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Una gioiosa polifonia
della fede

· Nella messa ad Abu Dhabi ·

Papa Francesco ha concluso la sua visita negli Emirati Arabi Uniti con la messa celebrata in inglese, latino e italiano di fronte a migliaia di cristiani emiratini e stranieri, «estremamente felici» che questo «sant’uomo» come lo definisce emozionata una ragazza pakistana di 18 anni, sia giunto nella capitale, seconda città più popolosa del Paese.

Nelle prime ore di martedì mattina, 5 febbraio, Francesco si è congedato dalla residenza ad Abu Dhabi, dove ha salutato oltre al personale dell’Al Mushrif Palace, il nunzio apostolico Francisco Montecillo Padilla e un gruppo di frati cappuccini e di sacerdoti del vicariato apostolico dell’Arabia del Sud. In dono ha lasciato un ramo d’ulivo in bronzo, scultura che simboleggia la pace, la prosperità e la fratellanza, messaggi centrali del viaggio.

Quindi il Pontefice ha raggiunto in automobile la cattedrale dedicata a san Giuseppe. È una delle due chiese cattoliche di Abu Dhabi, la prima costruita nel paese nel 1962. Accolto dal vescovo cappuccino Paul Hinder, dal vicario generale e dal parroco, mentre veniva intonato un canto, Francesco è entrato in processione nella cattedrale, all’interno della quale si trovava una rappresentanza della comunità locale. Dopo aver deposto sull’altare un omaggio floreale ricevuto da una famiglia e dopo un breve momento di raccoglimento, il Papa ha benedetto i presenti. Nel rivolgere loro un breve saluto, ha affermato che è una grande gioia per lui visitare le giovani Chiese e ha ringraziato per la loro testimonianza.

Successivamente si è trasferito nel centro sportivo Zayed per la messa più grande mai celebrata in un Paese islamico. Nei quasi nove chilometri che separano la cattedrale dallo stadio si era radunata una folla composta. Migliaia di persone di ogni età hanno acclamato il passaggio del corteo in arrivo, sventolando bandierine vaticane e striscioni. Lo spiegamento di forze di polizia ha consentito l’accesso in modo ordinato e veloce. La seconda e ultima giornata di Francesco nella penisola ha avuto un carattere più marcatamente spirituale, dopo il messaggio con decise risonanze mondiali lanciato lunedì al Founder’s Memorial insieme al Grande Imam di Al-Azhar.

Papa Bergoglio, sorridente e in piedi a bordo della papamobile, ha fatto il suo ingresso nello stadio salutando a destra e a sinistra con ampi cenni e suscitando l’entusiasmo della folla, che aspettava da molte ore di vederlo passare anche solo per qualche secondo. Salta all’occhio l’incredibile resistenza fisica del Pontefice, senza dubbio coadiuvata da un incrollabile senso di responsabilità, che lo ha portato a compiere due viaggi apostolici così importanti in pochi giorni. «Il fatto che sia venuto qui è un messaggio molto forte e molto importante» commenta una giovane cattolica filippina arrivata la sera prima da Dubai per partecipare alla celebrazione. «Sono davvero contenta, felice; il Papa — prosegue — ha dimostrato di appoggiarci in questo ambiente in cui ora viviamo, negli Emirati».

«Sentiamo che una persona importante come lui può parlare per noi e raccontare ciò che proviamo qui in quanto cristiani» aggiunge Nagua, una donna di mezza età seduta accanto al marito. Saba, 22 anni, si toglie gli occhiali da sole. Ha gli occhi gonfi per la stanchezza. «Sono due giorni che non dormo» spiega la ragazza con il velo in testa, che ha collaborato con l’organizzazione dell’evento nella gestione della logistica e delle misure di sicurezza nello stadio in cui si celebra la messa. È musulmana come tanti altri volontari che hanno partecipato con gioia e curiosità. Due elicotteri militari sorvolano la zona, sovrastati dal vociare e dai canti dei partecipanti. «Inizialmente avevo pensato di seguire la messa in televisione ma ho capito che non potevo mancare» dice Vivian, pakistana di 30 anni. «Dio ci protegge; e il Papa è il suo vicario, siamo nelle sue mani» conclude Dalia, un’altra giovane cattolica che partecipa alla celebrazione insieme alla madre.

Allo stadio che ha fatto da punto di ritrovo dei cristiani di tutto il paese si sono presentati soprattutto giovani cattolici delle due diocesi in cui si dividono gli Emirati, incuranti della prospettiva di trascorrere ore in fila per entrare. Sono però arrivati anche un buon numero di suore e frati da ogni angolo della Penisola arabica, che hanno sfidato tanti chilometri e molta stanchezza.

Sceso dalla papamobile, Francesco è stato salutato velocemente da un piccolo gruppo di presenti corsi ad abbracciarlo. Poi, indossati i paramenti, all’interno dello stadio ha iniziato la celebrazione. Il canto liturgico di un coro composto da cento persone in maggioranza asiatiche, ha dato il via alla processione dei concelebranti verso l’altare allestito al centro del campo. Le letture in arabo e inglese e le intenzioni di preghiera in coreano, konkani, tagalog, urdu e malayalam hanno donato alla celebrazione il volto di un cristianesimo migrante, in un paese in cui il 70 per cento della popolazione è straniera e di questa buona parte è cattolica. Si tratta di un volto nuovo della Chiesa: quello dei migranti non radicati nel territorio, che il Papa durante la sua omelia ha definito come una «gioiosa polifonia della fede», un «coro» di fedeli sempre più extra-europeo di comunità provenienti da Paesi come Pakistan, Filippine, Libano e India.

«Mi è piaciuto moltissimo il messaggio del Papa: i lavoratori degli Emirati hanno bisogno di amore e giustizia» afferma Samuel, originario dell’Ecuador, che alle cinque di mattina è salito su uno degli autobus noleggiati a decine dalle parrocchie per raggiungere lo stadio nella periferia di questa modernissima città.

Domani, il ritorno alla normalità. Domandiamo: «Credete che questa visita del Papa e il dialogo interreligioso con Al Azhar possano cambiare la situazione dei cristiani negli Emirati?». «È la nostra speranza» rispondono.

dal nostro inviato
Silvina Pérez

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23 maggio 2019

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