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Una nuova teologia della pace

· L'editoriale del 16 gennaio 1915 ·

Le brevi parole della nostra nota di ieri suonavano severo biasimo per certa stampa, che, pur dicendosi cattolica e volendo esser considerata per tale, nel presente momento storico, fecondo di tante lagrime e di tanti dolori per l'umanità, tiene un contegno assolutamente sconveniente e indegno di chi voglia sul serio militare sotto così gloriosa bandiera.

L’argomento è di così alta importanza, e il fatto di tanta gravità, che sentiamo dovere di insistervi, per ribadire la nostra disapprovazione; eco fedele ed interprete autorizzata di quella della Santa Sede.

Mentre l’Europa si trova divisa in due campi fieramente avversari, mentre il Pastore Supremo della Chiesa, volgendo intorno lo sguardo attristato, piange amaramente sulle miserie di tutti, perchè tutti considera ed ama siccome Suoi figli, e mantenendo ed inculcando ai fedeli la più stretta e necessaria neutralità non ha nell'animo che un solo voto, sulle labbra una sola parola, la parola ed il voto della riconciliazione e della pace, i periodici ai quali il biasimo nostro è rivolto tengono un atteggiamento e vanno compiendo una opera assolutamente contraria ai Suoi paterni, magnanimi intendimenti.

Non solo, infatti, essi si schierano recisamente da una delle due parti belligeranti, venendo meno così a quel dovere di stretta neutralità che a tutta la stampa cattolica è imposto dalle direttive pontificie, ma con articoli intemperanti, con velenose illustrazioni si permettono perfino di schernire ed offendere nei modi più oltraggiosi la parte avversaria, quasi che si fossero assunti l’ingratissimo compito di inasprire gli animi, aizzare gli odi, perpetuare e rendere più sanguinosi i conflitti.

Nel commento di Andrea Possieri si sottolinea che nella sua prima enciclica Ad Beatissimi apostolorum, Benedetto XV aveva denunciato la tragedia della guerra combattuta con «barbarica raffinatezza» e «con armi spaventose» tra popoli che si dicevano cristiani ma di cui si poteva dubitare che essi discendessero «da uno stesso Padre», che avessero «la stessa natura» e facessero parte «della stessa società umana». Quando uscì quell’enciclica, il i° novembre del 1914, però, il fronte neutralista dei cattolici italiani, che sembrava pressoché compatto all’inizio del conflitto, si era già diviso in molte posizioni differenti e aveva dato vita a un dibattito pubblico con toni accesi e conflittuali. Al «pacifismo integrale» di uomini come Guido Miglioli che combatté contro ogni intervento armato, si differenziava la cosiddetta «neutralità condizionata» di Giuseppe della Torre o di Egilberto Martire che su «La Settimana sociale», organo dell’Unione popolare cattolica italiana, sosteneva il valore della pace cristiana ma riconosceva anche la funzione storica dei conflitti per la salvaguardia della «dignità e diritto della patria». Una terza posizione neutralista era quella espressa dal giornale intransigente e filoaustriaco «L’Unità Cattolica», che vedeva nel conflitto solo una provocazione della massoneria che voleva sbarazzarsi dei quei regnanti «affezionati alla fede cattolica». 

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