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Per una patria
europea

· Un intenso saggio dell’arcivescovo Bruno Forte ·

Sempre più ricco e vivace si va facendo il dibattito sull’Europa che comprende anche il problema di come chiamarla. Va da sé che non si tratta di un problema nominalistico, ma dello sforzo di trovare, oltre l’attuale nome di Unione, il nome più giusto, più promettente e più adatto per indicare quello che essa può, vuole e potrebbe saggiamente diventare.

Perché non proporsi una patria europea?

Interviene da ultimo, nell’interessante dibattito sull’Europa, l’arcivescovo Bruno Forte, adottando un titolo per un suo aureo libretto: la definizione che Alcide De Gaspari, sessantacinque anni fa, diede per l’Europa come sua auspicabile forma politica. Nella Conferenza parlamentare europea del 21 aprile 1954, egli chiamò il suo intervento: «La nostra patria europea». Sostanzialmente questo titolo è stato scelto da Forte per il suo recente scritto La patria europea (Brescia, Morcelliana, 2019, pagine 41, euro 7).

«Patrimonio europeo» (murale realizzato dagli studenti del liceo scientifico Angelo Messedaglia di Verona)

L’autore si pone sulla scia di Papa Francesco nel sottolineare la dignità dell’uomo su cui la patria europea deve costruirsi. Come il Papa insiste sul fatto che l’Europa non possa ridursi a un insieme di regole da osservare o a un prontuario di procedure da seguire, mentre «ha sottolineato come lo spirito di servizio e la passione politica dei Padri fondatori dell’Europa unita nascessero da una precisa e condivisa consapevolezza». Forte sottolinea soprattutto come dai discorsi di Papa Francesco venga, di fatto, l’indicazione e l’invito a percorrere le strade miti della cultura, dell’educazione delle migliori tradizioni religiose per continuare quello che più serve: offrire forti motivazioni al desiderio da suscitare di costruire la patria europea.

“Patria europea” non in senso populista

Forte sviluppa sua riflessione partendo, in sostanza, da due domande sottintese: se esista, almeno a livello tendenziale, una comunità di europei (politica, culturale), oltre quella economico-finanziaria che ne è la figura almeno predominante; se la prospettiva di una patria europea sia realisticamente proponibile. Il suo argomentare, in favore di questa prospettiva si misura, poi, con le obiezioni contrarie o con l’indifferenza a tale prospettiva.

L’onda populista, che poco ha a che vedere con il corredo di sensi implicato nell’espressione “Europa dei popoli”, è connotata da correnti gelide pericolose: anzitutto, muta la giusta atmosfera che serve all’attuale discorso sulla casa “comune europea”, come pure spesso ci si esprime; inoltre, nasce un grave problema circa l’alterazione della forma democratica di società, che finora è stata la saggia scelta ed era il felice destino dell’Europa, a motivo di un etnicismo mitizzato e ideologizzato (paurosa eco di terribili ideologie del Novecento di mezzo), che opta per la cosiddetta «democrazia organica» poggiata su un fondamento etnico rigidamente omogeneo (cfr. Alain de Benoist, Democrazia, il problema, Roma, Editrice Pagine, 2017).

Il mondo cristiano non può non turbarsi dinanzi a un simile scenario che vede un’opposizione all’idea umanistica di democrazia cristianamente ispirata che, come è noto, si basa invece su diritti umani pre-statali, germinati dalla realtà della persona umana e ancorata alla sua singolarità, all’apertura all’altro e alla comunità di uomini liberi (cfR. J. Maritain, Cristianesimo e democrazia, Vita e Pensiero, 1977). Questa idea di società civile e politica basata sulla persona era matrice ispirativa nell’Ottocento europeo, quando s’è presa a elaborare l’idea di patria. In quei decenni il cattolico Antonio Rosmini Serbati offriva l’idea più personologica all’idea di società, affermando che la persona non ha diritti, ma è «lo stesso diritto sussistente» (“ipsum ius subsistens”).

Le insidie del “tempo liquido” per la “patria europea”

Il libro di Forte mira a riportare alla saggia soglia delle intenzioni dei padri dell’Europa. La volontà è quella di risvegliarle e di ritornare alle pacate e profetiche parole di De Gasperi che, nella ricordata Conferenza parlamentare europea, indicavano nell’unità-diversità dell’Europa la condizione necessaria per il suo futuro: pace, progresso e giustizia sociale. La ripresa di quegli ideali è passata già attraverso il nome di “Unione europea”, ma oggi, sotto la pressione paradossale di un contesto liquido (e dunque debole), si sente il bisogno di legarli a un nome più impegnativo ed esigente: la Patria europea.

Più di una generica crisi dell’Europa, è urgente affrontare i problemi che pone il contesto specifico della “liquidità” in cui l’Occidente vive. È quello che fa Bruno Forte ponendosi il problema di come pensare la possibilità della patria europea «nell’era delle appartenenze fluide». Egli ricorda che nella “modernità liquida” i modelli sociali sono mutevoli e volubili; in più, paiono essere troppi, in contrasto stridente fra loro e con le matrici ispiratrici. La “liquidità”, come è noto, è la metafora e forse il simbolo scelto dal sociologo-filosofo polacco Zygmut Bauman per rappresentare e interpretare le attuali forme dell’antropologia, delle visioni della vita, delle grandi intraprese umane (cultura, politica) e perfino dei fondamentali sentimenti umani, come l’amore).

La metafora-simbolo di Bauman pervade l’intera esistenza, che è pertanto segnata da condizioni di continua incertezza, come mostra nei suoi libri (cfr. Modernità liquida, 2002; Paura liquida, 2008; Vita liquida, 2008; Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero, 2009). Tutto questo qualifica anche le configurazioni sociali e politiche, come pure, almeno sulle prime, crea problemi sulla ricerca della ricerca identitaria dell’Europa e del suo poter diventare una patria.

Tuttavia, la «liquidità», per Forte, dissolve concezioni anchilosate di patria, ma lascia aperta la possibilità di una patria diversamente pensata: «Se si va diluendo il concetto ristretto di patria, caro alle forze in gioco nel secolo scorso, è allora legittimo chiedersi in che misura possa esserci ancora una valenza dell’idea di patria e in particolare se e in che misura quest’idea possa essere applicata alla “casa comune europea”».

Una risposta resiliente al “tempo liquido”

I dubbi restano, tante domande incalzano. Come può essere possibile pensare, progettare, costruire una “patria europea” nel mezzo di processi sociali cangianti, deboli, contradittori, come quelli che caratterizzano la Babele post-moderna così frastornante e frivola, così gassosa, sfuggente e “liquida”? Come ci si può impegnare in una intrapresa politico-culturale-giuridica così complessa e faticosa, quando si è in un “tempo liquido” nel quale tutto nasce facilmente e tutto facilmente si rompe e finisce? Come non considerare come “impedimenti dirimenti” (direbbe un canonista cattolico) le conseguenze che un simile tempo comporta: la labilità dei propositi, dei rapporti, delle decisioni di chi dovrebbe compiere tale impresa colossale?

Insomma, la possibilità di una nuova patria è davvero nella condizione di realizzarsi o è destinata a spegnersi dentro il perimetro del desiderio? Anche la risposta a questa domanda per Forte non è solo positiva, ma caratterizzata da vincente resilienza: «La risposta mi sembra non possa essere che positiva, a condizione di riconoscere la forza dei cambiamenti avvenuti e di rimodulare il concetto stesso di patria su nuovi orizzonti e più vasti confini. Due livelli vanno messi in evidenza: il primo è quello universale del “villaggio globale”, cui tutti apparteniamo». Forte completa la sua risposta in una prospettiva esplicitamente cristiana e teologica. «Si tratta di sviluppare e alimentare — scrive — in ognuno un respiro universale, “cattolico” nel senso originario di questo termine (dal greco kath’ólou: «secondo il tutto», «conforme alla totalità»), e dunque una coscienza alta e profonda di appartenere tutti a un destino comune, in cui nessuno potrà essere indifferente agli altri o irrilevante per loro».

