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​Una guida
affidabile

· Incontri - Hubert Jedin ·

Storico di fama mondiale, Hubert Jedin (1900-1980) ha contribuito, secondo l’espressione di Romano Guardini, a risvegliare nei cattolici l’amore per la Chiesa.

Originario della Slesia, decimo figlio di un maestro elementare e di una madre nata ebrea e convertita al cattolicesimo, era diventato sacerdote e si dedicava con successo all’insegnamento della storia della Chiesa nel suo paese. Le leggi razziali lo costrinsero ad abbandonare la carriera universitaria in patria e a trasferirsi a Roma dove, lavorando alla Biblioteca Vaticana, mise mano alla sua grande opera sul concilio di Trento. A lui, peraltro, si deve l’importante precisazione secondo la quale il periodo successivo alla Riforma protestante non è tanto da connotare come una controriforma, come si usava allora dire, bensì come Riforma cattolica portata avanti da uno stuolo di santi. Basta ricordare che verso la metà del Cinquecento si potevano incontrare a Roma san Carlo Borromeo, sant’Ignazio di Lojola, san Filippo Neri. Come guida affidabile, Jedin mi ha accompagnato per lunghi tratti del mio cammino.

Hubert Jedin

Il mio primo incontro con lui risale a metà degli anni Settanta. A quel tempo la Jaca Book, per la quale lavoravo, aveva deciso di tradurre in italiano la Storia della Chiesa (1975-1980), da lui diretta, e a me venne affidato il compito di responsabile per l’edizione italiana. Nell’affanno di un lavoro che largamente soverchiava le mie forze, mi restò impresso l’incipit dell’ampia introduzione premessa all’intera opera, quasi un atto di fede per lo storico credente che si accosta alla vita della Chiesa nei secoli: «L’oggetto della storia della Chiesa è la crescita nel tempo e nello spazio della Chiesa fondata da Cristo. Ricevendo questo suo oggetto dalla teologia e ritenendolo per fede, essa è una disciplina teologica e si distingue da una storia del cristianesimo» (una tesi ampiamente discussa e oggi largamente dimenticata). Però l’origine divina della Chiesa e la comunione ecclesiale non possono essere messe da parte dal credente che non può limitarsi solamente ai fatti della cronaca: «Come il seme di frumento germoglia e spunta, mette stelo e spiga (...) così l’essenza della Chiesa si realizza nel processo storico in forme variabili, ma rimane uguale a se stessa». Questo non vuol dire ritorno a una storia apologetica o a una interpretazione di comodo delle vicende più dolorose, bensì un accostamento non necessariamente ipercritico, quasi che la Chiesa non meriti quella pietas dovuta alla fragilità che accomuna tutti gli uomini, credenti o meno. Del resto, osava affermare Jedin, chiunque legga senza pregiudizi le mie opere può verificare della serietà del mio metodo. Pensato inizialmente come un manuale di storia della Chiesa a partire dalla ecclesiologia del Vaticano II, l’opera diretta da Jedin si era sviluppata in una vera storia della Chiesa cui avevano collaborato importanti autori tedeschi, ma anche francesi, italiani ed europei.

Come già in Germania e in altri paesi d’Europa, l’opera, di ben dieci ponderosi volumi nell’edizione italiana, ebbe una buona diffusione anche nel nostro paese. Soprattutto divenne l’opera di riferimento per lo studio della storia della Chiesa dopo il Vaticano II. Poi in Italia avemmo un’idea che in un primo momento sembrava temeraria: perché dalla grande storia, a partire dalla stessa empatia per gli eventi della cristianità, non sviluppare una storia della Chiesa per bambini? A nome della redazione ne parlai con il grande storico. Contrariamente ai miei timori iniziali, Jedin ebbe parole di incoraggiamento, e quando gli mandai le bozze del primo volume scrisse una prefazione entusiasta: «Sì, è possibile portare i bambini a comprendere la storia della Chiesa, anzi è necessario. Il bambino deve capire che la Chiesa è una comunità di uomini estesa a tutto il mondo, il “popolo di Dio”, che ha il suo fondamento e la sua vita in Gesù Cristo». Ideata in una di quelle serate nelle quali all’epoca si amava discutere fino a notte inoltrata, la Chiesa e la sua storia per bambini in dieci volumi, secondo la ripartizione della grande storia diretta da Jedin, ebbe un successo inatteso. Diretta e scritta da un piccolo gruppo di redattori e disegnatori, venne tradotta in una decina di lingue (compreso il giapponese, il croato, l’albanese) dove pure la presenza dei cattolici non era particolarmente numerosa.

Incontrai nuovamente Jedin lavorando alla biografia di Benedetto XVI. Scoprii allora che, ritornato in Germania dopo il lungo esilio in Italia, fu lui a favorire la chiamata del giovanissimo Ratzinger presso l’Università di Bonn. Subito dopo ci fu l’indizione del Vaticano ii da parte di Giovanni XXIII, un evento in cui Jedin e Ratzinger vennero parimenti coinvolti: il primo come grande conoscitore della storia dei concili, Ratzinger come consigliere teologico del cardinale di Colonia Joseph Frings. Jedin, peraltro, scrisse un piccolo volume dal titolo Breve storia dei concili. I ventuno Concili ecumenici nel quadro della storia della Chiesa (2006) che divenne un indispensabile manuale che molti padri ebbero costantemente tra le mani non solo per comprendere significato e portata delle grandi assise del passato, ma anche per come comportarsi nel presente. In base alle sue conoscenze, lo storico ricordava che il regolamento del Concilio è ecclesiologia applicata: se si voleva rinnovare la Chiesa con il Concilio, bisognava porre grande attenzione al regolamento. Di qui la ferma determinazione di molti vescovi di tenersi informati e proporre correzioni già nelle prime sedute dell’assemblea conciliare.

Mi resta da dire un’ultima parola sulla lunga permanenza di Jedin nel nostro paese e del suo amore per l’Italia. Dopo una permanenza a Roma di tre anni, all’inizio degli anni Trenta, vi ritornò alla fine di quello stesso decennio e vi rimase per altri dieci anni durante i quali si dedicò con passione allo studio del Concilio di Trento e ai principali protagonisti di quell’assise conciliare. I suoi testi furono di rilevanza anche per la cultura del nostro paese. Soprattutto, egli trasmise a molti studiosi italiani l’amore per la Chiesa e la sua storia. Accolto nell’Accademia dei Lincei, egli rimase per sempre grato al nostro paese di cui amava certo l’arte, ma anche la cortesia e la gioia di vivere degli italiani. Egli fa parte di quella schiera di grandi stranieri che, più di tanti italiani, riconoscono al nostro paese e alla sua Chiesa un ruolo significativo nella storia e nel futuro del nostro continente e del mondo.

di Elio Guerriero

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18 settembre 2019

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