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Una generazione nuova di italiani e cattolici

· La prolusione al Consiglio permanente della Cei del cardinale presidente Angelo Bagnasco ·

Comincia oggi il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei), che terminerà il 27 gennaio. I lavori sono introdotti dalla prolusione pronunciata dal cardinale presidente Angelo Bagnasco. Dopo aver  ricordato la Settimana di preghiera per l'Unità dei Cristiani, che si conclude oggi, festa della Conversione di san Paolo, il porporato ha citato all'inizio del suo intervento la visita di Benedetto XVI al Tempio Maggiore di Roma: «Noi Pastori — afferma il cardinale — ci riconosciamo nell'atto spontaneo di commosso omaggio che il Santo Padre ha tributato ai superstiti del dramma singolare e sconvolgente della Shoah , e idealmente ci siamo a lui associati, desiderando per la nostra parte e nell'azione educativa delle nostre Chiese contribuire a cementare un irrinunciabile clima di rispetto e di amicizia che, vincendo ogni traccia di odio, sconfigga i focolai talora riaffioranti di antisemitismo come pure di xenofobia».

Nella giornata di domenica, ha ricordato il porporato, nelle parrocchie italiane si è svolta la raccolta straordinaria di aiuti per la popolazione di Haiti duramente colpita dal tragico terremoto del 12 gennaio: «I missionari che da tempo operano nell'isola caraibica, i volontari stabili e quelli che si sono aggiunti in queste settimane — ha detto — sono i testimoni di una vicinanza che non verrà meno, dovendosi trovare le strade più rispettose ed efficaci per arrecare sollievo alle popolazioni colpite, in particolare ai bambini rimasti orfani e alle persone variamente segnate dalla tragedia».

Il cardinale Bagnasco ha poi ricordato gli esiti dell'evento su «Dio oggi» promosso nel dicembre scorso dal Comitato per il Progetto Culturale: «Il numero straordinario delle presenze — ha detto — specialmente giovanili, l'interesse evidente registrato tra i convenuti e la loro concentrazione sul dibattito non potevano non colpire. Simili episodi sono, tra l'altro, riscontro che neppure l'uomo di oggi riesce ad accantonare con leggerezza o supponenza la questione di Dio: dobbiamo “preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde” (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009)». Ciascuno — ha aggiunto il porporato — è chiamato «a respingere le intimidazioni del secolarismo, le spinte cioè all'interpretazione più privatistica del fatto religioso, quasi si trattasse di una debolezza dell'intelligenza e un cedimento all'irrazionalità. C'è tutta una cultura pubblica che, convalidata dall'apparato pubblicitario e in un gioco di rimandi ossessivi, punta all'estraneazione, alla sottovalutazione, quando non all'irrisione del fenomeno religioso: l'individuo che crede dovrebbe vergognarsene, o almeno dissimulare la propria fede. Ne è segno la nota e inaccettabile vicenda della sentenza di Strasburgo circa l'esposizione del Crocifisso». Per questo «dobbiamo dar fondo alla creatività pastorale, rivisitando i moduli ordinari di essa e ripensandoli in ordine alla nuova evangelizzazione: nessuno deve sentirsi come spaventato dalla nostra concreta attenzione, ma neppure deve sentirsi ignorato. Si ambientano qui le iniziative come quelle del Progetto Culturale o la Lettera ai cercatori di Dio: all'apparenza potrebbero sembrare cose scarsamente pertinenti all'attività pastorale ordinaria, e invece creano clima, lasciano affiorare stimoli che vengono ripresi e magari sviluppati, in ogni caso possono dare preziosi contributi per orientare il movimento della cultura in una direzione più aperta alle piene dimensioni dell'intelligenza e della libertà dell'uomo».

