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Una lingua universale
in espansione

· Lo spagnolo al Salone internazionale del Libro di Torino ·

All’VIII Congresso internazionale della lingua spagnola, tenutosi a Córdoba, in Argentina, dal 27 al 30 marzo scorso, lo scrittore nicaraguense Sergio Ramírez ha definito lo spagnolo come «una lingua che va da una parte all’altra, una lingua senza posa». La verità è che viviamo in un mondo dove lo spagnolo, lingua ospite al Salone internazionale del Libro di Torino, occupa un posto di rilievo come seconda lingua internazionale. Circa 470 milioni vivono in paesi dove è la prima lingua.

Si può dire che è una lingua in movimento, che cambia mentre cammina e che, invece di chiudersi in se stessa, si espande ogni giorno. Al tempo stesso va sottolineato che lo spagnolo si sta progressivamente arricchendo, assumendo le varie identità proprie delle persone che lo parlano, di popoli dalle origini e dalle usanze più diverse. Una lingua che è patrimonio comune e che, insediatasi in mezzo mondo, si sta facendo largo nell’altra metà, alla ricerca di nuovi orizzonti. Migrare è il grande verbo dei nostri tempi e la lingua spagnola è oggi molto più americana che europea.

Si calcola che entro il 2060 gli Stati Uniti saranno il secondo paese con più ispanofoni, provenienti dal Messico, dove ora vivono circa 120 milioni di persone che parlano spagnolo. Ma quella degli Stati Uniti è una realtà che viene da lontano. In questo paese nordamericano lo spagnolo è presente, si sta diffondendo da decenni e negli ultimi anni è riuscito a permeare la cultura di massa conquistando uno spazio proprio.

Lo spagnolo, in effetti, va da una parte all’altra, esplorando nuovi cammini. C’è un elemento che riassume molto bene questo continuo viaggio per il globo e le nuove possibilità che si aprono alla lingua di Cervantes. Lo scorso anno, 49 grandi città di oltre 30 paesi hanno chiesto all’Istituto Cervantes, l’unico autorizzato a diffondere la lingua spagnola, di aprire un suo centro.

È la lingua del Don Chisciotte, dei versi mistici e appassionati di Santa Teresa, dei racconti e della poesia di Borges, del realismo magico di García Márquez, della prosa poetica di Julio Cortázar. È la lingua del patrono dei poeti di lingua spagnola, san Giovanni della Croce; della Fenice degli ingegni, Lope de Vega; del Nobel per la letteratura Vargas Llosa e di tanti altri.

Ma è anche la lingua di chi emigra da lontano per accamparsi lungo le rive del fiume Suchiate, alla frontiera tra Messico e Guatemala, in attesa che giunga la notte per attraversarlo a nuoto, nel suo incerto cammino verso l’altro fiume, il Río Bravo, che si fa strada negli Stati Uniti. È anche la lingua di alcuni ispanici le cui famiglie avevano terre nel sudovest dell’America del Nord, prima che diventasse un territorio degli Stati Uniti, dove i primi echi delle parole lì pronunciate risuonarono in spagnolo e solo dopo in inglese (a questi ispanici piace dire scherzando che non sono stati loro ad attraversare la frontiera ma è stata la frontiera a passare sopra di loro). È la lingua di chi resiste alla povertà, di chi subisce la violenza del narcotrafficante e di chi è scartato dalle regole del mercato che reggono l’economia attuale. È la lingua di quegli immigranti che a settembre del 2015 Papa Francesco ha salutato «con grande affetto» nel suo viaggio apostolico negli Stati Uniti, durante l’udienza con la comunità ispanica nell’Indipendence Mall di Filadelfia e ai quali ha detto ben tre volte: «Non vergognatevi delle vostre tradizioni», di «ciò che fa parte di voi».

Attraversare territori, giungere in qualche luogo, assimilare nuovi linguaggi sono le sfide di questa lingua di massa. Internet e l’irruzione dell’intelligenza artificiale possono mettere in pericolo la sopravvivenza di molte lingue, che — come ammoniscono alcuni esperti — finiranno col morire se non riusciranno a dotarsi di risorse sufficienti per saltare nel mondo digitale, ora dominato dall’inglese, entrando in un esiguo gruppo di lingue importanti.

Traduzioni automatizzate, analisi “intelligenti” di contenuti, miniera di testi, assistenti vocali: nell’ambito delle lingue quella digitale è una realtà inarrestabile.

Ma, secondo i linguisti, il rischio è che non tutte le lingue potranno accedere alla piattaforma digitale alla pari con l’inglese, e molte di esse, avvertono, sono seriamente a rischio di estinzione. Tutto fa pensare che le interazioni future tra l’uomo e le macchine saranno vocali e pertanto, se i robot capiranno solo pochissime lingue, molta gente non potrà comunicare con loro.

di Silvina Pérez

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13 dicembre 2019

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