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Una missione irrinunciabile per l’Africa

· Intervista con il vescovo togolese Barrigah-Bénissan a un mese dalla visita del Papa in Benin ·

Monsignor Nicodème Anani Barrigah-Bénissan, 48 anni, dal 2008 è alla guida della diocesi di Atakpamé, importante città dell’entroterra togolese, a circa 150 chilometri dalla capitale Lomé. Nel 2009, il presidente della Repubblica, Faure Essozimna Gnassimgbé, gli ha affidato la presidenza della commissione Verità, giustizia e riconcilliazione, con lo scopo di favorire la rinascita civile e democratica del Paese dopo anni di scontri sanguinosi. «L’Osservatore Romano» lo ha incontrato a un mese dal viaggio apostolico che Benedetto XVI ha compiuto nel vicino Benin (18-20 novembre) in occasione della firma e della pubblicazione di Africae munus , l’esortazione apostolica post-sinodale della seconda assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi.

Eccellenza, qual è la situazione attuale del continente africano?

Negli ultimi decenni l’Africa ha attraversato momenti tragici. Tutti ricordiamo ancora le vicende drammatiche di tanti Paesi: la guerra in Costa d’Avorio, le primavera araba, i conflitti armati in Darfur, le lotte fratricide per il potere. È ovvio che l’Africa ha un urgente bisogno di pace e di riconciliazione. Perciò possiamo considerare questo tempo, in cui il Santo Padre ci ha consegnato questa esortazione, come un momento storico. I figli e le figlie del nostro continente aspirano alla pace. Basti pensare alle commissioni per la riconciliazione istituite in vari Paesi: in Togo, ma anche in Kenya e in Costa d’Avorio. Mentre altri due Paesi, il Burundi e la Guinea, si stanno preparando allo stesso cammino di riconciliazione. Quindi, questa esortazione apostolica viene a sostenere la Chiesa indicando l’aiuto che essa può portare ai nostri Paesi.

La commemorazione del 150° anniversario dell’evangelizzazione del Benin e l’omaggio alla figura del compianto cardinale Gantin sono stati, oltre alla consegna dell’esortazione Africae Munus, i momenti forti del recente viaggio del Papa in Africa. Quali sono le sue impressioni e cosa l’ha colpita maggiormente?

La visita del Santo Padre ha lasciato nel cuore dei figli di questo continente un profondo sentimento di gratitudine. Abbiamo ascoltato e accolto con grande interesse i suoi messaggi. Ma ciò che mi ha colpito di più è la figura stessa di Benedetto XVI, il suo coraggio, la sua perseveranza nonostante la fatica di un viaggio molto intenso e il clima caldo umido. Abbiamo capito che prova veramente un amore profondo per l’Africa, perché bisogna davvero amarla per affrontare tutte quelle difficoltà. Mi ha colpito l’amore che il Papa ha per il nostro continente.

Spesso la Chiesa africana è sollecitata a offrire un suo contributo per la riconciliazione. Lei da due anni è a capo della commissione Verità, giustizia e riconciliazione del Togo. In che cosa consiste il lavoro di questo organismo? E in che modo può esservi di aiuto un documento come Africae munus che esplicitamente pone la Chiesa africana al «servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace»?

Sì, è vero. La Chiesa viene spesso sollecitata a offrire il suo contributo per la riconciliazione. Credo sia un segno di fiducia che ci fa onore. Io vedo in questa sollecitazione soprattutto tre ragioni. In primo luogo, gli Stati africani, e in particolare le popolazioni, sanno che quello della Chiesa è un messaggio di pace e amore. Il secondo motivo è che la Chiesa non prende parte per un’etnia, un gruppo, una regione, ma cerca di essere al di sopra delle parti, di mantenersi neutrale. Quindi, quando ci sono problemi politici o divisioni etniche, la Chiesa è un punto di riferimento. La terza ragione è che gli africani vedono negli uomini di Chiesa e nei suoi pastori, gente onesta, che non si lascia comprare, che obbedisce alla propria coscienza. E, ripeto, è un punto d’onore quando la Chiesa viene riconosciuta come portatrice di valori, di pace, come un’istituzione che non si schiera con i politici e i cui membri sono onesti, sinceri e competenti. Ora, circa la nostra commissione, direi che la missione affidataci è soprattutto quella di aiutare a riconciliare i figli e le figlie del Togo. Siamo stati istituiti nel 2009 con alcuni incarichi precisi. Il primo è quello di ricercare le ragioni e le cause delle nostre divisioni, non soltanto di fare la luce sulle violenze a carattere politico che sono state commesse tra il 1958 e il 2005. Perché se ci accontentiamo di lottare contro le conseguenze, forse non riusciamo a sradicare il male alla radice. Inoltre, cerchiamo di proporre misure per garantire che nel futuro tutto ciò che di tragico è successo non accada più. Bisogna ricordare che la finalità è la riconciliazione attraverso il perdono. Ora stiamo preparando un programma di riparazione a favore delle vittime e stiamo anche scrivendo il nostro rapporto che contiene proposte di riforme istituzionali per consolidare lo stato di diritto in Togo. Come si vede, è un cammino verso la riconciliazione attraverso la verità, la giustizia e soprattutto il perdono. L’esortazione apostolica offerta dal Santo Padre ci viene in aiuto in modo concreto. La Chiesa non è una comunità politica, però non può sottrarsi alla sua responsabilità di partecipare all’organizzazione della società. E l’ Africae munus servirà da guida nella formazione delle coscienze. Infatti, il primo compito della Chiesa è di formare le coscienze ai valori evangelici, ai valori della pace, del bene comune, del perdono, dell’amore e della tolleranza. Una volta che siamo convinti di questi valori, possiamo vivere di conseguenza e trasformare la società nella quale viviamo.