Riferendosi ancora al discorso che Benedetto XVI ha tenuto alla Curia romana, il cardinale ha citato il capitolo dedicato alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace, suggerito dal tema del Sinodo sull'Africa ma non circoscritto a quella parte del mondo. Le parole del Papa, ha spiegato il porporato, suonano «indubbiamente incalzanti per i popoli dell'Africa e le loro relazioni interne, spesso difficili e segnate da conflitti, ma anche per ogni altro popolo, dunque anche per noi e per la verità del nostro apporto di credenti alla costruzione dell'edificio comune che coincide anzitutto con il nostro Paese. L'appello al disarmo degli animi, che ci eravamo permessi di lanciare in occasione dell'assemblea di Assisi, ha — grazie a Dio — avuto una certa eco, ed è stato da varie parti ripreso come esigenza per un confronto politico più maturo. Eppure la situazione interna ha continuato a surriscaldarsi fino all'episodio violento ed esecrabile che ha riguardato il Presidente del Consiglio. Maestri nuovi del sospetto e del risentimento sembrano talora riaffiorare all'orizzonte lanciando parole violente che, ripetute, possono resuscitare mostri del passato. Ebbene, dobbiamo continuare a dare un contributo speciale come credenti su questo versante della riconciliazione degli animi, quale condizione irrinunciabile per un disarmo duraturo tra schieramenti e gruppi, in vista di una coesione effettiva tra i componenti dell'intera comunità nazionale». Non serve a nessuno, ha aggiunto, «che il confronto pubblico sia sistematicamente ridotto a rissa, a tentativo di dominio dell'uno sull'altro. Allo stesso modo è insopportabile concentrarsi unicamente sulla denigrazione reciproca, arrivando talora a denigrare il Paese intero pur di far dispetto alla controparte. Anche i media, che devono corrispondere ai compiti di informazione e di controllo che sono loro propri in una società evoluta, non devono cadere nel sistematico disfattismo o nell'autolesionismo di maniera. Il giornalismo del risentimento che si basa, più che sulle notizie, sui conflitti veri o immaginati, finisce per nuocere anche alla causa per cui si sente mobilitato. Il Paese ha bisogno di uscire dalle proprie pigrizie mentali, dai pregiudizi ammantati di superiorità, per essere meglio consapevole delle risorse e delle qualità di cui dispone, per dare una giusta considerazione ai successi conseguiti ad esempio sul fronte della lotta alla criminalità, o dell'eccellenza tecnologica, o della ricerca medico-scientifica, o della bio-alimentazione, o dell'industria creativa. Occorre essere fieri del proprio buon nome, della propria fatica, dell'impegno speso senza vanità e che, quando c'è, non può essere annullato da nessuno. A partire da simili presupposti, è possibile allora per la politica — intesa come l'opera civile più grande per gli altri — proporsi l'obiettivo urgente, ma colpevolmente sempre rinviato, delle riforme che invece sono attese per dare compiutezza a quella transizione istituzionale, politica e strutturale che, se ritardata, assorbe le risorse e corrode gli entusiasmi. Il Presidente della Repubblica molto opportunamente non si stanca di richiamare le classi politica, amministrativa e giudiziaria, e le diverse componenti dirigenziali, a mettere da parte calcoli individuali, e talora anche meschini, per riuscire negli obiettivi generali. La stessa questione Meridionale, come viene per lo più evocata, deve acquistare una capacità di interrogazione nuova rispetto all'intero Paese. Le parole come solidarietà, sussidiarietà e reciprocità, quali sono prospettate nel documento sul Mezzogiorno che andremo ad approvare definitivamente in questi giorni, indicano i criteri necessariamente esigenti per una riforma urgente del nostro sentirci Nazione, a centocinquant'anni esatti dal compimento dell'unità d'Italia».

Il cardinale Bagnasco ha ricordato anche le recenti discussioni in tema di clima, di ambiente, di crisi ecologica e cambiamenti atmosferici, soprattutto in occasione della Conferenza di Copenaghen, «un appuntamento che si annunciava cruciale e alla prova dei fatti lo è risultato assai di meno, per il modesto approdo a cui è pervenuto, senza significative decisioni vincolanti, e rinviando sostanzialmente le scelte dirimenti ad occasioni successive».

Nei delicati equilibri dell'ecologia umana, ha poi aggiunto il cardinale, «entra la bioetica, dove sono almeno due sul piano istituzionale i fronti in movimento. Anzitutto quello della pillola RU 486 che, dopo il via libera dell'Aifa, rischia di introdurre una prassi di banalizzazione ulteriore nella tutela della vita umana. Per questo auspichiamo che i pubblici poteri, ciascuno al proprio livello — Parlamento, Ministero della salute e Regioni — operino alacremente per circoscrivere quanto è più possibile tale rischio. Quanto poi al tema del fine vita, non possiamo non avanzare riserve sulla discutibile “iniziativa dei registri” che si vanno qua e là aprendo, e che, oltre a rappresentare una fuga irresponsabile in avanti, tendono a precostituire degli esiti al ribasso circa la legge in allestimento, sulla quale invece le forze politiche sono chiamate a dar prova della massima saggezza».

Il cardinale ha citato anche la questione della sicurezza ambientale del territorio, osservando come ci sia «una preoccupazione che responsabilmente compete a tutta  la  popolazione,  e  coincide  con un fondamentale senso civico, proprio perché tutti devono avere a cuore la sicurezza propria, della propria famiglia, della propria comunità, per cui è contraddittorio fare azzardi e consumare abusi per lamentare poi la distrazione o le dimenticanze dei pubblici poteri».

