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Una nuova scacchiera ontologica

· Il pensiero di Emanuele Severino, morto il 17 gennaio 2020, tra filosofia e teologia ·

La filosofia di Emanuele Severino e la teologia. Ora che si è conclusa la sua avventura terrena, vorrei spendere una parola su questa relazione certo non marginale né episodica nell’itinerario intellettuale e nella proposta teoretica di uno dei pensatori più rigorosamente e arditamente speculativi del nostro tempo. E non solo nel panorama italiano. Lo faccio con sincera commozione, perché con ciò mi è dato di rendergli un omaggio non formale rendendo testimonianza di un cordiale e serrato dialogo sperimentato lungo questi decenni.

Di relazione tra filosofia e teologia si può in effetti parlare, nel pensiero di Severino, non soltanto in modo estrinseco, ma per il fatto stesso che esso ambisce configurarsi come proposizione o meglio disvelatezza della “struttura originaria”. La teologia non può per ciò stesso non sentirsi direttamente interpellata.

Dal mio punto di vista, sono d’accordo con chi, tra i teologi italiani, ha affermato — cito le ponderate parole di Pierangelo Sequeri — che la filosofia di Severino «deve essere considerata un punto di non ritorno anche per ogni revisione dell’ontologia classica nell’ambito del pensiero teologico». Qui sta il punto decisivo di un confronto e, diciamo pure, di una reciproca provocazione tra la filosofia di Severino e la teologia. La critica che egli ha rivolto lungo gli anni, con puntiglioso rigore e decisa parresia, alla forma assunta dalla teologia cattolica soprattutto nella sua versione neoscolastica — con ciò che questa opzione ha comportato in termini di posizionamento dell’intellectus fidei entro le coordinate stabilite da quella che Severino amava definire la “scacchiera” dell’ontologia greca — si mostra convergente, per certi versi, con l’attuale scavo di rinnovamento ontologico che interessa un consistente e promettente filone della teologia, non solo cattolica. Pur restando il punto di partenza e il punto di arrivo distinti e distanti.

Severino stesso, nell’appassionante dibattito che con lui ho avuto l’opportunità di sviluppare, ha riconosciuto che «se la scacchiera proposta dalla teologia è un tipo di riflessione intorno all’essere che non è quello greco, allora possiamo instaurare un dialogo».

Ma in quali termini, e secondo quale prospettiva ontologica? Mi piace cogliere uno spunto, e forse più di uno spunto, dall’ultimo capitolo di quel godibilissimo libro-intervista che è La Follia dell’Angelo (2006). Non a caso le sue ultime pagine esprimono, da un lato, una sintesi efficace della visione severiniana e, dall’altro, una «possibile consonanza — così l’Autore — della parola pronunciata da Gesù».

La sintesi della filosofia di Severino è espressa, in prima istanza, nella nota forma della negazione della contraddizione e poi, specularmente, in seconda istanza, nella forma dell’affermazione dell’identità in cui la contraddizione è risolta. Il pensiero della verità è così riproposto da Severino nella sua purezza e nudità scavalcando la deriva — anzi la “follia”, per usare le sue parole — del pensiero greco e occidentale. E ciò, in fin dei conti, nella forma dell’affermazione mistico-speculativa dell’unità/identità/eternità dell’essere che risolve in sé, ontologicamente, la molteplicità/differenza/temporalità dell’apparire.

Severino intende così riportare il pensare filosofico al suo originario e universale destino. E lo fa con estrema consapevolezza delle tappe e delle figure più cospicue che hanno configurato il percorso del pensiero occidentale: da Parmenide a Aristotele, da Agostino a Tommaso, da Hegel a Heidegger. Né mancano, per chi abbia l’orecchio attento, consonanze anche con la grande, peraltro variegata, e metafisicamente quanto mai significativa, tradizione del pensiero orientale.

Si potrebbe inoltrarsi in un confronto con la filosofia di Severino sul terreno stesso della scacchiera ontologica così da lui proposta. M’intriga di più, come preannunciato, seguire la strada da lui stesso indicata della «possibile consonanza della parola pronunciata da Gesù».

Si tratta di Giovanni 8,54-58: «“Se io glorifico me stesso, la mia gloria è vana; ma è il Padre mio che mi glorifica, quegli che voi chiamate vostro Dio; ma voi non lo conoscete, mentre io lo conosco, e se dicessi che non lo conosco, sarei bugiardo come voi, mentre io lo conosco e ne osservo la parola. Abramo, vostro Padre, ha trasalito di gioia nella speranza di vedere il mio giorno: lo vide e si rallegrò”. I Giudei gli osservarono: “Non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo?”. Gesù rispose loro: “In verità, in verità vi dico: — Prima che Abramo nascesse, Io sono”. Allora presero delle pietre per scagliargliele contro; ma Gesù si nascose ed uscì dal Tempio».

Severino richiama l’attenzione sul Cristo che, glorificando il Padre e non sé, glorifica il destino infinito che noi siamo: glorificare il Padre, infatti, «è lasciarlo apparire nel suo sottrarsi, in quanto infinita ricchezza dell’essere, a quanto noi riusciamo a vedere di esso». Questa consonanza è estremamente significativa, per il teologo. Perché lo rinvia non solo al cuore della verità cristologica ma alla specificità dell’ontologia che essa dischiude. E cioè a quel pensare il rapporto tra il Padre e il Figlio, l’Essere e la sua Parola, fusi in uno essendo essi stessi, ciascuno, l’Uno che è il Dio Trino nella koinonía, anzi nell’omoousía dello Spirito Santo. Il Cristo giovanneo, infatti, non afferma soltanto — come nel passo testé citato — «prima che Abramo nascesse, Io sono», ma anche, in altro luogo, «Io e il Padre siamo Uno» (Giovanni 10,30), e giunge anzi a pregare il Padre «che tutti siano Uno, come Tu, Padre, sei in me e Io in te, siano anch’essi uno in noi» (Giovanni 17,21).

A ragione dunque — se lo comprendiamo in prospettiva cristologica — Severino può affermare: «In ognuno di noi l’essenza dell’uomo può dire quello che Gesù in questo passo dice di se stesso e del Padre». Questo, in realtà, è il destino di grazia, in Cristo, dell’essente umano. Ma ciò che qui interessa, è sottolineare che Severino coglie nel culmine della rivelazione cristologica il luogo del manifestarsi della verità dell’Essere. Provocando una teologia non negligente a proseguire e intensificare l’impegno speculativo a pensare da lì, da quel centro e in quello spazio di verità già dato, l’ontologia dell’essere-Uno e dell’essere-Altro nella omoousía trinitaria dello Spirito.

La quale, se correttamente pensata, non concerne soltanto l’unità-distinzione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ma anche una comprensione davvero speculativa di ciò che va inteso col concetto di creazione.

Nel dialogo cui prima ho fatto riferimento, Severino mi rintuzzava, riguardo a quest’ultimo tema, sottolineando che la teologia non può semplicisticamente affermare che «l’essente è eterno, sì, ma in Dio soltanto: questo “in Dio” appare incomprensibile, in quanto l’essente è eterno proprio in quanto essente». Non a caso, risponderei, la grande teologia classica, da Agostino sino ai Dottori scolastici, ben consapevole delle implicazioni metafisiche della rivelazione, affermava tale eternità degli essenti nell’unità/eternità originaria dell’Essere divino grazie alla dottrina delle “idee divine”. Con ciò, diceva Agostino, sta o cade la comprensione della verità della rivelazione.

Nella modernità, anche teologica, tale dottrina è finita nell’oblio: anche perché non poche erano le contraddizioni in cui si rischiava di incappare con la semplice sua riproposizione senz’ulteriore sforzo d’illuminazione ontologica. Innanzi tutto, la contraddizione di pensare gli essenti creati come doppione contingente degli essenti eterni e necessari. I quali ultimi, a loro volta, veniva contraddittorio pensarli distinti e molteplici rispetto all’Essere uno ed eterno. Solo Antonio Rosmini e Sergej Bulgakov, con il vigore speculativo che li contraddistingue, ed entrambi entro lo spazio dell’ontologia trinitaria dischiusa dalla venuta del Cristo, hanno tentato, in tempi a noi vicini, di ridare a tale veneranda dottrina la centralità metafisica che le spetta, liberandola dalle sue intrinseche contraddizioni.

Sono convinto che la filosofia di Severino imponga alla teologia, ineludibilmente, questa ripresa: necessaria per disegnare una nuova scacchiera ontologica, partorita — direbbe Rosmini — «dalle viscere stesse della rivelazione». E di ciò, con convinzione, lo ringrazio ancora una volta, nel rispetto cordiale di discipline e di posizioni diverse, che in un dialogo misurato dalla e sulla verità non possono alfine che stimolarsi e arricchirsi.

Termino con un suggestivo passo del libro-intervista, le cui affermazioni hanno offerto il filo conduttore a questa breve riflessione e che ora acquista forse una luce più intensa e diversa. La Follia dell’Angelo — scriveva Severino — è in definitiva quella che «impedisce all’uomo e alle cose del suo mondo di impadronirsi di quell’eternità che invece da sempre e di necessità appartiene all’uomo e a ogni cosa: Sottratta agli essenti, e riservata a un Dio, l’eternità è un tesoro inesistente. L’Angelo sta a guardia di un sepolcro».

Mi chiedo se a questa follia dell’Angelo evocata dal filosofo, il teologo non debba rispondere con la follia del Crocifisso (come la chiama l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti): quella di chi — è ancora Paolo, questa volta nella lettera ai Filippesi, a parlare — «non considerò un frutto di rapina l’essere uguale a Dio ma svuotò se stesso» (Filippesi 2,7), per riempire del tesoro dell’eternità tutto ciò che è. Il sepolcro è vuoto, ormai, perché il Cristo è risorto: per essere alla fine “tutto in tutti”. In Dio. Ciò e non altro la teologia ha da pensare.

di Piero Coda

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26 febbraio 2020

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