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Una luminosa amicizia

· Margherita Pieracci Harwell e la madre di Simone Weil ·

«Se cerco di definire il mio rapporto con la letteratura non vi trovo momento più essenziale del leggere. Un certo tipo di lettore, poi, finisce per scrivere di quel che legge: perché non può chiudere in sé l’emozione delle sue scoperte, e perché deve, anche per questo, persuadere gli altri a leggere» scrive Margherita Pieracci Harwell nel libro-testimonianza Si apriva il balcone sull’amata Parigi. Lettere e memoria dalla madre di Simone Weil (Alberobello, Poiesis Editrice, 2017, pagine 217, euro 18). «Si legge, come si scrive, perché la vita ci va stretta, coi suoi limiti — forse qualcuno pensa perciò che la letteratura sia un’evasione. Ma ci va stretta la vita quando non ne cogliamo abbastanza la densità, lo spessore — quella “seconda realtà” a cui alludono Leopardi o la Ortese — quindi si legge per veder più e meglio, e per capire il senso. Anche per veder meglio in sé, riflessi in un altro».

La scrittrice Cristina Campo

La giovane Margherita leggeva molto e venne imbattendosi, negli anni Cinquanta, in L’ombra e la grazia di Simone Weil: «un incontro folgorante. Denso di conseguenze» affermerà. Lettura incisasi in lei e nell’amica Cristina Campo quale traccia indelebile che, nello scorrere della vita, divenne sempre più viva e attraente. «Un rapporto su tutti i piani su cui sentivamo il bisogno di far luce sul piano religioso-morale, ma anche culturale: qual era veramente il senso della cultura, o per noi più precisamente delle arti, in quel cammino religioso-morale che ci pareva vocazione inderogabile per ogni essere umano e, in un cristiano, cosciente».

Le due amiche seppero scendere più a fondo e scoprirono nello sfondo «il personaggio della Madre» che assunse tutta la sua pregnanza quando Margherita poté «leggere le lettere che la figlia le aveva mandato e poi fatto spedire da Londra».

Da anni Cristina Campo era in corrispondenza con la madre di Simone Weil che, nel susseguirsi delle lettere e degli incontri, si rivelerà una figura eccezionale. Margherita annotò nel diario parigino la sua prima visita: «Suonai con il batticuore e mi aprì Selma Weil: piccola, rotonda, dolcemente grigia come una tortora nell’abito a maglia che si era fatta da sé, i capelli grigi tagliati a zazzera, corti, e nel viso roseo gli occhi piccoli ma straordinariamente acuti e brillanti». Quella porta aperta non si chiuderà mai più.

Iniziò così nel 1958 un rapporto di intensa amicizia, che acquisirà anche un aspetto maternale e filiale, perdurato fino alla morte di Selma Weil nel 1965.

In quel salotto nel cuore di Parigi imperavano libri, musica e tanti amici con cui condividere la passione per la ricerca e l’ascolto. C’era poi il balcone che si sporgeva sul giardino del Luxembourg, da lei prediletto, ma il fulcro dell’abitazione era la stanza di Simone, luogo magnetico, che diffondeva bellezza e attenzione. Il suo pensiero fu «salvato e ritrascritto, pagina dopo pagina, dall’attenzione devota della madre e dei più intimi amici di casa Weil dopo la morte di Simone nel 1943» sottolinea Roberta De Monticelli nell’introduzione. Per Selma Weil, la figlia, fu un dono luminoso per sé ma anche per la vita degli altri, per tutti quelli che sarebbero stati sfiorati da quelle pagine che andava raccogliendo e pubblicando.

Margherita afferra in Simone una postura eccezionale: non scendere mai da un’idea di perfezione e di verità. Realtà esistenziale ardua ma da lei percorsa e pagata a caro prezzo anche nel riversarsi sul suo fisico che andava logorandosi.

La raccolta dell’epistolario svela i suoi segreti più reconditi alla luce dei brani del diario di Margherita, degli appunti e facendo entrare in scena amici le cui corde vibravano in armonia: Ignazio Silone, Cristina Campo, Albert Camus, Simone Pétrément...

Margherita visse in casa Weil diverse settimane, in vari periodi della sua vita. Conobbe così il fratello di Simone, il matematico André, che tanti problemi creò per la pubblicazione dell’opera della sorella ma che la madre, donna energica e volitiva, seppe superare con molto coraggio.

L’incontro più importante però per l’autrice fu quello con un giovane amico nero e protetto di Selma Weil: Dwight Harwell, pastore americano in servizio a Parigi, ancora dottorando che lavorava su alcuni testi di Simone Weil. Ne nacque una profonda intesa che sfociò nel matrimonio. Selma Weil seguì la coppia in tutte le sue traversie di sistemazione e di salute.

L’intreccio delle amicizie balza dalle lettere scambiate e viene illuminato dalle ampie note che consentono di conoscere o di riconoscere i personaggi che, via via, compaiono nella vita di queste donne animate da coraggio intellettuale e corroborate dalla Bellezza.

di Cristiana Dobner

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20 agosto 2019

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