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La classe degli asini

· Storia di una battaglia giusta ·

Il film andato in onda su Rai 1 il 14 novembre, La classe degli asini, è la storia di una buona e fondamentale battaglia: quella contro una scuola incapace di prendere per mano i più fragili; la battaglia a favore di una scuola in grado di ridurre le differenze, di unire bambini di ogni tipo, di fare dell’integrazione un punto di forza per tutti; la battaglia per dare dignità e speranza alle persone con disabilità. 

Una scena del film

È il racconto di una donna coraggiosa e tenace, interpretata da una brava Vanessa Incontrada e ispirata alla gigantesca lezione di Mirella Antonione Casale: insegnante e madre di Flavia, bambina colpita da encefalite virale in tenerissima età. Il film, diretto da Andrea Porporati, parte dal 1970 ed è il dovuto omaggio a questa donna e alla sua vita spesa per l’integrazione delle persone con disabilità nella scuola; è il ringraziamento per il suo impegno, vivo già dagli anni Sessanta, che si è fatto esempio per molti e che ha portato il parlamento italiano, il 4 agosto del 1977, ad approvare la legge 517 che ordinava l’inclusione dei bambini con disabilità nella scuola comune. «La missione di un educatore — scrive Mirella nel tema del concorso a cui partecipa per diventare preside — non è solo quella di insegnare, ma anche quella di trasmettere ai propri alunni un’idea del futuro». Per questa sua “missione compiuta”, in quello stesso 1977 il ministro della Pubblica istruzione le assegnò il compito di coordinare l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità nelle scuole di Torino e provincia, in quella stessa città in cui La classe degli asini è ambientato e che all’inizio degli anni Settanta era il cuore industriale di un’Italia sconvolta dai processi migratori interni, dove i figli dei contadini sradicati dal sud faticavano a penetrare in una cultura diversa, anch’essa impaurita dal poderoso e repentino cambiamento. Il film sceglie di parlare anche di loro, di questi figli che correvano il rischio di rimanere esclusi dal diritto all’istruzione, sottolineando, in questo modo, l’ampiezza dei limiti che caratterizzavano quell’idea di scuola. La classe degli asini ha il merito di radicarsi solidamente nella storia italiana di quegli anni: si parla del lavoro dell’associazione Anffas e di una tensione ormai alle stelle tra vecchio e nuovo, col desiderio di cambiamento da un lato (sono gli stessi anni in cui Franco Basaglia lottava per abolire altri ghetti), e la prigionia dentro norme e strumenti inefficaci dall’altro. Il film parla abbondantemente, per esempio, delle “classi differenziali”: grosse reti in cui finivano storie di disagio diverse, dannosi contenitori per ultimi che non attenuavano le differenze ma le esasperavano, che isolavano chiunque, per qualsiasi motivo, si fosse trovato indietro. Con intelligenza, il film accosta al percorso di Mirella e Flavia la vicenda (immaginaria ma realistica) di Riccardo e Felice, dove il primo è un ragazzino figlio di immigrati siciliani a Torino, e il secondo, un ottimo Flavio Insinna, è un insegnante che non crede nella repressione e si batte per il bene di ogni suo alunno, soprattutto per il riscatto di quelli come Riccardo, che pagavano le colpe di un sistema pieno di falle e che magari, solo perché incapaci di reggere alle difficoltà provocate dal contesto esterno, venivano rinchiusi dentro istituti dove il loro disagio si aggravava profondamente. È una lezione sempre utile, quella di Mirella Antonione Casale, ed è un bene che la sua preziosa battaglia sia stata finalmente raccontata a un numero così grande di persone. Meglio ancora che sia stato fatto in maniera chiara e coinvolgente.

di Edoardo Zaccagnini

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24 maggio 2019

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