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Una parola antica e nuova per l’umanità di Facebook

Mercoledì 29 febbraio a Padova nell’aula magna della Facoltà Teologica del Triveneto si svolgerà il Dies academicus con cui si inaugura il settimo anno di attività della Facoltà. Anticipiamo le conclusioni della prolusione.

Dopo duemila anni di cristianesimo, rimane il compito della missione; e rimane anche il compito della catechesi. Depone però a favore del realismo della Chiesa il fatto che oggi si sia riconosciuto anche il compito della nuova evangelizzazione. Forse questa vi è sempre stata, come lascia intuire la lettera agli Ebrei. Al presente essa si rende tuttavia particolarmente urgente là dove opera la secolarizzazione: specialmente nelle metropoli del Nord e dell’Occidente, ma anche nelle campagne, ove si sta dissolvendo la tradizionale simbiosi tra cultura e religione. La secolarizzazione acutizza la situazione, in quanto l’agnosticismo pare convincere la maggioranza delle persone. Questo è un fatto nuovo. Eppure anche la secolarizzazione ha la sua dialettica e Charles Taylor l’ha ben descritta. Essa consiste in un — seppur ambivalente — effetto del cristianesimo stesso, in quanto il Vangelo sa distinguere tra religione e politica, tra fede e cultura. La cultura secolare della modernità ha sviluppato dei propri standard di impegno politico e sociale, che per la Chiesa non sono affatto di scarso interesse: sebbene siano talora irritanti, si rivelano a volte capaci di dare ispirazione. Essa ha anche distrutto molte cose che per tanti erano sacre. Sarebbero però crollate se avessero avuto sufficiente forza interiore? Nel corso della sua visita in Germania del 2011 Benedetto XVI ha proposto in un discorso a Ratisbona la sua tesi provocatoria, secondo cui la secolarizzazione avrebbe anche liberato la Chiesa da privilegi che le avrebbero impedito di occuparsi del suo compito proprio, ovvero dell’annuncio del Vangelo. Allora però le società secolarizzate non possono apparire come delle lande desolate agli occhi della fede; esse rimangono il campo sul quale il seminatore ha sparso il suo seme e che alla fine, anche se per lungo tempo si vedranno solo insuccessi, porterà il suo raccolto sovrabbondante ( Marco , 4, 3-9 ). Forse occorrerà solamente — per rendere la parabola secondo le condizioni attuali — un servo che concimi il campo, affinché le piante possano tornare a crescere un po’ meglio. Forse oggi ci troviamo nel tempo di quel fico, riguardo al quale il vignaiolo esprime il saggio consiglio di dare ancora una possibilità all’albero che non porta frutti, e di rivoltare e concimare il terreno ( Luca, 13,6-9). Vedere la necessità della nuova evangelizzazione significa cogliere un appello al realismo. Essa corrisponde anche all’ammissione che si è potuti giungere ad un indebolimento della fede. E al tempo stesso rappresenta un nuovo inizio. In quale direzione? Una risposta può essere cercata in tre prospettive: si tratta da una parte del “che cosa” della fede; in secondo luogo si tratta del “come” della fede; si pone infine la questione del “dove” della fede. È nota la tensione che sussiste tra fides quae e fides qua ; oggi bisogna però forse anche interrogarsi circa la fides quo . Il contenuto e la forma della fede vanno insieme; la fede necessita però anche di un luogo, per potersi fare concreta.