Una conclusione triadica

Dinanzi alla domanda che tormenterà, ancora a lungo e molti, circa la possibilità di fare dell’Europa una patria, non dovrà mai essere chiuso lo spazio della speranza. In concreto questa si articola in pochi tracciati comportamentali.

1. Curare le “radici cristiane”. Forte avverte che parlare di “radici cristiane” dell’Europa potrebbe diventare «un richiamo generico e perfino meramente ideologico, se non si spinge lo sguardo fino alla più originaria novità cristiana, che è quella dell’inaudito avvento di Dio nella storia degli uomini, come inizio e fondamento di una speranza capace di cambiare il mondo e la vita». Evidentemente questo è un richiamo valevole prevalentemente per i cristiani, la cui testimonianza, però, potrà avere influenze anche fuori della comunità credente.

2. Non perdere il centro. Il centro del discorso societario, politico, giuridico e di quello sulla Patria europea è la persona. «L’idea di “persona”, che è alla base di ogni affermazione del valore assoluto dell’essere umano unico e singolare, la concezione della storia come aperta verso un progresso possibile e orientata verso una meta sperata, la fondazione dell’etica in una rete di relazioni di reciprocità, che partono da quella col Dio personale, sono senza dubbio frutto dell’ingresso del Vangelo nel tessuto vitale dei popoli europei, valori che hanno così permeato l’ethos dell’Occidente da caratterizzarlo inconfondibilmente».

Come Forte, anche un altro teologo conchiude il suo discorso sull’Europa con un approdo al Vangelo, anzi col riferirsi a una delle sue pagine più alte: «Se (...) dovessimo scegliere una delle Beatitudini, quella più adatta al lavoro per un’Europa riconciliata e dinamica, sceglierei volentieri la beatitudine della mitezza: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. La mitezza, in effetti, viene da una lotta determinata e tranquilla contro tutte le violenze. (...) Il Vangelo ci annuncia che questa determinazione dolce ci garantirà il possesso per eredità della terra: non un possesso sul quale mettere le mani ma una signoria che mette tutto a disposizione di tutti. Una Europa vera sarebbe, dunque, una Europa della mitezza» (Ghislain Lafont, Il futuro è nelle nostre radici. La novità del Vangelo nell’Europa del terzo millennio, 2005).

3. Aprirsi alla “Tenda planetaria”. L’Europa è una patria, ma non l’unica né la più grande. Dall’Europa si va alla Tenda planetaria: «Ritrovare l’amore alla “casa comune” europea e avvertirne il fascino e il conseguente compito non solo verso i cittadini europei, ma anche verso l’umanità intera, cui l’Europa ha offerto concetti e valori fondamentali come quelli di “persona” o di “progresso”, è urgenza che deve vederci impegnati tutti, nessuno escluso. La “patria” europea ci chiama a un rinnovato impegno al servizio della pace e della giustizia per l’intero pianeta».

Il breve e intenso testo di Bruno Forte (i libri non si valutano a peso di carta), come è ben’apparso, ha suscitato la spinta per un’articolata riflessione, per così dire ha portato lontano, facendo riflettere anche su una lontananza amara: è apparso chiaro che negli ultimi decenni ci si è allontanati dalle matrici umanistiche e cristiane (storicamente innegabili), perdendo, così, una fonte sapienziale importantissima nel pensare, nel decidere, nell’operare di un’Europa che avrebbe avuto più fortuna e dignità se avesse cercato d’impegnarsi in qualcosa di più alto e promettente che non fosse soltanto un set minimo di valori universali (cfr. Joseph H. Weiler, Un’Europa cristiana. Un saggio esplorativo, 2003).

Ma non c’è da scorarsi. Quello che non è stato, può accadere ancora, magari in forme diverse e in quelle possibili per il tempo presente. Questo l’insegna la storia e l’intuisce la speranza.

di Michele Giulio Masciarelli

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15 novembre 2019

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