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Una pace
da consolidare

· Dopo il premio Nobel al premier etiope Abiy Ahmed Ali ·

Il premio Nobel per la pace conferito al primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali non riconosce solo l’accordo con l’Eritrea ratificato il 16 settembre 2018 a Jeddah, in Arabia Saudita, alla presenza del segretario generale dell’Onu, António Guterres, accordo che mise fine a un conflitto rimasto in sospeso per un ventennio, anche se per fortuna senza le sanguinose conseguenze del triennio 1998-2000 di effettiva guerra guerreggiata, oltre che della sua contenuta ripresa nel 2012. La stessa motivazione del premio, non a caso assegnato al solo premier etiope e non anche all’altro firmatario dell’intesa, il presidente eritreo Isaias Afwerki, sottolinea che quella pace è stata soprattutto frutto della determinazione riformista mostrata da Abiy Ahmed Ali fin dall’inizio del suo mandato, nell’aprile del 2018. Infatti positivi sviluppi per l’intera regione del Corno d’Africa non sono certo mancati, pur senza ignorare che non mancano problemi ancora irrisolti e altri incominciano a prospettarsi, non ultimi quelli legati agli interessi stranieri.

Il nuovo governo di Addis Abeba, con il riconoscimento della decisione arbitrale internazionale che nel 2003 aveva assegnato alla sovranità eritrea l’area contesa di Badme, nel Tigrai, per la quale la guerra era divampata, ha ottenuto la riapertura del valico di Burre, cioè il collegamento con il porto eritreo di Assab, un’alternativa di accesso al mare all’unica che finora possedeva, quella a Djibouti, di fatto controllata dalla Cina. Ma soprattutto ha riconquistato un’autorevolezza regionale che certo non aveva mai ottenuto con gli interventi militari, come dimostrò quello fallimentare in Somalia del 2006.

La prima dimostrazione di questo nuovo corso si ebbe con l’incontro a Djibouti, sempre nel settembre dello scorso anno, tra i ministri degli esteri appunto di Djibouti, Etiopia, Eritrea e Somalia, concluso con un accordo di cooperazione tra i quattro Paesi che spinse Guterres a parlare di «esempio positivo per il Corno d’Africa e per altre regioni».

Dopo la firma della pace, Etiopia ed Eritrea hanno riallacciato le normali relazioni diplomatiche, riaperto le frontiere al passaggio di beni e persone, riattivato le linee telefoniche tra i due Paesi e i collegamenti aerei. Non si sono ancora ben precisati, invece, gli ipotizzati accordi di cooperazione politica, economica, sociale, culturale e militare. Proprio quest’ultimo aspetto, tra l’altro, lascia motivi di inquietudine. Non mancano, infatti, segnali dell’intenzione saudita di coinvolgere nella coalizione che sta combattendo nello Yemen le truppe dei due Paesi, dopo che tre anni fa Riad ha ottenuto dall’Eritrea proprio ad Assab una base aerea dalla quale partono i suoi cacciabombardieri diretti nello Yemen.

Rilievo forse ancora maggiore hanno gli interessi internazionali sul controllo dei flussi commerciali marittimi in Africa orientale, un tema sempre più importante per tutti e soprattutto per la Cina. Dallo stretto di Bab El Mandeb, quello tra Mar Rosso e Golfo di Aden, passa infatti circa metà delle importazioni di petrolio di Pechino e poco meno del suo traffico marittimo globale. Per inciso Bab El Mandeb è tradotto dall’arabo sia come “porta degli scogli”, sia più spesso come “porta delle lacrime”, e proprio quest’ultimo significato, purtroppo, si è affermato tragicamente negli ultimi decenni per la sorte di decine, se non centinaia di migliaia di infelici profughi che hanno trovato la morte nel tentativo di attraversarlo.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi appaiono intenzionati a trasformare il porto di Assab in uno scalo alternativo a Djibouti, da cui transita oggi la quasi totalità del commercio etiope, e come detto ormai sotto il controllo cinese. Oltre ad aver realizzato la nuova ferrovia che collega il porto con Addis Abeba, Pechino vi ha infatti impiantato la sua, finora unica, base militare in Africa. Ma soprattutto ha costruito sul litorale di Doraleh un terminal petrolifero, uno scalo container e un enorme porto multifunzionale. Grazie a queste infrastrutture, la Cina si è affrancata dall’intermediazione che i Paesi arabi hanno esercitato a lungo sui traffici asiatici da e verso l’Africa. Ci vorranno comunque anni prima che Assab possa far concorrenza a Djibouti, non solo per il porto in se stesso da ammodernare, ma anche per ripristinare le infrastrutture di collegamento con il confine etiope distrutte nel corso della guerra.

In ogni caso, sulla tenuta della pace tra Etiopia ed Eritrea ben pochi osservatori internazionali mostrano dubbi, nonostante i contrastanti interessi internazionali, da sempre volano di tragedie africane, e le situazioni interne dei due Paesi, che in questa fase mostrano orientamenti diversi. In Etiopia, il governo di Abiy Ahmed Ali ha mostrato un passo decisamente riformista, ha revocato lo stato di emergenza, avviato riforme economiche e sociali, denunciato l’uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza governativi, liberato centinaia di prigionieri politici, in gran parte membri o sostenitori della guerriglia armata degli oromo, l’etnia più numerosa del Paese, il 34 per cento dei suoi ottanta milioni di abitanti, ma anche più repressa ed emarginata, cercando di aprire un dialogo anche con le frange più oltranziste della ribellione. E per molti una rassicurazione viene dal fatto che il primo ministro sia egli stesso un oromo, oltretutto figlio di un musulmano e di una cristiana.

Ma le difficoltà sulla strada del consolidamento della pace non mancano, a partire dalle troppe armi che circolano nel Paese e dagli attentati ai quali è sfuggito più volte lo stesso Abiy Ahmed Ali. Al tempo stesso, continua a pesare la situazione economica. Ma anche in questo, ci sono segnali di differenza tra Etiopia ed Eritrea. Nessuno dei due Paesi, come del resto gli altri del Corno d’Africa può certo definirsi ricco. Ma se le mutate politiche governative stanno dando un’inizio di miglioramento e soprattutto speranza agli etiopi, di cambiamenti non c’è sentore in Eritrea, dove il governo di Isaias Afewerki, da trentasei anni detentore di un potere assoluto, mentre la siccità persistente e il cambiamento climatico della regione stanno provocando una consistente perdita permanente di risorse naturali. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Unicef, 22.700 bambini al di sotto dei cinque anni versano in uno stato di malnutrizione acuta. Oltretutto si tratta di dati del giugno 2017 e in questi due anni sembrano peggiorati.

di Pierluigi Natalia

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26 febbraio 2020

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