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​Una mattina di maggio

· ​Solitudine e malati terminali ·

Si entra insieme nella stanza numero quattro, io e l’infermiera. Penombra di un mattino troppo grigio per essere di maggio, troppo fresco e gradevole per la stagione. La signora Emilia è seduta sul letto, vestita come se dovesse andare al mercato, il figlio, magrissimo, l’ha accompagnata in hospice e sta seduto sotto la televisione spenta in un angolo della stanza. Lui è tossicodipendente, lei ha avuto problemi di dipendenza dall’alcol, ha perso il marito qualche anno fa e un figlio per la droga. I suoi settant’anni sembrano cento per il moltiplicarsi delle rughe. «Cosa devo fare?» — mi dice bruscamente mentre mi avvicino al letto — «non vorrà mica visitarmi?». Non ho il tempo di rispondere e dall’angolo della stanza una voce esclama: «devo uscire?».

Non un saluto, non un sorriso, poche parole, la fredda realtà di una situazione che, penso, devono avere vissuto tante volte. La fretta, la mancanza di cortesia, la superficialità, il lavoro concepito come routine dalla quale uscire al più presto possibile, la marginalità sociale che diviene una colpa hanno scolpito il volto e le maniere di tanti malati e di tanti familiari che arrivano in hospice. Le strade dalle quali giungono sono spesso periferiche, tortuose, abbandonate da chi “conta” e loro, i malati di oggi, emergono da una realtà nella quale manca la cosa più importante, quella della normalità.

Dopo parecchi anni di lavoro accanto ai malati inguaribili penso che una delle medicine più importanti che si possa dare a queste persone sia la sensazione di vivere, almeno per un po’ di tempo, nella tranquilla normalità.
Una porta che si apre dopo che qualcuno bussa, una tazza di tè alle cinque del pomeriggio, una persona che si siede accanto al letto per fare due chiacchiere, un medico che spiega cosa sta succedendo, un infermiere premuroso sono, in un ambiente tranquillo e pulito, il farmaco più efficace. La migliore risposta a chi, ancora una volta complice di quella società della fretta e di quella cultura dello scarto della quale spesso parla Papa Francesco, vorrebbe convincere anche gli ultimi che forse sarebbe meglio suicidarsi piuttosto che vivere con una malattia allo stadio terminale, la danno le persone come Emilia e suo figlio. E bastano pochi giorni di terapia: il volto si distende, ricompare il dialogo, la televisione resta spenta, si guardano le Alpi dalla finestra, ci si saluta, si sorride se si ha la forza. E non è che non si soffra più, solo lo si fa in modo diverso, pienamente umano, come se uno intravedesse nel volto delle persone quella benignità che gli pareva d’aver perduto per sempre, a tal punto da pensare che forse non è mai esistita.
Abbiamo detto a Fabio di restare con noi in camera anche stamattina: sul letto c’era Emilia, mancata questa notte con il figlio vicino, il volto sereno pur nella fissità della morte. «Non mi era mai successa una cosa così — mi dice Fabio mentre mi abbraccia piangendo — restatemi vicino». La normalità è diventata talmente eccezionale che si ha l’impressione che non succeda mai, eppure alle volte è quella che può cambiare la vita, come un abbraccio in una mattina di maggio. 

di Ferdinando Cancelli

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18 febbraio 2020

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