Il tema di una cittadinanza consapevole e matura si ricollega al discorso sull'emergenza educativa. Il cardinale Bagnasco ha fra l'altro ricordato Papa Montini, auspicando che «la sua idea di educazione — aperta al nuovo e ad un tempo radicata nella tradizione più classica — siano adeguatamente rivisitate nel corso dei prossimi anni». Ricostruendo la figura di Gian Battista Montini, Benedetto XVI — ha aggiunto il cardinale Bagnasco citando il Discorso per l'Inaugurazione della nuova sede dell'Istituto Paolo VI a Brescia, l'8 novembre 2009 —  ha tra l'altro detto  che «i giovani che lo avvicinavano, quando egli operava tra gli universitari, percepivano il fuoco interiore che dava anima alle sue parole, in contrasto con un fisico che appariva fragile. Non apparirà un arbitrio allora collocare qui il riferimento all'Anno Sacerdotale, in pieno svolgimento in tutta la Chiesa cattolica. La testimonianza di intensità cristiana che Paolo VI lasciava trasparire da tutta la sua persona, dal suo sguardo come dai suoi gesti, induce a ricordare che si può sapere tante cose su Dio, ma non “vedere” il mistero stesso, lasciandosi così sfuggire l'essenziale, e continuando a tenere chiusi gli occhi del cuore (cfr. Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 1 dicembre 2009). E si può anche predicare in modo ricorrente sul Dio dell'amore, ma dimostrare che la propria vita non si fonda su questa esperienza. È un rischio — perché tacerlo? — che possiamo correre anche noi sacerdoti: avere una conoscenza pur vasta della fede, ma in una certa misura rimanervi fuori, non averne cioè toccata la vita. In altre parole, essere presi dall'intorpidimento dei sentimenti, da una certa muta abitudinarietà. Ed è il rischio dal quale ha inteso metterci in guardia il Santo Padre indicendo appunto questo Anno di grazia, che non è solo per i presbiteri, tant'è che tutti i fedeli sono invitati a parteciparvi con la loro personale conversione e con la preghiera per i sacerdoti stessi, ma che certamente è e deve essere un Anno di grazia dei sacerdoti, anzi di ciascun sacerdote — diocesano o religioso — convocato in coscienza davanti a Dio per riscoprire la bellezza del proprio sacerdozio».

Il presidente della Cei ha poi analizzato la situazione economica italiana, colpita meno duramente dalla crisi rispetto a quanto accade in altri Paesi ma pure con settori in sofferenza. A questo proposito il cardinale ha sollecitato «il sistema bancario a una politica del credito che, senza farsi avventata, sappia tuttavia essere scrupolosamente più attenta alle esigenze delle aziende in affanno. E ancora, non ci resta che sollecitare la classe politica a intensificare tutti i meccanismi che possono attenuare l'angoscia di chi, in seguito a licenziamento, ha perso la propria fonte di sostentamento o è in cassa integrazione. Tutti dobbiamo sentirci ingaggiati — ha aggiunto — a fare in modo che il volano dell'economia acceleri prima possibile, e nello stesso tempo ci pare doveroso incoraggiare il ricentramento della politica, anche quella fiscale, sul perno delle famiglie, in particolare quelle con figli, perché da elemento di risulta, che attenua i contraccolpi negativi, diventino soggetto propulsivo di sviluppo».

Il cardinale ha poi fatto riferimento a quanto accaduto recentemente in Calabria, con i fenomeni di contestazione sociale attorno al fenomeno degli immigrati: «Per darsi conto dell'accaduto — ha spiegato — occorre considerare anche altri fenomeni che lì sono entrati in combustione, come la condizione del tutto critica in cui abitualmente vivono una parte degli immigrati presenti nel nostro Paese: quelle capanne di cartone o plastica senz'acqua e senza elettricità, dunque senza il minimo requisito igienico-sanitario, incapsulate all'interno di manufatti abbandonati e diroccati, esposte alle intemperie e invase dal fango, indicano uno standard non accettabile: così non si può, così non è umano. È realistico pensare che in contesti come questi non  possano  attecchire  seri  tentativi di integrazione, mentre prendono vita pezzi di società parallela e auto-referenziale rispetto ai quali diventa difficile scongiurare tensioni e micro-conflitti, che finiscono per condizionare pesantemente la percezione del fenomeno da parte dei cittadini. Poi, certo, pesano anche fenomeni come la strategia avvolgente della malavita locale, che  prima  assolda,  poi  provoca  e infine si presta a raccapriccianti interventi che lo Stato sta tentando di reprimere  venendo  per  questo  intimidito attraverso attentati che occorre sapere respingere con inesorabile nettezza. Vogliamo, a questo riguardo, esprimere la più convinta solidarietà ai confratelli che di recente hanno subito minacce insensate che non riusciranno tuttavia a distoglierci dalla nostra missione».

Concludendo, il cardinale Bagnasco ha confidato «un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti, e che dicono una direzione verso cui preme andare. Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l'agire politico. So che per riuscire in una simile impresa ci vuole la Grazia abbondante di Dio, ma anche chi accetti di lasciarsi da essa investire e lavorare. Ci vuole una comunità cristiana in cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della coscienza. Cresce l'urgenza di uomini e donne capaci, con l'aiuto dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera, che dispiega meglio il progetto di Dio sull'umanità, e perciò capaci di suscitare nel tempo l'ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse. Se questo è un sogno, cari Confratelli, so che ad esso ci si può avvicinare anzitutto attraverso le circostanze ordinarie dell'esistenza, le tappe apparentemente anche più consuete, ma che racchiudono in se stesse la cadenza del progetto che avanza. Ecco, vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà — la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta... —  formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica. Non a caso la vicenda sociale è oggi, a giudizio della Chiesa, radicalmente antropologica».

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