo a vedere questi pannelli; sono un pezzo della nostra storia di ebrei romani da duemila anni in rapporto con la Chiesa, così come lo è l'evento storico che viviamo in questo momento. Ma — ha commentato — quanta differenza di significato. I pannelli erano il tributo dovuto a forza da sudditi appena tollerati, chiusi in un recinto e limitati in tutte le loro libertà. Prima dei pannelli del diciottesimo secolo c'era ancora peggio, l'esposizione del libro della Torah al Papa che si riservava anche di dileggiarlo. I tempi evidentemente sono cambiati e ringraziamo il Signore Benedetto che ci ha portato a un'epoca di libertà» in cui «possiamo, dai tempi del concilio Vaticano, rapportarci con la Chiesa Cattolica e il suo Papa in termini di pari dignità e rispetto reciproco. Sono le aperture del Concilio che rendono possibile questo rapporto; se venissero messe in discussione — ha ammonito — non ci sarebbe più possibilità di dialogo».
Riprendendo i riferimenti all'esposizione, il rabbino capo ha spiegato che «il tratto di Roma che gli ebrei dovevano addobbare era quello vicino all'Arco di Tito, scelto non a caso per ricordare agli ebrei l'umiliazione della perdita dell'indipendenza politica. Ma per noi — ha detto — quel simbolo non è mai stato soltanto negativo; gli ebrei erano sì umiliati e senza indipendenza, ma continuavano a vivere, mentre gli imperi che li avevano assoggettati e sconfitti non esistevano più».
«A questo miracolo di sopravvivenza — ha proseguito — si è aggiunto il miracolo dell'indipendenza riconquistata dello Stato d'Israele. Sono passati 24 anni dalla storica e indimenticabile visita di Giovanni Paolo II in questa Sinagoga. Allora fu forte la richiesta rivolta al Papa dai nostri dirigenti di riconoscere lo Stato d'Israele, cosa che effettivamente avvenne pochi anni dopo. Fu un ulteriore segno di tempi cambiati e più maturi. Lo Stato di Israele è un'entità politica, garantita dal diritto delle genti. Ma nella nostra visione religiosa non possiamo non vedere in tutto questo anche un disegno provvidenziale. Nel linguaggio comune si usano spesso espressioni come “terra santa” e “terra promessa”, ma si rischia di perderne il senso originario e reale. La terra è la terra d'Israele, e in ebraico letteralmente non è la terra che è santa, ma è eretz haQodesh la terra di Colui che è Santo; e la promessa è quella fatta ripetutamente dal Signore ai nostri patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe di darla ai loro discendenti, i figli di Giacobbe-Israele, che effettivamente l'hanno avuta per lunghi periodi. Nella coscienza ebraica questo è un dato fondamentale e irrinunciabile che è importante ricordare che si basa sulla Bibbia».
Di Segni ha sottolineato come più delle istituzioni contino «le memorie, le biografie di ognuno, un documento vivo e impressionante della storia ebraica di quest'ultimo secolo». Ha citato in proposito i Rabbini presenti e la rappresentanza del sempre più piccolo gruppo dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. «La loro storia — ha detto — non è solo storia di sofferenze, ma storia di resistenza e fedeltà. Qualcuno forse si sarebbe salvato se avesse abiurato. Ma non l'hanno fatto». Ha citato in proposito la testimonianza di Leone Sabatello, da poco scomparso. «“Siamo rimasti quelli che siamo sempre” — ha commentato il rabbino capo di Roma — è questa forza, questa tenacia, questo legame che rende grande e fa crescere la nostra Comunità. Viviamo una stagione di riscoperta della nostra tradizione, di studio e di pratica della Torah. Le nostre scuole crescono, crescono i servizi religiosi, le sinagoghe si moltiplicano nel tessuto urbano. E tutto questo avviene con una piena integrazione nella città, in spirito di amicizia, di accoglienza, di solidarietà e di apertura».
Quindi un accenno alla visita di Giovanni Paolo II che descrisse il rapporto tra ebrei e cristiani come quello tra fratelli, chiedendosi cosa bisogna fare insieme. Un esempio è il tema dell'ambiente. «Su questo punto — ha detto — abbiamo delle visioni comuni e speciali da trasmettere. Il dovere di proteggere l'ambiente nasce con il primo uomo; Adamo fu posto nel giardino dell'Eden con l'obbligo di “lavorarlo e custodirlo” ( Genesi , 2, 15). Bisogna ricordare che nella Bibbia ebraica non compare mai la parola natura, come cosa indipendente, ma solo il concetto di creato e creatura. Siamo tutte creature, dalle pietre agli esseri umani. Il cantico delle creature di Francesco d'Assisi è radicato nella spiritualità biblica, soprattutto dei Salmi. Possiamo per questo condividere un progetto di ecologia non idolatrica, senza dimenticare che alla cima della creazione c'è l'uomo fatto a immagine divina. La responsabilità va alla protezione di tutto il creato, ma la santità della vita, la dignità dell'uomo, la sua libertà, la sua esigenza di giustizia e di etica sono i beni primari da tutelare. Sono gli imperativi biblici che condividiamo, insieme a quello della misericordia; vivere la propria religione con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e promozione umana, senza aggressività, senza strumentalizzazione politica, senza farne strumento di odio, di esclusione e di morte». Per Di Segni si tratta di una «terribile responsabilità dell'uomo», sebbene «malgrado una storia drammatica, i problemi aperti e le incomprensioni» siano «le visioni condivise e gli obiettivi comuni che devono essere messi in primo piano. L'immagine di rispetto e di amicizia che emana da questo incontro — ha concluso — deve essere un esempio per tutti coloro che ci osservano. Ma amicizia e fratellanza non devono essere esclusivi e oppositori nei confronti di altri. In particolare di tutti coloro che si riconoscono nell'eredità spirituale di Abramo. Ebrei, cristiani e musulmani sono chiamati senza esclusioni a questa responsabilità di pace. La preghiera che si alza da questa Sinagoga è quella per la pace universale annunciata da Isaia (66, 12) per Gerusalemme, “la pace come un fiume e la gloria dei popoli come un torrente in piena”».

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16 ottobre 2019

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