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Una nomade
chiamata Agar

Agar era una giovane schiava egiziana di Sarai, moglie di Abramo. Molto probabilmente entrò a far parte della famiglia di Abramo quando lui e Sarai migrarono in Egitto (Genesi, 12, 10-20). La storia di Agar è strettamente affine a quella di Sarai e Abramo. Nella Bibbia si narra di lei principalmente nella Genesi (16, 1-15 e 21, 8-21). Come molti altri schiavi, Agar sarebbe rimasta nell’anonimato se Sarai non avesse cercato di alleviare il fardello della sua sterilità.

Judith Klausner, «Hagar and Ishmael»

La gioia di ogni donna sposata è completa quando ha un figlio proprio. Sarai pensava che la sua sterilità fosse voluta da Dio e che non si potesse fare nulla a riguardo. Per questo cercò di avere un figlio attraverso Agar, dandola in moglie ad Abramo. Dando Agar ad Abramo al fine di avere un figlio per suo tramite, Sarai sollevò la speranza di suo marito e al tempo stesso elevò lo status di quella giovane schiava. Agar concepì e quindi ci si attendeva gioia in quella famiglia formata da una coppia senza figli. Questa gioia attesa nella famiglia di Abramo si trasformò in dispiacere quando Agar, ormai incinta, iniziò a deridere la sua padrona. Il dolore di Sarai fu immenso perché non solo era sterile e molto avanti con l’età, ma la schiava dalla quale sperava di avere un figlio la disprezzava profondamente. Il suo dolore ricorda la sofferenza di Anna, madre di Samuele (1 Samuele, 1). Di fatto, Agar deluse e umiliò la sua padrona. Sarai incolpò Abramo del comportamento di Agar, lamentandosi amaramente: «L’offesa a me fatta ricada su di te!» (Genesi, 16, 5). Abramo non avrebbe forse potuto risolvere il problema tra la moglie e la giovane schiava? Non avrebbe potuto costringere Agar a scusarsi con la sua padrona? Ciò avrebbe risolto la spiacevole situazione e ridato la tranquillità a Sarai, e quindi riportato la pace in famiglia. Agar si mostrò impenitente, poiché l’orgoglio le faceva disprezzare Sarai, che a sua volta si sarebbe vendicata. I dettagli di ciò che Sarai ha fatto ad Agar per ripicca non vengono narrati. Agar deve aver sofferto molto a causa della sua padrona. La casa non era più sicura per lei e quindi se ne andò. Fu un dramma, perché la speranza di avere un figlio da lei fu infranta: in primo luogo dalla stessa Agar, poi dal padrone di casa, che avrebbe potuto risolvere la lite tra le due donne. Era stato capace di risolvere il conflitto tra i suoi mandriani e quelli di Lot (Genesi, 13), ma quello interno alla sua famiglia andava oltre le sue capacità. Lasciando la casa di Abramo, Agar non aveva dove andare; divenne senzatetto, vagando nel deserto. La sua sofferenza, sopportata con coraggio, continuò e fu resa più intensa dalla gravidanza. Agar pensava alla vita propria e a quella del bambino che aveva in grembo. Nonostante tutto, preferì essere una nomade piuttosto che umiliarsi ritornando a casa e sottomettendosi alla sua padrona. In realtà era disperata. È difficile immaginare una donna incinta che vaga da sola nel deserto. Tutta questa sofferenza, però, non commosse Sarai. La situazione di Agar cambiò quando il Signore la trovò vicino a una sorgente d’acqua nel deserto. Fu a questo punto che il Signore intervenne, parlando per mezzo di un angelo, il quale le chiese: «Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?» (Genesi, 16, 8). Per la prima volta in questo racconto sentiamo la voce di Agar rispondere alla duplice domanda posta dall’angelo. Risponde solo a una delle due domande dicendo: «Vado lontano dalla mia padrona Sarai». Ovviamente non è in grado di rispondere alla seconda domanda, poiché non sa dove sta andando. Ha bisogno dell’intervento divino per fare ciò che avrebbe potuto fare prima, risparmiandosi inutili sofferenze. L’angelo le ordina: «Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa» (Genesi, 16, 9). Il dialogo tra l’angelo e Agar non si conclude semplicemente con la domanda, la risposta e l’ordine; riceve anche delle promesse divine e viene a sapere di più sul bambino che ha in grembo. Il Signore le promette numerosi discendenti: «Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla per la sua moltitudine» (Genesi, 16, 10). Questo ricorda la promessa simile di una grande discendenza che Dio ha fatto ad Abramo (Genesi, 13, 16; 15, 5). La discendenza che Agar avrà con e da Abramo sarà infinita. Il Signore in seguito ripeterà ad Abramo la stessa promessa riguardo al figlio di Agar, quando egli vuole farne il suo erede e supplica Dio di stabilire con lui la sua alleanza (Genesi, 17, 20). Questa promessa si compie in Genesi, 25, 12-17, dove vengono menzionati i dodici figli d’Ismaele. Egli è l’eponimo degli ismaeliti. È ad Agar che viene rivelato il nome del bambino. Un nome che non è soltanto teoforico, ma che rispecchia anche la situazione presente di Agar. Il bambino si chiamerà Ismaele (“Dio ascolta”). L’angelo spiega il nome con queste parole: «Perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione» (Genesi, 16, 11). Dio ha udito le sofferenze di Agar quando il trattamento duro da parte di Sarai l’ha spinta nel deserto. È quindi diventata privilegiata malgrado il proprio atteggiamento nei confronti della sua sterile padrona. Dio però ascolta il grido delle persone afflitte e le salva, proprio come ha salvato Agar. Inoltre, nella conversazione tra Agar e l’angelo del Signore le viene rivelato il carattere di Ismaele. Il bambino «sarà come un onagro; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli» (Genesi, 16, 12). Questa descrizione sembra l’immagine riflessa del rapporto tra Agar e Sarai, specialmente a partire da ciò che sappiamo della giovane schiava dal momento che è rimasta incinta; Agar è un tormento per Sarai e allo stesso tempo i maltrattamenti subiti da parte di Sarai la spingono a lasciare la casa. L’incontro di Agar con il Signore attraverso il suo angelo è uno straordinario privilegio. Ella è consapevole dell’intervento divino nella sua vita. Ciò è manifesto nel nome personale che lei dà a Dio nella sua situazione: «Tu sei El-roi» (Genesi, 16, 13), che significa “Dio della visione” o “Dio che mi vede”. Agar spiega questo nome con parole proprie: «Qui dunque sono riuscita ancora a vedere, dopo la mia visione?» (Genesi, 16, 13). Anche il nome dato al luogo in cui è avvenuto l’incontro getta luce sull’esperienza del divino fatta da Agar; il luogo viene chiamato Beerlahairoi, “il pozzo del Dio vivente che mi vede”. L’incontro di Agar con Dio forse modificò il suo atteggiamento nei confronti di Sarai. Ella ritornò alla casa di Abramo e partorì suo figlio. Fu Abramo a dare il nome al bambino. Ciò significa che Agar aveva comunicato ad Abramo il contenuto del suo incontro con Dio, in particolare il nome del bambino. Abramo aveva ottantasei anni quando nacque Ismaele. La reazione di Sarai alla nascita del bambino rimane sconosciuta ai lettori. Agar deve avere obbedito a ciò che ha comandato l’angelo del Signore. Si è sottomessa a Sarai (da notare che in Genesi 21 il nome della coppia viene mutato in Abramo e Sara). Sara continuò a maltrattare Agar? Agar fu testimone del parto di Isacco da parte della sua anziana e sterile padrona, avvenuto quando Abramo aveva cento anni. Probabilmente continuò il suo lavoro quotidiano di schiava nella casa di Abramo. Non ci viene detto per quanto tempo Agar si è allontanata dalla casa. Tutto ciò che sappiamo è che ha partorito suo figlio nella casa di Abramo. Non sappiamo nemmeno come Sara ha accolto Agar quando è ritornata e come l’ha trattata nei rimanenti anni in cui hanno vissuto assieme. L’episodio occorso il giorno in cui Abramo tenne un grande banchetto per Isacco rivela in qualche misura il rapporto tra Agar e Sara. Tutti erano felici il giorno dello svezzamento di Isacco e i due figli dello stesso padre giocavano innocentemente. Agar e Ismaele non sapevano ancora che per loro sarebbe stato l’ultimo giorno in quella casa. Ismaele aveva all’incirca quattordici anni quando nacque Isacco. Isacco aveva tre anni quando fu organizzato il banchetto per il suo svezzamento. Lo svezzamento avveniva nel terzo anno di vita del bambino. Ismaele era quasi un adolescente quando fu organizzato questo banchetto familiare. All’improvviso Sara interruppe la festa con una richiesta sconcertante, che divenne un nuovo punto di svolta nella vita della loro famiglia. Disse ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco» (Genesi, 21, 10). Con queste parole Sara stupì l’intera famiglia. La richiesta di Sara giunse come una sorpresa, specialmente per Abramo, che ne fu profondamente dispiaciuto. Sia Ismaele