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Una geografia dell'animo

· ​Genesi e storia dei Sacri Monti in un libro di Guido Gentile ·

Il Sacro Monte  di San Vivaldo

Più che un libro, è un vero e proprio atlante, confezionato con cura certosina, e alta e disarmante competenza. Un atlante nel quale la geografia dell’animo assurge a luogo della memoria e si configura come espressione di valori spirituali e religiosi che scandiscono il cammino del credente verso orizzonti in cui confluiscono, in felice sintesi, l’elemento umano e l’aspirazione al divino. Sacri Monti di Guido Gentile (Torino, Einaudi, 2019, pagine 380, euro 38) - che sarà nelle librerie a partire da martedì 19 marzo, e uno stralcio del quale è anticipato dall''Osservatore Romano" - è infatti un’opera che illustra, con dovizia di suggestivi dettagli, il sistema di tale “arcipelago”, diffuso tra Piemonte e Lombardia, e riflesso in casi paralleli, il quale consta di insiemi di cappelle costruite solitamente su alture e dedicate alla rappresentazione degli eventi o “misteri” della vita di Cristo, della Vergine e di alcuni santi. L’immaginario architettonico e figurativo che, nel corso dei secoli, viene a elaborare questi complessi ben rispecchia le caratteristiche del pellegrinaggio insieme a particolari forme di meditazione e di narrazione, applicate sia alla catechesi popolare sia alla pratica di devozione. Spiega l’autore — già sovrintendente archivistico per il Piemonte e la Valle d’Aosta e che in questo libro rielabora vari suoi studi — che lo sviluppo dei Sacri Monti, fiorito nell’età della Controriforma ma preceduto da significative esperienze sin dal Quattrocento, fu promosso e gestito non solo da francescani e da ecclesiastici, ma con l’attivo coinvolgimento dei rispettivi ambienti territoriali e di soggetti di vario rango sociale e politico. La ricognizione — condotta in tale opera — delle dinamiche che attraversano e contraddistinguono questo scenario muove dalla storia e dall’evoluzione del Sacro Monte di Varallo: vengono poi analizzate le derivazioni di tale modello.

Nella premessa Guido Gentile, dopo aver ricordato che nel 2003 l’Unesco ha iscritto il sistema dei nove Sacri Monti come sito unitario nella lista del Patrimonio mondiale, riconosce nel caso di Varallo il prototipo della categoria dei Sacri Monti, richiamando la complessità della sua elaborazione, durata dal tardo Quattrocento sino agli ultimi interventi avvenuti nel Settecento e nell’Ottocento. L’autore si focalizza in particolare sulla storia del Sacro Monte valsesiano non solo per la sua esemplarità, ma anche «per la sua evoluzione, risultante da una stratificata vicenda di progetti e di opere». Accomuna la costellazione dei Sacri Monti la costruzione di un immaginario e di linguaggi omogenei, nell’incontro fra «le attente regie» che concepirono e seguirono le imprese più significative e le interpretazioni di artisti attivi in analoghi cantieri, o comunque formati all’interno di una comune cultura, alcuni — scrive Gentile — «di più forte personalità», altri «dignitosi gregari».
Nell’illustrare l’ideazione e la fondazione del Sacro Monte l’autore spiega che negli anni Ottanta e Novanta del Quattrocento il pellegrinaggio di Terra santa, anche grazie alle narrazioni a esso legate, continuava a esercitare una forte suggestione su uomini e donne di varia provenienza e condizione, religiosi e laici, che si trovavano spesso accomunati nei travaglia e nei pericoli determinati dal “viaggio d’oltremare”. Questa tensione della cristianità verso Gerusalemme si acuiva e insieme diveniva più critica mentre quell’orizzonte risultava più difficile da raggiungere per la crescente espansione della potenza ottomana: espansione che investiva Otranto e Rodi nel 1480 e sovvertiva il dominio esercitato sulla Terra santa dal sultanato mamelucco del Cairo, della cui tolleranza, pur con alterne vicende, si erano avvalse le confessioni cristiane.
Ma l’attenzione dei sovrani e dei principi occidentali, scrive l’autore, si volgeva ad altro. Il fallimento della crociata allora bandita da Pio IV inflisse un duro colpo al frate minore osservante Bernardino Caimi che, nel 1478, si era occupato, in qualità di commissario, della custodia francescana di Gerusalemme e che nel 1482 era impegnato nella predicazione della crociata. A motivo di tali circostanze, al frate dovette apparire assai precaria la tutela dei luoghi santi fornita dai francescano del Monte Sion. Bernardino Caimi si rese quindi interprete del sentimento, condiviso da altri esponenti del suo ordine, «di dover trasmettere la “vera” forma degli spazi testimoni della passione e della vita del Cristo in quel momento nel quale sembrava definitivamente compromessa la presenza latina in Terra santa». Il frate osservante allora si adoperò, senza risparmio di energie, a fondare una sua “nuova Gerusalemme”, concepita come un insieme di siti composti a somiglianza dei luoghi santi d’oltremare e destinati a “surrogare” il pellegrinaggio gerosolimitano con un’altra forma di devozione, più agevole e sicura.
Tra le testimonianze coeve che riguardano il primo sviluppo del complesso per il quale nel corso del Cinquecento si consolida la denominazione di Sacro Monte di Varallo, la dedica a Cristo, scritta sulla cappella del Santo Sepolcro e datata 7 ottobre 1491, menziona, insieme con il committente Milano Scarognini, fra Bernardino Caimi, che ha ideato i luoghi del monte «affinché qui veda Gerusalemme chi non vi può peregrinare».

di Gabriele Nicolò

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07 dicembre 2019

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