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​Una moderna avventuriera

Si stenta ancora a dare fiducia alle donne in settori che non siano le solite mansioni femminili. Io stessa non avrei creduto, quando ho iniziato il mio lavoro, che avrei avuto un seguito di colleghe così esiguo. Ci ho pensato leggendo il testo di Lucetta Scaraffia su Francesca Cabrini, che svela una donna straordinaria, una vera leader impegnata nel «sociale» (come si dice oggi) tra Ottocento e Novecento, su un problema che è di urgente attualità: l’emigrazione. Tutta la storia umana è segnata da migrazioni di popoli e uno di questi eventi riguarda dodici milioni d’italiani che emigrarono in america negli anni 1880-1910. Viaggi rischiosi. anche allora venivano usate a volte navi logorate e accadevano naufragi di centinaia di emigranti.

Ho visto una mostra tempo fa a Roma sull’emigrazione. Documentava con notizie e cifre questo grande esodo che abbiamo dimenticato perché la storia si studia poco e male e anche io, ignorante, restai molto sorpresa.

«Santa Francesca Cabrini» (St. Mary Magdalene Church, Owensboro, Stati Uniti)

Santo cielo, mi dissi, so più cose sull’emigrazione dei Greci verso il sud dell’Italia nei secoli quinto e quarto prima di Cristo!

Negli anni di Francesca Cabrini, l’Italia è un Paese giovane e fragile nella sua recente conquistata «unità», un Paese ancora di fatto disunito, con una situazione agraria che permane a livello medievale e una vera industrializzazione lontana dall’orizzonte. L’analfabetismo è quasi totale e moltissimi non parlano neanche l’italiano, ma dialetti regionali.

Francesca Cabrini è una giovane maestra di Sant’Angelo Lodigiano che si fa suora e vuole presto essere presente là dove avverte l’urgenza. L’ho scoperta grazie al libro di Lucetta Scaraffia, libro intenso, commovente su una grande «avventuriera» moderna. Ci sono persone (rarissime) che percepiscono più delle altre lo spirito del loro tempo e Cabrini appartiene alla categoria di «saggi nativi», coloro che percepiscono le onde del tempo in cui vivono e ci si mettono dentro perché, con naturalezza, sentono di essere «attese».

Gli italiani, che emigrano in tanti nel nuovo mondo, tentano l’avventura perché hanno un solo bene da spendere: la loro vita. Anche Francesca Cabrini ha da spendere una sola vita e la punta su di loro come in uno strano ma umano gioco d’azzardo. Francesca Cabrini è cresciuta in una famiglia numerosa. Si è fatta suora: sognava di fare la missionaria in Cina fin da giovanissima. Era dunque una ragazzina che ha in sé un’idea avventurosa della vita, ma da ragazzi si può sognare qualsiasi avventura, non tutti poi escono più di tanto dal seminato. Certo non immaginava cosa l’aspettava, anche se mantenne il punto dentro di sé. Misticamente, è «chiamata». Realizza il suo sogno di andare all’altro capo del mondo, non in Cina ma in America. Farà nel corso della vita ben ventotto traversate dell’oceano atlantico insieme agli emigranti italiani diretti in America. Sta con loro e comprende a fondo le difficoltà che li attendono. Capisce che servono con urgenza scuole, ospedali, punti di riferimento.

Cabrini dimostra presto di avere lo spirito d’avventura di un’imprenditrice poco comune. Risolve problemi enormi, affrontando incomprensioni, pregiudizi (su di lei, sugli italiani, sui cattolici ecc.). È tutto terribilmente complicato. Doveva scuotere un clero locale attardato su vecchi schemi e meandri strategici ammuffiti, intelligenze pigre, l’odio razziale contro gli italiani da parte degli irlandesi (benché cattolici), l’insofferenza dei protestanti già «padroni» del territorio. Va paragonata, quell’epoca in America, a una specie di giungla umana, dove i diritti sono ancora in via di chiarimento e definizione. La giovane Cabrini, che impara presto la lingua, deve tirare fuori da sé abilità, pazienza e coraggio, tanto coraggio, quasi fino all’impudenza, perché il suo io è un io impudente. Vuole scuole, asili, ospedali e rispetto per i connazionali. Quante ne vuole? Chi crede di essere? Una donna di provincia semplice, lo sa. Ma non è sola, sa di essere il tramite tra il Creatore e le creature. Riesce a farsi capire, a coinvolgere potenti, vuoi donatori, vuoi cardinali, persino Leone XIII, che giustamente sanno apprezzare il suo progetto, il suo impegno, il suo «dono».

