Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Una missione senza fine

· ​Suor Caterina Dolci e la sua vita spesa per i nigeriani sofferenti ·

All’origine di ogni vocazione c’è l’incontro con una persona. L’incontro con Gesù avviene, spesso inaspettatamente, quando una persona ci è inviata a incrociare i nostri passi. «Avevo appena finito di studiare lingue all’università e l’incertezza sulle prospettive future affollava la mia mente già piena di pensieri e di interrogativi. Ero cresciuta in una famiglia cattolica, ma la fede mi stava un po’ stretta in quegli anni giovanili e sicuramente una vita vissuta all’insegna della fede non era certo tra le prospettive da prendere pur lontanamente in considerazione. Negli anni di studio avevo conosciuto un ragazzo che, in quei turbolenti anni ’70, si presentava con un bel po’ di prosopopea come un campione di ateismo militante. I suoi discorsi mi turbavano. Ci perdemmo di vista. Anni dopo ci rincontrammo per caso (o forse non fu un caso) e notai che aveva perso completamente quel tono saputello che conoscevo, ma, ancor più, iniziò a farmi dei discorsi sul senso della vita, sul valore ultimo dell’amore, che proprio non avrei mai immaginato sentire da lui. Mi raccontò di essere entrato in contatto con un prete di Milano, don Luigi Giussani, che evidentemente aveva saputo toccare le corde giuste del suo udito e del suo cuore. Mi invitò a un campo estivo dei giovani del movimento di don Giussani in Liguria. Decisi di andarci. Fu un’esperienza contraddittoria e decisiva allo stesso tempo. Contraddittoria perché capii molto poco di quei discorsi, e di quelli di don Giussani meno ancora di tutti, ma allo stesso tempo respirai in quell’ambiente un’aria che non avevo mai sentito prima. Di serenità, di felicità per piccole cose a cui prima non avevo mai dato importanza: un sorriso, un abbraccio, il silenzio, lo stare insieme, lo stare con me stessa. Decisivo perché avvertii quasi subito che quell’ambiente, quei giovani mi indicavano un percorso in fondo al quale avrei trovato la mia strada, la felicità. Ma gli interrogativi su quale via intanto prendere in pratica nella vita permanevano. Passò un po’ di tempo e di nuovo incontrai quel ragazzo. Questa volta aveva un viso radioso, e mi disse “Volevo salutarti Caterina. Ho deciso: sai, una volta che hai scoperto una perla preziosa non puoi più tenerla nascosta. Che c’è di più bello che dare la propria vita a Gesù? Entro in monastero, sarò monaco”. Rimasi profondamente turbata da quelle parole. Capii che non era solo un saluto, ma che quelle parole erano rivolte a me: una volta messa mano all’aratro non ci si può più voltare indietro. Decisi allora che anche la mia vita sarebbe stata consacrata al Signore. Ma poiché vedevo Gesù in ogni povero che incontravo, decisi che la mia vita sarebbe stata consacrata al Signore e ai poveri».

Suor Caterina Dolci, 67 anni, originaria di Bergamo, è da poco tornata a vivere in Italia dopo quasi trent’anni di vita missionaria in Nigeria.

«Comunicai la mia scelta in famiglia. Mia madre la prese molto male, aveva altri disegni su di me. Ma io sono testarda, e andai avanti nella mia strada. Avevo conosciuto in parrocchia le suore di Gesù Bambino, una congregazione fondata dal beato Nicolas Barré, un frate minimo francese. Mi erano rimaste subito molto simpatiche. Erano informali, pratiche, con un carisma missionario verso i giovani e i poveri che ben rispondeva alla mia attitudine. Chiesi di entrare. Si respirava in quegli anni un’aria fresca postconciliare, per cui invece di affidarmi a una maestra delle novizie si decise che la mia formazione sarebbe avvenuta sul campo: insieme a suore esperte in una piccola comunità in Calabria, tra poveri e giovani. Mi trovai molto bene. Qualche tempo dopo venne a trovarci la madre generale della nostra congregazione e ci raccontò delle consorelle che da poco si erano trasferite in Nigeria. Com’è nel mio temperamento, non ci pensai molto sopra. Durante l’intervallo dell’incontro la avvicinai e le dissi: “Voglio andare anche io in Africa”. Quella mi rispose: “Ma dove vuoi andare? Non hai neanche ancora fatto la professione”. E io: “Allora chiedo di farla subito”. Fui esaudita, feci la professione e fui mandata per qualche mese in Irlanda a rafforzare la lingua prima di partire definitivamente».

