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Una poetica dell’umano

La santità parla. Ha un linguaggio, un alfabeto, una semantica. Parla a uomini viventi. La santità, dunque, è radicata nella storia. Si rinnova assumendo sensibilità affatto nuove, elaborando linguaggi diversi. Si potrebbe dire che essa è intrinsecamente moderna, contemporanea.

Una preoccupazione, questa, che ha sempre accompagnato Giovanni Battista Montini e poi Paolo VI. Come parlare all’uomo contemporaneo? A quest’uomo che — dirà l’arcivescovo Montini a Milano — perso il suo centro si ritrova «disorbitato», che ha perduto, nella sua ansia di uscire di casa, le chiavi della casa stessa? Come parlare a un uomo e a un’epoca ossessionati dalla modernità che ci ha trasmesso criteri e ansie rispetto all’ideologia delle novità. Un’epoca complessa il Novecento, attraversata da un gigante com’è stato Paolo VI, che ha fatto proprio della parola uno straordinario strumento d’incontro, di evangelizzazione, di dialogo, di verità. Un gigante che, a quarant’anni dalla morte, si accinge, dopo la beatificazione, a divenire santo. Un gigante che si è posto rispetto al tema della modernità, che altri ha affrontato brandendo un’alterità militante o al contrario una imbelle cedevolezza e sudditanza, con fiduciosa fermezza, cercando nell’umano e nel suo connaturato “senso religioso” il terreno di un incontro leale, franco e appassionato.

La questione per Montini è evidente: innanzitutto vi è una chiara diagnosi del tempo moderno, caratterizzato da una trascendenza anoressica e dalla trasformazione dell’esperienza religiosa in esperienza morale, per cui Dio finisce con il coincidere sempre più con un sistema di valori adattabile ovviamente alle mode del tempo. Tutto si risolve, scrive Montini in Coscienza universitaria, in «atti di coscienza» che sotto l’imperio della cosiddetta contemporaneità si risolve in qualcosa che è «per nulla diverso dal sogno, dall’allucinazione, dall’illusione».

In secondo luogo vi è la consapevolezza tutta paolina che dire di Cristo esige un metodo e una chiarezza: «Meglio fallire che equivocare» scriverà nelle pagine di «Studium» negli anni trenta, intravvedendo il pericolo della trasformazione dell’esperienza della Chiesa in «pseudo-chiesa», piegata sul sentimentalismo, adattata alle esigenze del benessere esistenziale, tentata dagli infiniti slittamenti semantici che riducono la Parola alla sua caricatura, sempre piegata all’interesse del momento.

La Parola contro l’antiparola, il regno tanto amato dal demonio: Paolo VI nell’incontro di Sydney con i giovani, affida loro la difesa della Parola, che è carne, che è storia, che è realtà. Ed è proprio la Parola, che diventa linguaggio, dopo la diagnosi e dopo il metodo, lo strumento principale, il terreno comune di incontro tra Cristo e l’uomo moderno. Il linguaggio è per Montini parola, gesto e relazione: «I lontani spesso sono gente male impressionata da noi ministri della religione, perché la religione coincide per essi con la nostra persona. Sono spesso più esigenti che cattivi, Talora il loro anticlericalismo nasconde uno sdegnato rispetto alle cose sacre, che credono in noi avvilite. Ebbene, se è così, fratelli lontani, perdonateci».

La sua appare come una poetica. Una poetica dell’umano comprensibile a tutti.

E proprio oggi, nel momento in cui la Chiesa è in cammino verso la santificazione di quest’uomo in cui si sintetizza tutto il dramma e la grandezza del Novecento, quella “poetica” assume un linguaggio nuovo. Si sa, la santità è inscindibile, per i nostri criteri di comprensione, dall’esistenza di un miracolo. E sempre Dio parla agli uomini un linguaggio a loro comprensibile, elaborando la semantica della vita e della morte, della salute e della malattia. Il miracolo si attesta sul terreno dell’essenziale. Solo l’essenziale è comprensibile e si sottrae alle sottigliezze dello psicologismo, del sofismo, del nichilismo. Salute e malattia, vita e morte sono insomma tangibili.

E tuttavia Paolo VI nel suo linguaggio spiazza. Il miracolo si colloca in una zona che la cultura corrente considera pre-vita. È l’utero materno il luogo santo in cui il santo parla, l’agorà in cui annunciare la grandezza di Dio. L’Humanae vitae, l’enciclica più incompresa e per questo contestata di Paolo VI, diventa carne. Egli ci riconduce alla radice di ogni esistere, alla fonte della storia.

La vita è il vero quotidiano e millenario miracolo. Questo sembra dirci Paolo VI agendo nel misterioso mondo della gestazione, dell’attesa, dell’inattendibile, della potenza assoluta, laddove destino e libertà si fecondano proprio come diventa feconda la carne.

Il linguaggio di Paolo VI è stato ed è il linguaggio della vita. Lo ha vissuto, lo ha sofferto, lo ha patito in un tempo in cui l’uomo è stato rapito da un’ansia de-molitoria fine a se stessa, da una noia esistenziale tanto simile alla prefazione di un esisto mortale, alla riduzione dell’umano alla sua caricatura sempre pendolante tra annichilimento ed esaltazione. Una rivendicata eterna adolescenza dell’umano incapace di trasformarsi in “uomo”. In quell’uomo che Paolo VI rintraccia, nella grandezza di un destino, nel suo momento germinale, trasformandolo in segno della grandezza non solo di Dio, ma della sua stessa creatura.

di Giacomo Scanzi

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21 febbraio 2018

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