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Per una lingua viva

· Riflessioni sull’evoluzione delle parole ·

Esiste un apice di purezza che segna la soglia insuperabile della perfezione linguistica? E se così fosse, a chi spetterebbe il compito di sancirne i principi inderogabili? Sono le domande che solleva il filologo e critico letterario Gian Luigi Beccaria nel libro L’italiano che resta. Le parole e le storie (Torino, Einaudi, 2016, pagine 224, euro 17,50). 

Di fronte all’ineluttabile e sempre più rapida evoluzione della lingua italiana — anche a causa del frequente impiego e conseguente assimilazione di termini stranieri — l’autore pone al centro della propria riflessione la problematica della libertà in ambito linguistico, mettendo a confronto due orientamenti: purismo accademico e sovranità di una lingua viva.
La prima prende le mosse dal classicismo rinascimentale, contesto nel quale nacque il primo vocabolario europeo della Crusca, nel 1612, con l’obiettivo di fissare norme che arginassero il disordinato flusso degli stilemi derivanti dai dialetti regionali. Questa concezione, precisa Beccaria, scaturisce dalla convinzione che i grandi scrittori del Trecento, primi fra tutti, Dante o Petrarca, avevano raggiunto un livello di perfezione linguistica tale da assumerlo come modello assoluto, come canone immutabile nel tempo.
Richiamando l’esaltazione leopardiana dell’italiano come lingua «libera e ardita», l’autore oppone alla tentazione rigorista la peculiarità storica italiana, mosaico di registri e dialetti diversi, rispetto ad altre lingue europee — tra cui il francese, citato come archetipo dell’accademismo, dal Grand siècle in poi — ritenute più rigide.
Pur constatando l’innegabile diffusione di una certa ignoranza letteraria che non risparmia gli ambiti colti, il linguista prende tuttavia le distanze con gli «alti lai» delle Cassandre che condannano l’italiano a un impoverimento e a un inquinamento definiti esiziali. Beccaria appare infatti decisamente più ottimista confidando pienamente nell’istinto autoregolatore di chi usa la lingua, nella capacità naturale di porre limiti agli eccessi propri delle diverse epoche. L’uso è il legislatore più legittimo di una lingua sovrana, e la letteratura il suo custode più autorevole.
Di fronte alla decadenza del sapere, la lettura assidua e l’istruzione rimangono gli unici baluardi validi, asserisce il filologo: dall’amore per la letteratura scaturiscono naturalmente un’attenzione e una cura maggiori nei confronti delle regole grammaticali e ortografiche.
Al riguardo è di particolare interesse la recente polemica scoppiata in Francia dopo la promulgazione della riforma ortografica attuata dal ministero dell’Educazione nazionale: essa prevede, tra l’altro, la semplificazione grafica di circa 2400 parole e la scomparsa parziale dell’accento circonflesso.
Come era prevedibile, la società civile, gelosa custode della lingua di Molière, ha poco gradito l’idea di vedere le sue parole spogliate dei famosi “cappelli” e delle sue leggendarie irregolarità. Tanto che davanti alla levata di scudi nazionale, l’Accademia francese si è pubblicamente schierata dalle parti dell’uso, contro la riforma, o piuttosto contro ogni forma di regolamentazione imposta dall’alto. C’è da scommettere che la riforma verrà abbandonata, come del resto è già avvenuto in passato.
L’evoluzione naturale compierà la propria opera, come sempre ha fatto. In ogni modo, l’ode alla libertà della lingua cantata da Beccaria nella sua opera trova un’eco clamorosa nella vicenda transalpina. La logica dell’istinto si è naturalmente imposta di fronte alle proposte unilaterali — e, anche un po’ barocche — del legislatore.
«Le parole vengono e vanno senza chiedere il permesso», avverte ancora il filologo. Monito che richiama quello di Victor Hugo nella prefazione dell’opera teatrale Cromwell (1827): avvalendosi del racconto biblico di Giosuè, che per proteggere il popolo d’Israele intimò al sole di fermarsi, Hugo giudica vano ogni sforzo volto a mantenere ferma la lingua: Les langues ni le soleil ne s'arrêtent plus, scrive il poeta. Le jour où elles se fixent, c'est qu'elles meurent! («Né le lingue né il sole si fermeranno più. Il giorno in cui si fissano, muoiono!»). 


di Solène Tadié

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14 novembre 2019

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