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Una nuova diseguaglianza

Le giovani donne oggi si trovano davanti a un problema nuovo, pressoché sconosciuto alle generazioni precedenti, quello di riuscire a concepire un figlio prima che l’avanzare dell’età lo renda sempre più difficile. Per molteplici ragioni, infatti, il numero delle donne nelle società occidentali che sceglie — o è costretta a scegliere per motivi di lavoro o per mancanza di un partner — di rimandare la maternità sta crescendo a ritmi allarmanti, e spesso le donne non sono adeguatamente informate dei limiti che l’avanzare dell’età comporta rispetto alla riproduzione. Molte giovani infatti pensano che la procreazione assistita sia in grado di far concepire un figlio a qualsiasi età, complici anche le notizie veicolate dai rotocalchi di star che procreano a età molto avanzate. Nella realtà invece l’effetto di questa scelta rimandata è la denatalità: oggi in molti paesi occidentali i tassi di fecondità sono inferiori al livello di sostituzione, che è di 2,1 figli per donna, e un’elevata percentuale di donne rimane senza figli pur desiderando la maternità.

Salvador Dalì«La persistenza della memoria» (1931, particolare)

Secondo un’indagine citata nel rapporto Istat 2017, La salute riproduttiva della donna, la maggior parte delle donne italiane dichiara di desiderare una famiglia con due figli, ma poi, a conti fatti, risulta che il numero di figli per donna è attualmente in media 1,34 (uno dei numeri più bassi a livello planetario) e che il numero di donne senza figli è in costante aumento (superiore al 20 per cento) con un tasso variabile da paese a paese di nulliparità volontaria e involontaria.

Inoltre, il 75 per cento delle donne con un figlio ne pianifica almeno un altro, ma a una verifica effettuata a distanza di sei anni si scopre che solo poco più del 50 per cento ha realizzato questo progetto, mentre il 50 per cento delle restanti con età superiore ai 36 anni ha desistito a causa dell’età.

Questi dati sono alla base di due preoccupazioni: la sostenibilità demografica a lungo termine della popolazione e il divario crescente tra fertilità desiderata e ottenuta.

La distanza tra fecondità attesa e fecondità realizzata contraddice gli auspici dell’Organizzazione mondiale della santità, che definisce la salute riproduttiva come possibilità di decidere liberamente come e se riprodursi, e per ogni donna può diventare fonte di frustrazione e di stress perché, anche se l’analisi delle cause di infertilità è complessa e richiede l’apporto di numerose discipline, con ogni evidenza la posticipazione delle nascite costituisce il fattore prevalente nel determinarla.

Il progressivo rinvio della maternità ha portato le donne italiane ad avere l’età media al parto più alta d’Europa, 31,8 anni nel 2015, con l’8,6 per cento di madri di età superiore ai 40 anni.

Installazione di Agatha Haines per l’esposizione «Humans+: il futuro della nostra specie»

La causa principale del declino della fertilità femminile con l’età è rappresentata dalla continua deplezione e dall’invecchiamento dei gameti femminili, gli ovociti, che sono già tutti presenti alla nascita e matureranno poi, nella fase fertile della donna, di volta in volta a ogni ciclo mestruale. L’età dell’utero è molto meno importante, ma con l’età aumentano anche il rischio di malattie connesse all’infertilità-sterilità, la percentuale di aborti spontanei, le complicazioni gestazionali e il rischio di anomalie cromosomiche nell’embrione. Il declino della fertilità con l’età della donna, descritto come probabilità di essere sterile, aumenta dal 4,5 per cento a 25 anni, al 12 per cento a 35 anni, al 20 per cento a 38 anni, quindi raggiunge repentinamente il 50 per cento a 41 anni, il 90 per cento a 45 anni e a 50 anni circa virtualmente tutta la popolazione femminile è sterile.