Ai contenuti della fede si riferisce quell’iniziativa a lungo preparata da parte della Chiesa cattolico-romana di concepire un catechismo universale e di presentarlo in diversi formati: come enciclopedia, come compendio e come breviario per i giovani, lo Youcat. Simili catechismi si sono dimostrati particolarmente importanti in tutte le situazioni di crisi avutesi nella storia della Chiesa: come accertamento della propria identità, come documento di ambizione didattica, come invito a scoprire il vasto mondo della verità dogmatica e morale, comprese le frontiere e i guardrail, gli sviluppi e le decisioni. In ogni caso un catechismo non sottostà unicamente all’esigenza di documentare il contenuto della fede con correttezza e completezza dottrinale. Esso deve anche rispondere alla gerarchia delle verità, che Gesù stesso ha impostato quando ha espresso la propria critica alla halacha dei farisei: «Voi pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà» ( Matteo , 23,23). L’orientamento classico di un catechismo nei confronti del Credo, dei sacramenti, del decalogo e del Padre nostro consente una simile accentuazione. Come questa però vada posta in relazione con l’ampiezza dei 2865 paragrafi, che sembrano rispondere in maniera quasi definitoria a pressoché tutte le singole domande dell’essere cristiano, va spiegato in modo preciso. Decisivo risulta il fatto che il luogo del catechismo venga considerato all’interno della vita di fede e della dottrina di fede. Esso non costituisce mai un fenomeno primario, bensì uno secondario della fede cristiana. Questa ha sin dagli inizi un contenuto chiaro, che richiede una spiegazione: il Dio unico, Padre e Figlio e Spirito Santo, e tutto quanto Dio ha compiuto per la salvezza dell’uomo. Ciò però il catechismo non può saperlo da sé, bensì può solo trarlo dalla Sacra Scrittura, dalla liturgia della Chiesa, dalla tradizione viva di tutti coloro per i quali è sacro il Vangelo, dal servizio ai poveri. I nuovi catechismi cattolici rispettano tale fatto, nella misura in cui mediante immagini e testi tratti dalle fonti delineano il contesto della vita cristiana, entro il quale la dottrina si deve sviluppare. A questo punto però l’ermeneutica della fede deve essere coerente. Ai concetti ed alle formulazioni, alle definizioni e distinzioni, che hanno tutto il loro significato dogmatico, devono aggiungersi anche le storie della fede, i colori e i profumi della liturgia, soprattutto i volti di quegli uomini e donne, che si impegnano per quella fede, che senza di loro nemmeno esisterebbe. Allora la strategia della nuova evangelizzazione non potrà consistere unicamente nella propagazione del catechismo, bensì dovrà piuttosto — come formulava il concilio Vaticano II — apparecchiare in maniera più ricca la «mensa della Parola» ( Dei Verbum , 21) e creare nuove possibilità di accedere alla Sacra Scrittura, la prima storia della fede, la fonte originaria della liturgia, la primitiva galleria di persone che hanno creduto. Ciò presuppone un ampio spettro di iniziative di pastorale biblica. Queste non devono limitarsi a fornire informazioni sulla Bibbia, quanto piuttosto introdurre nella stessa. La nuova evangelizzazione consiste in un’alfabetizzazione. Leggere l’intera Bibbia è il suo ambizioso traguardo. Si deve però essere realisti. L’imperativo del momento consiste in una Bibbia per principianti: non una Bibbia che subito ci travolga con 1500 pagine, bensì che renda visibile la struttura dell’insieme, con molte possibilità di accesso nella grande corrente della storia che parte da Adamo ed Eva ed arriva fino a Cristo ed alla comunità dei redenti e nelle numerose correnti e vortici delle storie singole, che forniscono alla grande storia la sua drammatica e concrezione. La lettera agli Ebrei ha stabilito i parametri: essa impiega la Scrittura al fine di trovare un linguaggio della fede; la Scrittura non le interessa però solo in quanto alla lettera, bensì come mezzo per lo Spirito, che rende viva la parola di Dio perché apre le orecchie e i cuori degli uomini.

Se la fides quae viene presentata in questo modo, allora è sin dall’inizio visibile l’intimo legame con la fides qua . Il catechismo in ogni caso presenta la modalità di fede come un sistema di regolamentazione — e non potrebbe fare altrimenti dato il suo genere letterario. Esso va perciò tutelato dall’impressione che l’etica e la spiritualità cristiane si limitino ad un insieme di divieti e precetti. Entrambi, precetti e divieti, sono importanti; essi rientrano sin dall’inizio nelle dinamiche della fede, in virtù della necessità di una chiarezza profetica. La Torah è però indicatore di cammino verso il regno della libertà, mentre il Vangelo è invito ad entrare nel regno di Dio. Per tale ragione i precetti e i divieti convincono solo se diviene visibile il loro orientamento alla gioia di vivere che procede dalla fede, alla gioiosa serietà del gioco liturgico, al premio infinito che è promesso a quanti si impegnano per gli altri, per il Vangelo, per Gesù Cristo ( Marco , 8,35ss; 10,29s ). Ciò presuppone a sua volta delle testimoni e dei testimoni viventi della fede. Questi li si trova al presente spesso in comunità spirituali, che hanno in genere un loro stile specifico, motivante e altamente ambizioso. La nuova evangelizzazione deve comunque spingersi fino alle frontiere ed anche al di là delle stesse. Nell’Antico come nel Nuovo Testamento esiste il fenomeno dei profeti stranieri: uomini che dall’esterno guardano ad Israele, a Gesù e ai suoi discepoli, e che a volte riescono a vedere con maggior chiarezza di quanti stanno all’interno. Nell’Antico e nel Nuovo Testamento non vi sono solo i grandi della fede ma anche i piccoli della fede; non ci sono solo quelli che stanno al centro ma anche quelli che si situano ai margini. La nuova evangelizzazione ha bisogno degli esempi positivi di quanti sono in grado di dimostrare come si possa scrutare nel cuore della vita grazie alla fiaccola del Vangelo. Essa ha però anche bisogno degli esempi di coloro che vogliono iniziare con la fede e compiono i primi passi, oppure ancora esitano nel porsi in cammino, ma sono tuttavia divenuti attenti, curiosi, vigilanti. Non è forse giunto il tempo di utilizzare internet per creare una rete globale di simili storie da diverse regioni e culture? Non è forse il Vangelo stesso un facebook ? Le persone non mostrano forse sin dall’inizio il proprio volto per rendere plausibile la dimensione umana del mistero divino? Riandando al Nuovo Testamento, questo necessita di una storia della Chiesa, che non tace la ricerca e le domande dei discepoli di Gesù, ma le rende visibili come l’effettivo punto di partenza, che rientra nella credibilità del Vangelo. La lettera agli Ebrei stessa si inserisce in tale storia, perché non depenna nessuno di quanti sono rimasti indietro, bensì intende condurre tutti là dove già si trovano quanti si son fatti convincere della necessità della nuova evangelizzazione: «Voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa, e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti ed agli spiriti dei giusti portati alla perfezione» ( Ebrei , 12,22s). Ciò non è però successo nell’aldilà bensì nell’al di qua della storia, dato che già qui ed ora si fa l’esperienza della presenza di Dio, l’esperienza della fede. In tal modo viene sollevata la terza domanda: quella circa il “dove” della fede. Ad essa è possibile dare una sola risposta: qui ed oggi. La nuova evangelizzazione ha prodotto una notevole serie di progetti di missione metropolitana: a Colonia, Vienna, Parigi, Budapest, Dublino, Lisbona, Bruxelles, Liverpool, Varsavia, Torino e Barcellona. Ciò spinge a guardare al futuro, perché inizia proprio in Europa, dove la secolarizzazione è più forte, la fede però più importante e la attualità del Vangelo è somma. Per quanto importante sia la tradizione, il caso serio della fede si dà sempre nell’“oggi”. E “oggi” la fede non viene solo ricevuta e trasmessa, bensì anche cercata e vissuta.

La città è l’elisir vitale del cristianesimo primitivo e diventerà sempre più importante per la Chiesa anche nel 21° secolo, l’età delle megalopoli. Il cristianesimo urbano deve però anche determinare le forme della nuova evangelizzazione, i suoi mezzi e i suoi soggetti. Quale luogo della fede la città risulta particolarmente di sfida e di ispirazione, perché vi sta di casa la pluralità e la mobilità della modernità. Dal punto di vista della Chiesa esse vengono spesso viste come dei nemici, dei nemici della fede. La pienezza del Vangelo è però in se stessa multiforme; e la fede stessa è una via piena di dinamica. La lettera agli Ebrei riconduce ad unità entrambi gli elementi: la realtà e la trascendenza della città, la motivazione e il fine della fede. «Usciamo quindi verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo obbrobrio, perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura» ( Ebrei , 13,13s). La nuova evangelizzazione, così intesa, non rappresenta solo un progetto di riforma della Chiesa, bensì del mondo. Se la nuova evangelizzazione riesce a fornire ali alla fede, allora ottiene il medesimo risultato anche per la solidarietà; se rafforza il senso dell’infinito, allora anche il senso per il finito, per ciò che va fatto in questa città, in quanto essa non rimane e per ciò che a tale città va dischiuso, affinché non si chiuda a quell’altra. È tempo di cominciare. È tempo di osare un nuovo inizio.

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18 settembre 2019

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