Arrivò in Nigeria e scoprì che era molto diversa da come se l’era immaginata: «In un certo senso più bella, soprattutto per le persone che incontravo. Eravamo solo in quattro suore, a disposizione del vescovo locale. La diocesi allora copriva circa 100.000 chilometri quadrati, cioè un terzo dell’Italia, con distanze lunghissime tra una comunità e l’altra. C’era veramente tanto da fare. Quando sono arrivata il cattolicesimo aveva soltanto cinquant’anni di storia, bisognava aiutare queste comunità per lo più rurali a crescere nel Vangelo. Oggi quella stessa diocesi è stata scissa in quattro diocesi. Avevamo cinque o sei ragazze nigeriane che volevano unirsi a noi, per cui, per quanto giovane di professione, mi fu dato l’incarico di formarle. Mi trasferii dopo un po’ nel villaggio di Kona dove c’era una piccola comunità di cristiani che però vedevano raramente un prete e l’Eucaristia. Per tener viva la comunità mi inventai allora azioni liturgiche che potessimo svolgere in proprio, senza bisogno di un prete. Così ad esempio trovammo una collinetta dove poter sistemare una statua della Madonna e farla divenire luogo di pellegrinaggio e culto per tutta la zona. Non fu facile trovare la statua però. Alla fine un giovane prete che viveva a 300 chilometri di distanza ce ne regalò una molto piccola e venne a fare la prima processione il 15 agosto. Quel giovane prete poi divenne vescovo e presidente della Conferenza episcopale nigeriana. Ancora oggi ogni 15 agosto viene celebrata con una processione quella che poi è diventata Our Lady of Kona».

Un giorno — prosegue suor Caterina — «il vescovo mi chiama e mi dice: “Sorella, se se la sente c’è un lavoro molto duro ma necessario e io ho solo lei che può svolgerlo: l’assistenza ai carcerati”. È stata l’esperienza più dura e più bella della mia missione e della mia vita. Erano quattrocento uomini rinchiusi in quattro stanzoni. In ognuno c’erano cento detenuti e un gabinetto. Appena entravi eri assalito da un tanfo insopportabile. Mancava l’acqua che veniva portata con cisterne da fuori. Per cui la prima cosa in cui mi industriai fu lo scavo di un pozzo insieme ai prigionieri. Era un ambiente strano e affascinante, pieno di rabbia, durezza, ma anche di generosità e solidarietà. Poi a un certo punto mi si chiese anche di occuparmi dei condannati a morte. Un’esperienza terribile. Diversi di loro erano innocenti. Mi guardavano con occhi smarriti, spaventati; i piedi legati da grandi catene che facevano rumore a ogni passo. Quando arrivavo la mattina trovavo qui e là dei bigliettini con su scritto pray for me sister. Diversi mi chiesero di essere battezzati prima di morire. Ho il terribile ricordo di una volta in cui tre condannati a morte mi chiesero di essere battezzati. Pensai che fosse bene che avessero un minimo di preparazione, perché non lo prendessero per un rito scaramantico. Ma quella volta la burocrazia fu più veloce di me. Una mattina arrivai in carcere, nel cortile vidi i tre corpi esanimi legati e accasciati addosso a tre bidoni. Non avevo fatto in tempo. Ma sono sicura che il Signore abbia loro comunque riservato la sorte del buon ladrone».

