Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Una lettura troppo attuale del Sant’Ufficio

· L’organizzazione e la prassi del dicastero nei primi decenni del Novecento ·

Una ricerca sui documenti del Sant’Ufficio nei primi decenni del Novecento è all’origine del libro di Benedetto Fassanelli Il corpo nemico. Organizzazione, prassi, potere del Sant’Ufficio nel primo Novecento (Roma, Edizioni di Storia e letteratura, 2017, pagine XVIII + 174, euro 26). Già il titolo rivela che dalla massa di documenti sono stati selezionati quelli più scottanti, più vicini alle tematiche oggi in discussione. I primi due temi, l’educazione sessuale e il crimine di sollicitatio ad turpia da parte dei confessori, sono collegati fra loro da un unico filo rosso, quello del silenzio imposto sugli argomenti di tipo sessuale, perché si riteneva che la sola evocazione di queste parole avesse il potere di indurre al peccato. Il modello educativo di riferimento era quello fondato sull’innocenza del fanciullo, anche se proprio in quegli anni era stato messo in discussione da una parte dagli scienziati lombrosiani, dall’altra dagli psicanalisti.

Facciata orientale del palazzo del Sant’Ufficio

Proprio per questo il Sant’Ufficio condanna i tentativi — avanzati da medici cattolici come il vicentino Scremin, denunciato dal vescovo Dalla Costa — di scrivere manuali destinati alla educazione alla castità che però si fondassero, almeno in parte, su una seria informazione scientifica del problema. Questi manuali erano nati per fare concorrenza alle opere di agguerriti eugenisti che, sotto forma di educazione all’igiene, cominciavano a diffondere non solo chiare descrizioni scientifiche degli organi sessuali e del loro funzionamento, ma anche consigli di controllo delle nascite a fini eugenetici. Si trattava di un filone pedagogico che il laico regno d’Italia voleva introdurre nelle scuole, a beneficio naturalmente solo dei giovani di sesso maschile. Come contrastarli? Come impedire che nei programmi scolastici venissero inseriti autori come D’Annunzio, le cui opere erano state messe all’indice? Come doveva comportarsi un parroco invitato a benedire un monumento a ricordo dei caduti in guerra — cosa in sé buona — se vi era rappresentata una donna nuda? Ormai troppe parole, immagini, romanzi, venivano a scardinare un sistema educativo come quello cattolico tradizionale, che prevedeva di prevenire il vizio con il silenzio e la rimozione del problema. Un sistema che stava per essere travolto dalla modernità.

Diverso e più difficile da affrontare il tema dei preti sollecitatori ad turpia nei confronti di donne penitenti, sui quali piovevano denunce da ogni parte, ma che dovevano essere puniti con severità — purtroppo la stessa adottata anche nei confronti delle donne che denunciavano, sempre sospettate di essere loro l’origine della tentazione — e nel silenzio. L’idea diffusa fra gli inquirenti era che la pubblicità a questi casi avrebbe moltiplicato i casi di sollecitazione, quindi in silenzio i colpevoli venivano spostati, e non sempre veniva impedito loro l’esercizio della confessione. Meno chiaro il nesso fra queste due prime parti della ricerca e la terza, dedicata alle donne considerate ribelli per avere pubblicato scritti “femministi”. Il titolo di questa terza parte, Il corpo altro, vorrebbe significare che la persecuzione delle scrittrici cattoliche con simpatie femministe era radicata nella diffidenza contro il corpo femminile, che sarebbe stato considerato impuro dalla tradizione cattolica, ma in realtà nel caso degli scritti femministi si tratta di problemi molto diversi, che hanno a che fare con l’ideologia e la concezione del ruolo femminile, messa in crisi da alcune intellettuali. L’unico vero legame fra le tre parti è l’interesse attuale per questi problemi, ma questo non giustifica la struttura del libro, come rivela infatti anche la povertà bibliografica della terza parte, che evidentemente interessava di meno l’autore, dal momento che ignora una consistente area di ricerca storica esistente sul femminismo cattolico.

Ma la vera debolezza del libro sta nel commento alle fonti, di per sé interessanti. Come purtroppo succede per la maggior parte delle analisi storiche, l’autore giudica la cultura del tempo in base a criteri di oggi, e sembra ignorare che molta della pruderie dimostrata dagli inquirenti del Sant’Ufficio era ampiamente condivisa dalla borghesia del tempo. Come anche l’odiosa tendenza a considerare le donne complici del male che subivano, tendenza cancellata dalle leggi italiane, come ben si sa, solo negli anni settanta.

Soprattutto, l’autore è convinto di conoscere con certezza le cause delle trasgressioni del clero, delle tentazioni nel confessionale: secondo Fassanelli, infatti, tutto si spiegherebbe con il celibato ecclesiastico. E quindi tutto si risolverebbe togliendo il divieto di sposarsi per i sacerdoti. Soluzione molto semplicistica, che sembra ignorare come casi frequenti di molestie e perfino di abusi siano perpetrati da parte di uomini regolarmente sposati, e pure all’interno delle famiglie. La documentazione addotta nella ricerca fornisce comunque molti elementi interessanti per ricostruire la cultura di un’epoca, e di una mentalità non completamente scomparsa.

di Lucetta Scaraffia

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

14 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE