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Una palla di cannone chiamata Blake

· Il visionario inglese nella lettura di Chesterton ·

La penna di Piero Citati è immaginifica, fascinosa e stilisticamente impeccabile. Talvolta, però, l’istinto letterariamente onnivoro di colui che la impugna inciampa in superficialità culturali ingiustificabili in un man of letters della sua esperienza. È successo, ad esempio, di recente nell’incipit di un «Ritratto di Lytton Strachey, il bardo dell’età vittoriana» («Corriere della Sera», 30 luglio 2014, pagina 28) in cui Citati ha annoverato William Blake (1757-1827) tra «gli autori allora quasi sconosciuti» dei quali proprio Strachey scrisse tra il 1905 ed il 1919. In realtà, Citati non dovrebbe dimenticare che nel 1906, con le sue riflessioni sulla poesia di Blake, Strachey intervenne in un acceso dibattito letterario e culturale intorno al poeta dei Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza che, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, aveva impegnato poeti, scrittori ed intellettuali in tutta Europa e avrebbe continuato ad impegnarli nei primi decenni del ventesimo. 

Non è inutile richiamarne alcuni tra i più emblematici. Dante Gabriele Rossetti venerò Blake come progenitore artistico-letterario insieme agli altri pre-raffaelliti, contribuendo al completamento postumo della biografia di Alexander Gilchrist (1863). William Butler Yeats, con Edwin Ellis, ne reinterpretò il percorso “poetico, simbolico e critico” in una fondamentale opera filologico-bibliografico-ermeneutica in tre volumi, pubblicata a Londra nel 1893. A Blake dedicarono, inoltre, saggi critici Algernon Charles Swinburne (1868), Thomas Stearns Eliot (1921), e Sir Geoffrey Langdon Keynes (1887-1982), fratello minore dell’economista John Maynard. Sulla scorta dei dati esemplificativi appena richiamati, non pare difficile concordare con lo studioso statunitense Donald Pease (Dartmouth College) quando afferma che l’«indipendenza [di Blake] dal suo passato lo ha trasformato in un precursore del modernismo, cioè di una tradizione definibile in virtù della sua negazione di [ogni e qualunque] continuità storica».
Sull’affollato e movimentato palcoscenico blakeano a cavallo tra Otto e Novecento poteva mancare la monumentale e gladiatoria figura di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936)? Ovviamente e fortunatamente no, come dimostra un lodevole volumetto delle milanesi Edizioni Medusa (Milano, 2014, pagine 111, euro) che ripropone il saggio chestertoniano su Blake in prima versione italiana con una diligente traduzione di Luana Salvarani e una gustosa introduzione di Alessandro Zaccuri.
Perché, con l’originale inglese che apparve nel 1910 nel contesto di una fortunata collana di biografie letterarie denominata The Popular Library of Art, Gkc decise di prendere la parola su un protagonista della vicenda culturale del suo Paese che potrebbe apparire a prima vista con lui conflittuale e addirittura incompatibile? Lo fece forse soltanto, come ha scritto Harold Bloom nel 2008, per fornire ai suoi lettori «un antidoto al resoconto del sistema occulto di Blake che era stato proposto da Yeats ed Ellis», un antidoto segnato da venature interpretative di matrice cattolica (ben prima del suo ingresso ufficiale nella Chiesa di Roma) che gli vennero rimproverate in seguito dall’anonimo recensore (unitariano?) della North American Review nel 1911?
Forse, ascoltando lo stesso Gkc, ne emergerebbero intenzioni più ambiziose, concepite con l’obiettivo, per lui quotidiano, di contribuire a riorientare integralmente l’esperienza culturale dei suoi giorni.

Enrico Reggiani

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15 dicembre 2019

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