sia Isacco erano suoi figli; ma Ismaele era il primogenito e il principale erede del padre. Fintanto che Ismaele sarebbe rimasto in quella casa, Isacco gli sarebbe stato inferiore. Sara si sentiva minacciata da quel pensiero. Abramo aveva forse dimenticato che Isacco era il figlio promesso che avrebbe continuato l’alleanza con Dio (Genesi, 17, 19)? La richiesta di Sara richiamava la sua attenzione su questa promessa? Il tono delle sue parole era profondamente malizioso. Per Sara, Agar era una schiava e suo figlio non era altro che il figlio di una schiava. Sara non riconosceva più Ismaele come il figlio legittimo che all’inizio aveva desiderato. Avendo un figlio proprio, Ismaele era diventato il figlio di una schiava che non doveva aver alcun diritto a ereditare. Di nuovo ci fu l’intervento divino in quel momento tormentato per la famiglia di Abramo. Quest’ultimo trovava difficile diseredare il proprio figlio, allontanando Agar e Ismaele. Dio lo incoraggiò con queste parole: «Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole» (Genesi, 21, 12-13). Fu consolante per Abramo sentire tutto ciò. Pertanto, preparò la partenza di Agar e di Ismaele. Diede loro pane e acqua, che li avrebbero sostenuti per un po’ di tempo. Agar partì con suo figlio. Come schiava non poteva fare altro. Doveva andarsene, subendo la gelosia e l’ingiustizia umana. Agar tornò a essere una nomade nel deserto. Questa volta non da donna incinta, ma con suo figlio. Lei, che fino ad allora era rimasta in silenzio, parlò quando sentì che il figlio si trovava in condizioni critiche a causa della mancanza di cibo. Disse a se stessa: «Non voglio veder morire il fanciullo!» (Genesi, 21, 16). Il narratore di Genesi 21 sembra presentare Ismaele come bambino piccolo e indifeso. Dio ascoltò la voce degli indifesi e l’angelo di Dio parlò ad Agar: «Che hai, Agar? Non temere» (Genesi, 21, 17). Questo segnò l’inizio della salvezza sua e di suo figlio. Dio era con loro e diede loro ciò di cui al momento avevano più bisogno. Dio le aprì gli occhi perché vedessero l’acqua, realizzando così le incoraggianti parole: «Non temere». Dio sostenne Agar e suo figlio nel deserto. Ismaele divenne un cacciatore, un nomade. Agar si prese cura del figlio. Fu per lui sia padre sia madre, poiché fece il lavoro sia di madre sia di padre. Di solito era il padre a disporre per il matrimonio del figlio. Fu Agar a farlo per Ismaele. Gli trovò un’egiziana come moglie. Il resto della storia di Agar — se si sia sposata e abbia avuto altri figli, o come si è conclusa la sua vita — rimane oscuro. Quel poco che sappiamo dall’Antico Testamento colpisce molto. Nel Nuovo Testamento viene menzionata due volte, e solo nella lettera di Paolo ai Galati (4, 24-25), dove viene presentata come simbolo di tutti coloro che sono schiavi, specialmente della schiavitù spirituale generata dal peccato. Il disprezzo genera disprezzo e sofferenze indicibili. Agar avrebbe potuto vivere normalmente come schiava sotto la sua padrona se non fosse stata divorata dall’orgoglio. Fu ripagata con la stessa moneta e subì le conseguenze delle sue azioni nei confronti della sua padrona. Tuttavia, Dio ha sempre pietà delle sofferenze umane, anche se siamo noi stessi causa del nostro male. Agar è stata vittima della gelosia e dell’ingiustizia; lei stessa, però, ha commesso atti malvagi. La sua storia ritrae l’aspetto tragico della debolezza umana, manifestata nell’odio per l’altro. Quando Agar fu in difficoltà, Dio la salvò fornendole ciò di cui aveva bisogno. Le vie di Dio non sono sempre le nostre. Egli ci salva anche quando non meritiamo le sue benedizioni.

di Obiorah Mary Jerome

l’autrice

Obiorah Mary Jerome è una religiosa nigeriana della Congregazione delle Suore del Cuore Immacolato di Maria Madre di Cristo. Ha studiato a Roma, dove ha conseguito un baccellierato in filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e la licenza e il dottorato in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico. Attualmente è docente di lingue bibliche, esegesi e teologia presso il seminario maggiore Blessed Iwene Tansi, a Onitsha in Nigeria, e alla University of Nigeria Nsukka. Tra le sue pubblicazioni, «How Lovely is your Dwelling Place: Desire for God’s House in Psalm 84» (2004).

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