Il testo racconta la rete delle sue relazioni non sempre facili da gestire, ma Francesca come una madre non teme di chiedere impegno concreto e compassione per i suoi figli. Spesso siamo abituati ad apprezzare e segnalare donne coraggiose per il loro impiego di talento nell’arte, nella scienza. Ma ci sono anche donne come la Cabrini che lavorano per gli altri fino all’esaurimento delle forze per la fatica e i problemi da affrontare, e che spesso vengono ignorate. La Chiesa è puntellata proprio da donne che hanno faticato estremamente per guidare, spesso senza clamore, la grande visione della «fraternità» in Cristo. Francesca Cabrini comprese (e questo è un dono) qual era il suo posto nella trama dell’Universo, per quale scopo era nata, e comprese che tale scopo meritava ogni respiro della sua vita. Era la stessa, sempre la stessa, quella che voleva essere da ragazzina quando sognava di fare la missionaria in Cina. Questo capire se stessi e riuscire a realizzarsi è un dono che Francesca Cabrini ci spinge a meditare a fondo. Il testo di Scaraffia ci porta dentro a questo viaggio interiore per il quale — ripeto — le furono necessarie ventotto traversate dell’oceano atlantico, coraggio di affrontare l’ignoto, energia per battersi, pazienza per sopportare, audacia nell’affrontare progetti e pericoli, capacità di convincere e organizzazione. Un’imprenditrice grande per i fratelli senza risorse come lo sono gli emigranti poveri. Rintracciò e aiutò i suoi connazionali ovunque fossero, persino i condannati a morte con i quali riuscì a condividere un momento di luce di rara Fraternitas.

Le suore di madre Cabrini visitavano non solo ghetti, ma anche miniere, carceri, ospizi, ovunque ci fossero poveri italiani in condizioni pessime. Agivano sul territorio con maggior impegno di un’ambasciata. Riuscirono anche a ottenere la revisione di processi con esito favorevole ai condannati, penalizzati dall’ignoranza della lingua inglese. Il pregiudizio sugli immigrati italiani era enorme, a causa soprattutto dell’analfabetismo che li costringeva a lavori umilissimi o alla disoccupazione.

Urgevano scuole e scuole, ma non sempre le autorità e lo stesso clero locale erano disposti a capire, a fare. Ecco le parole di Cabrini al Commissario per l’immigrazione: «Per me servire il mio Paese significa farlo amare ai bambini affidati alle nostre cure, educarli a non vergognarsi di essere italiani e favorire lo sviluppo dei giovani che dimostrino che l’immigrazione italiana non è un elemento di pericolo, ma un fattore desiderabile nella civiltà e nel progresso di questo Paese...».

Non penso che Cabrini e le sue sorelle abbiano mai avuto il tempo di riflettere sul fatto che, essendo donne, erano per status svantaggiate nelle difficili imprese. O, se l’hanno pensato in qualche occasione, di certo questo non le ha mai fermate. Nel contatto vero con le creature del mondo Cabrini e le sue «sorelle» indicano una strada particolarmente moderna dell’interpretazione del Vangelo. Hanno collaborato a mostrare la via dei nuovi tempi, quelli nei quali sarebbe stata tolta anche la polvere del tempo su Francesco d’Assisi. Cabrini applicò la Fraternitas perché toccata dalle stesse parole che avevano toccato Francesco, poi ciascuno ha risposto con l’originalità di se stesso e confrontandosi con la realtà del proprio tempo. Il milleduecento non è il millenovecento.