Caterina si occupava di assistenza non solo spirituale ma anche legale e medica, e anche delle famiglie dei carcerati: «Alcune delle mogli vennero ospitate nella nostra casa e costruimmo un alloggio per gli ex carcerati che una volta scontata la pena non sapevano dove andare. Erano ladri, assassini, ma l’esperienza dura di quel carcere spesso li trasformava. Erano capaci di grandi slanci di generosità. Una volta, per il Giubileo del 2000, il vescovo aveva lanciato una colletta per la costruzione della cattedrale. Anch’essi parteciparono e molto generosamente. Non capivamo dove avessero trovato i soldi. Poi capimmo: per giorni avevano rivenduto il loro magro vitto di carne alle guardie carcerarie».

La Nigeria «è un paese ricco, di risorse economiche e umane. Un paese che merita un futuro migliore. Quello che manca è un livello sufficiente e diffuso di istruzione. Il problema centrale è l’educazione. Con l’educazione cresce la coscienza di sé, dei propri diritti, del vivere civile, della convivenza pacifica, della giustizia sociale e del bene comune. Con l’educazione cresce un popolo. Da questo punto di vista le scuole cattoliche hanno un grande ruolo, anche oltre l’evangelizzazione. La nostra comunità ha iniziato diverse scuole nella zona in cui operavamo. Ripeto: la scuola, l’educazione sono centrali. Non a caso gli sconvolgimenti e le violenze che nel nord della Nigeria sta operando il fondamentalismo islamico hanno il nome di Boko Haram, che letteralmente significa “divieto di istruzione occidentale”».

Dopo ventotto anni «sono tornata. La mia missione era completata e le continue ricadute dalla malaria mi avevano sfiancato. Avevamo cominciato in quattro suore, oggi siamo presenti con sei comunità in quattro diocesi. E tutte le suore ormai sono nigeriane. Ma io porto nel cuore quegli occhi, quell’affetto che ho ricevuto in tutti quegli anni. Un affetto che già si esprimeva nel nome che mi avevano dato: “sister Ayaubinu”, che significa pressappoco “bambina di Kona, ma nata fuori del villaggio”, come a dire che ero stata adottata». Ma la storia non finisce qui: «Quando sono rientrata, dopo qualche mese mi è stato chiesto di tornare, come trent’anni prima, in Calabria, terra di sbarchi, a occuparmi delle donne nigeriane vittime della tratta. Conoscendo la loro lingua e la cultura, oggi svolgo la funzione di mediatrice culturale con queste povere ragazze. È un problema molto più grande e più grave di quanto pensiamo. Aiutiamo queste ragazze a uscire dal controllo degli sfruttatori e delle maman e le ospitiamo in strutture protette. Vivono in condizioni di vera e propria schiavitù; per uscire dalla Nigeria pagano ai trafficanti fino a 20-30.000 euro che poi sono costrette a restituire lavorando sui marciapiedi per anni, ricattate col sequestro del passaporto. Circa la metà arrivano qui con l’inganno dell’offerta di un lavoro pulito, ma già subito dopo la partenza se ne accorgono: la maggior parte vengono violentate durante il viaggio. Ho sentito racconti terribili su cosa succede nelle soste in Africa sub-sahariana e in Libia. Chi in Italia grida contro l’accoglienza dovrebbe sentire queste storie e si ricrederebbe. Ma il lavoro principale da svolgere è giù; per questo sono sempre in contatto con le mie consorelle in Nigeria; c’è un grande lavoro di prevenzione da fare lì. Contro le organizzazioni criminali certo, ma anche in contrasto a quelle povertà culturali ed economiche che determinano la partenza di queste ragazze. Anche perché una volta qui, è molto difficile che tornino indietro. Quindi, in un certo senso, anche se in Calabria, sono rimasta in Nigeria». E delle pagine belle della storia di questa piccola e coraggiosa suor Caterina sono certo ancora da scrivere. Anzi, della storia di “sister Ayaubinu”.

di Roberto Cetera

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE