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Una messa per Cervantes

· «Alfa y Omega» intervista il direttore della Real Academia Española ·

«Il nostro problema è che, leggendo il giornale, scambiamo la verità per la dimensione dei caratteri; quanto più grande è il titolo, tanto più ci sembra vero quello che dice». Questa celebre frase di Bertrand Russell descrive bene i tanti tranelli comunicativi che ci tende la nostra epoca, spiega Darío Villanueva sulle colonne di «Alfa y Omega», il settimanale della diocesi di Madrid pubblicato da «La Razón». Le parole sono importanti, continua il direttore della Real Academia Española, intervistato dal direttore del settimanale, Ricardo Benjumea. Basti pensare a quanto possono condizionare il dibattito politico e la percezione dell’uomo della strada di cosa c’è davvero in gioco, in mezzo a tecnicismi e frasi fatte ormai svuotate di senso.

Carreño, «Cervantes e Shakespeare»  in un disegno pubblicato  sul sito Culturificio.org  (2016)

«Alla menzogna — chiosa Villanueva — oggi spesso diamo il nome di post-verità». Ogni lingua nasce da una sorta di patto implicito tra le persone, «certamente esistono la bugia e l’inganno, ma sono prevaricazioni. In una situazione normale, quando parliamo con qualcuno, capiamo che quello che sta dicendo è la verità di quello che pensa e di quello che è successo. Cosa accade in politica? Accade che questo principio si sta perdendo completamente».

Le cose che vengono dette, ripetute, diffuse, come fatti realmente successi in realtà, non sono più sottoposte ad alcuna verifica. Per far capire meglio la gravità della questione, Villanueva fa ricorso a un aneddoto, citando Enrique Tierno Galván, «uno dei politici più colti e intelligenti che visse la Transizione». Galván racconta nelle sue memorie che, quando incominciò a tenere comizi politici, la sua prima reazione fu di disorientamento e sconcerto. Da professore universitario era abituato a parlare davanti a studenti e colleghi, e si sentiva a disagio in un ambiente così lontano dal suo. A poco a poco però riuscì a superare lo smarrimento e l’imbarazzo, dicendo a se stesso che in fondo un comizio non è un luogo dove è necessario che ogni cosa che viene detta corrisponda a verità.

«Questo è molto pericoloso, straordinariamente grave» continua il direttore della Real Academia Española. Le parole sono importanti anche quando il dibattito sembra puramente linguistico, o limitato a una questione erudita; non esistono domande futili se si tiene presente che si tratta di un idioma parlato da cinquecento milioni di persone.

Ci saranno cambiamenti in vista sul fronte dell’attività editoriale, ha annunciato recentemente il direttore della Real Academia Española, che ricopre anche il ruolo di presidente dell’associazione delle ventidue accademie di lingua spagnola presenti nel mondo. «Dal 1713 a oggi — spiega Villanueva a Ricardo Benjumea — c’è stata continuità nel nostro Dizionario. Adesso però abbiamo bisogno di rifondarlo, perché diventi anche il Dizionario dei nativi digitali. Il primo passo è stato digitalizzare e diffondere in rete i dizionari dal 2001 al 2014, con un esito travolgente (750 milioni di voci consultate solo nel 2017)». Il futuro avrà slancio e linfa solo se le radici culturali delle nuove generazioni saranno saldamente ancorate al fertile terreno dei testi del passato. Testi sempreverdi, come ad esempio il capolavoro di Cervantes, non passeranno mai di moda. «Il nostro regolamento — spiega Villanueva a Benjumea — prevede che si celebri una messa ogni anno, il 23 aprile, anniversario della morte di Cervantes. È una messa che dev’essere celebrata nel convento delle trinitarie di Madrid dove riposa la sua salma, in suffragio dello scrittore ma anche di quanti durante la loro vita hanno coltivato le lettere spagnole, in particolare gli accademici defunti».

Nel monastero di Sant’Ildefonso e San Juan de Mata — più noto con l’antico nome di Convento delle trinitarie scalze di Sant’Ildefonso — hanno trascorso la loro vita una figlia naturale di Cervantes e suor Marcela de San Félix, figlia dello scrittore Lope de Vega.

Si dice spesso che il 23 aprile coincida anche con l’anniversario di Shakespeare ma non è così. In realtà William Shakespeare (dato e non concesso che si tratti davvero dell’autore dei capolavori del teatro inglese; la vexata quaestio dell’identità del Bardo è ancora lontana dall’essere risolta) e Miguel de Cervantes morirono a dieci giorni di distanza l’uno dall’altro. L’apparente coincidenza si spiega con l’uso di calendari diversi nell’Inghilterra e nella Spagna dell’epoca. Chi invece davvero condivide il dies natalis con Cervantes è il poeta-soldato Garcilaso de la Vega, autore degli endecasillabi più belli del rinascimento castigliano.

di Silvia Guidi

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25 agosto 2019

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