Una cosa però non cambia, ed è la totale onestà, costi quel che costi, nel rispondere all’illuminazione ricevuta. Penso che talvolta l’amore di Cabrini sia stato anche inteso come «populismo». La politica però è chiamata per dirigere una ragionevole condivisione delle risorse. Ci sembra di scorgere nella modernità (nella quale Cabrini entrò con tutti e due i piedi) non il pericolo sociale che alcuni temevano, ma un’indicazione sulla quale lei, con la sua attività, invitava a riflettere: la Terra con le sue risorse è un bene per tutte le creature, le creature non possono diventare una maledizione. Gesù Cristo è Verità, ma anche Vita. Il tempo per ogni vita è breve, basterebbe riflettere su questo per capire che i tempi della pace sono sempre urgenti. Della pace realizzata tra cento anni forse ci può non importare, però ogni generazione deve pagare per la pace. E l’unica moneta per la pace è una ragionevole condivisione. Cabrini pretendeva Fraternitas alla lettera solo da se stessa, non giudicava chi non le somigliava.

Mi ha sempre stupito che certi giovani come Cabrini, Francesco e pochi altri, abbiano avuto la rivelazione della Sapienza del Cristo. Grazie a loro noi ignoranti potremmo capire. Lo comprendiamo se ci pensiamo, ma non è da tutti farsi emigrante e stare con gli emigranti. Scaraffia ci racconta la vita e le opere di una persona eccezionale che non sapeva di esserlo. Cabrini è antesignana di una Fraternitas di estrema attualità. Tutti noi — salvo eccezioni — in questo preciso momento, centelliniamo il tempo da dedicare all’attuale «fenomeno migranti». Cabrini ci dà la sveglia almeno a riflettere e a ragionare, ad andare più a fondo.

L’antica domanda: «Chi siamo? Che cosa vogliamo?». Allo stato dei fatti in Europa tutti dobbiamo porci la domanda ovvia su presente e futuro. Se chiedessimo a Cabrini che cosa farebbe oggi col fenomeno migratorio avremmo una risposta saggia ma temo troppo audace. Cabrini non era solo una politica nel senso magnifico e letterale del suo significato, ma si faceva guidare dal Maestro di Pace e Carità. Elencare tutte le opere sociali che realizzò fa impressione. Ha creato quello che oggi si direbbe un «impero sociale, scolastico, assistenziale, industriale ecc.» col suo impegno e quello delle donne che la seguivano e non certo con un «apparato burocratico». Dava fiducia, otteneva fiducia ma... sì, aveva un capo, un fratello. Lo stesso Fratello maggiore di san Francesco.

Scaraffia racconta con grande intelligenza ed entusiasmo l’avventura di Francesca Cabrini e viene naturale essere dalla sua parte, stare con lei con tutti i sentimenti. Poteva essere una brava suorina di un convento di provincia con scuola annessa e avrebbe fatto già del bene. Invece va nelle americhe (Nord e anche Sud) a «dare una mano», a scavare quasi con la vanga la strada di una Fraternitas sociale che era urgente. Era attesa e lei lo sapeva e aveva anche fretta. Era debole di salute, ma il «Tempo» era amico del suo destino. Omnia possum in eo qui me confortat era il suo motto, come ci ricorda Scaraffia.

Non è la storia mirabile di una maestra dell’Ottocento che fa la missionaria piena di zelo in America. È la storia di una donna (come precisa Scaraffia) capace di affrontare strapazzi e difficoltà di ogni genere: religiose, politiche, razziali, economiche, riuscendo a persuadere, a convincere e a far vincere la giustizia. Una vita sorprendente e per quanto ne so non segnalata dai movimenti femministi. Forse il motivo è che non fu «osteggiata» dalla Chiesa e pertanto considerata forse troppo ubbidiente al clero? Non fu così. Ebbe le sue pesanti discussioni, divieti, difficoltà fin dal primo arrivo a New York. Non le furono risparmiati incomprensioni e divieti (che dovette superare) dal clero locale dei vari Stati nord e sudamericani. Per fortuna è poi entrata nell’elenco d’onore della Chiesa cattolica. È stata fatta santa, merito guadagnato davvero sul campo. Chissà perché le «sante» hanno quasi sempre dovuto sgobbare proprio tanto per meritare devozione. Anche per questo, l’avere portato alla luce la vita di Cabrini è un grande merito di Lucetta Scaraffia.

di Liliana Cavani

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15 settembre 2019

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