Quali sono le difficoltà che la sua commissione ha sin qui incontrato nel corso del lavoro?

Ci sono tante difficoltà, di cui alcune sono superate, altre non ancora. La prima è quella della sfiducia di una parte della popolazione, perché di solito una tale commissione s’istituisce dopo un’alternanza politica, cioè dopo un cambio di Governo. Ma, nel caso togolese, c’è una continuità politica. Quindi, una parte della popolazione non ha fiducia, non crede alla buona fede delle autorità politiche che hanno istituito la nostra commissione. La seconda difficoltà è la tensione politica che c’è ancora nel nostro Paese. Una commissione come la nostra svolge la sua missione di solito quando c’è una serenità relativa. Non si fa riconciliazione in tempo di guerra, bisogna che si fermi prima il conflitto. Quindi, quando la tensione è troppo forte, è difficile condurre una missione di riconciliazione. Purtroppo in Togo abbiamo conosciuto altri momenti di forte tensione soprattutto nel 2010, dopo la proclamazione dei risultati delle elezioni presidenziali. Anche se non ci sono stati morti la tensione era viva, e forse lo è ancora oggi. Un’altra difficoltà riguarda le vittime. Molti hanno paura perché temono che, dopo la denuncia, gli autori dei crimini possano ancora minacciarli. Poi un’altra difficoltà di non poco conto è che alcuni presunti responsabili di violenze e crimini hanno respinto le accuse formulate contro di loro. Però siamo fiduciosi anche perché abbiamo notato che poco a poco cresce la fiducia intorno alla nostra commissione e, anche con l’aiuto di Dio, c’è un lavoro che si fa nei cuori. Nasce così un po’ di serenità.

La Chiesa non è una comunità politica. Il Papa nell’Africae munus afferma: «La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati. Ha però una missione di verità da compiere… una missione irrinunciabile» (n. 22). Come la Chiesa in Togo cerca di vivere concretamente questa missione?

Credo che occorra innanzitutto ricordare ciò che ci insegna la Chiesa, e cioè che lo sviluppo di un popolo non si deve misurare solo in termini di ricchezze materiali e progressi scientifici. Lo sviluppo si deve misurare anche nella capacità d’assumere le proprie responsabilità. Ed è a questo livello etico che si colloca l’impegno della Chiesa. Non è compito della Chiesa prendere decisioni politiche, ma deve illuminare per così dire le decisioni, proporre dei punti di riferimento per aiutare a prendere decisioni giuste. Deve proporre sempre quei valori sui quali devono poggiare le società. I valori dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. La Chiesa non può giocare un ruolo del potere, direi, politico civile, ma formare le coscienze ai valori che vengono dalla fede.

Nei vari conflitti africani le donne hanno spesso pagato il prezzo più alto. Ma sono anche molto impegnate e determinate nel processo di riconciliazione. È questa anche la sua impressione?

Una prima significativa cosa che vorrei rilevare è che tra i presunti responsabili delle violenze pochissime sono le donne. Ciò significa che queste sono soprattutto tra le vittime. Anche per questo dobbiamo dare loro più spazio nella ricerca della riconciliazione. Per quanto riguarda il ruolo delle donne cristiane, abbiamo notato una forte presenza delle donne nel campo della giustizia sociale. Per esempio, sono molto presenti nelle commissioni Giustizia e pace delle nostre Chiese.

Uno dei messaggi forti della visita apostolica è stato il discorso pronunciato al palazzo presidenziale di Cotonou, nel quale il Papa ha esortato i dirigenti africani a non privare della speranza i loro popoli. Secondo lei, perché molti politici cattolici in Africa non riescono a impegnarsi realmente per il bene comune dei loro cittadini?

Il Santo Padre ha veramente ragione nell’insistere su questo punto. Perché molti dei nostri problemi, riconosciamolo, dipendono dalle nostre autorità ed è proprio ciò che il Papa sottolinea quando chiede ai politici di non sottrarre la speranza del futuro al popolo africano. Cosa possiamo rimproverare ai nostri politici? L’ambizione del potere, la sete del guadagno facile, la corruzione, le manipolazioni etniche; insomma la mancanza del senso del bene comune. Di fronte a questo, purtroppo, abbiamo l’impressione che anche il politico cattolico, che dovrebbe mostrare più coerenza di vita, si lascia trascinare in questa ricerca del suo vantaggio. A cosa è dovuto questo? Forse la catechesi e l’iniziazione cristiana fatte ai nostri dirigenti sono state insufficienti. Sembra che ci sia stata una preparazione a ricevere i sacramenti, ma non a vivere una vita davvero cristiana. Quanti dei nostri dirigenti conoscono la dottrina sociale della Chiesa? Direi che bisogna imparare a resistere, il cristiano deve resistere a questi contro valori. Penso che abbiamo bisogno dunque di formare meglio i nostri politici, affinché essi siano più responsabili delle loro scelte di ogni giorno. Bisogna tradurre nella vita di ogni giorno ciò che abbiamo ricevuto dalle mani di Papa Benedetto.

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