Fino agli anni sessanta la maggioranza delle donne aveva il primo figlio tra i 20 e i 30 anni, periodo che oggi è destinato allo studio, alla formazione, alla ricerca del lavoro, all’avvio di una carriera, tutte attività che hanno consentito un ruolo significativo della donna nel mondo del lavoro, ma entrano in competizione con la maternità, specialmente in assenza di politiche sociali assistenziali e di uguaglianza di genere. Oltre alla ricerca di una realizzazione personale, le giovani donne trovano anche difficoltà a creare un legame con un coetaneo disposto ad assumersi la responsabilità di una famiglia: i maschi infatti non sentono il peso del tempo che passa, per loro l’orologio biologico non si muove così in fretta.

Le tecnologie riproduttive vanno viste positivamente, in quanto aiutano le coppie che non riescono a concepire naturalmente ad avere figli, ma non devono creare l’illusione di poter capovolgere l’orologio biologico.

Nonostante le molte speranze riposte in loro, infatti, solo un quarto delle coppie che non riescono a concepire ricorre alla procreazione medicalmente assistita (Pma) e, di queste, solo una coppia su cinque riesce a ottenere una gravidanza e il 76 per cento di queste gravidanze sono portate a termine con successo. In Europa, le nascite da Pma vanno dall’1 al 4 per cento e i dati dimostrano che le donne più giovani (meno di 29 anni) hanno una maggiore probabilità di portare a termine una gravidanza con Pma; purtroppo, invece, le donne italiane ricorrono alle tecniche di Pma sempre più tardi: i dati più recenti riferiti al 2007 dimostrano che l’età media è addirittura aumentata negli anni, era infatti di 35,4 anni nel 2005 contro 36 del 2007.

Quindi non si può negare la realtà: rimandando la maternità a un’età compresa tra i 30-40 anni e oltre, le donne sono costrette a fare i conti con il loro “orologio biologico”. Originariamente riferito ai ritmi biologici circadiani (quali l’alternanza sonno-veglia), l’espressione “orologio biologico” ha iniziato a essere applicata alla fertilità femminile solo a partire da un articolo del «Washington Post» del 16 marzo 1978 intitolato «Per la donna in carriera le lancette dell’orologio corrono». L’autore dell’articolo, Richard Cohen, ammoniva le donne impegnate professionalmente: rimandando il desiderio “biologico” di maternità si sarebbero scontrate «troppo tardi» con i limiti del loro sistema riproduttivo. L’espressione si è immediatamente diffusa, dal momento che ben rappresenta il nuovo tipo di ansia che assilla le giovani donne, un divario con gli uomini a loro sfavorevole proprio mentre stanno raggiungendo l’uguaglianza in tutti gli altri campi.

Certo ha qualche ragione anche chi dice che la metafora dell’orologio biologico è stata utilizzata per stigmatizzare, sotto la copertura del determinismo biologico, il ruolo delle donne e confinarlo all’ambito tradizionale, perché il tempo agisce anche sugli uomini e molti studi hanno dimostrato non solo che la fertilità maschile diminuisce con l’età, ma anche che l’aumento dell’età paterna aumenta i rischi di complicanze nelle gravidanze (aborti spontanei e parti pretermine), di anomalie genetiche e cromosomiche nell’embrione e i rischi per la progenie di sviluppare condizioni patologiche, come difetti neurocognitivi e autismo. Ma certo per gli uomini è meno evidente la fine della fertilità, che segue un andamento progressivo nel tempo.

La ragione per l’attenzione quasi esclusiva nei confronti della fertilità femminile è che gli effetti dell’età materna sono molto meglio conosciuti rispetto a quelli dell’età paterna e che le previsioni di fertilità in base all’età della donna sono ritenute sufficientemente affidabili e predittive.

In assenza di cambiamenti nella società, nel welfare e nel rapporto tra uomo e donna sarà difficile, per le giovani donne di oggi, superare l’ansia da orologio biologico, che invece non coinvolge i loro coetanei.

di Mariella Balduzzi

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22 agosto 2019

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