Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Una forza appassionata

Nei primi giorni di novembre del 1911 Marie Curie è l’unica donna invitata dall’industriale belga Solvay all’incontro da lui organizzato nel lussuoso hotel Metropole di Bruxelles per riunire i più brillanti cervelli del mondo. Tutti sanno che è candidata per il secondo premio Nobel, il primo l’aveva ricevuto con il marito Pierre per la fisica, gli studi sulle radiazioni, nel 1903.

Marie Curie in un ritratto del 1903

Per la prima volta lei, di solito così modesta e parsimoniosa, si è fatta fare dei vestiti eleganti e alla moda, si è comprata degli accessori nuovi. Non l’ha fatto solo per non sfigurare nell’hotel, ma anche perché all’incontro partecipa l’uomo che lei ama, il matematico Paul Langevin. Lei è vedova, ma lui è sposato con quattro figli. In quei giorni di isolamento vivrà le sue grandi passioni: il confronto delle idee scientifiche, delle ipotesi, delle visioni del mondo fra persone di così alto livello, e la vicinanza con il suo amante.

Mentre lei è lontana, a Parigi scoppia lo scandalo: il cognato della moglie di Langevin, giornalista di un foglio scandalistico, rivela la loro relazione. Nei giorni successivi usciranno altri particolari, tutta Parigi non parla d’altro, le figlie di Marie non possono più andare a scuola per la bufera mediatica. La stampa di estrema destra si comporta come di fronte a un nuovo caso Dreyfus: una madre di famiglia francese umiliata da una straniera, una megera polacca. Alcuni insinuano che lei sia ebrea. Molti chiedono che Marie venga cacciata dal paese, a nulla valgono i suoi brillanti risultati scientifici, il premio Nobel. Chiedono e ottengono che venga allontanata dall’insegnamento alla Sorbona, dove aveva ottenuto il posto del marito Pierre dopo la sua morte, prima donna docente. Al ritorno a Parigi non potrà neppure rifugiarsi nel villino di Sceaux, dove vive con le figlie, ma deve chiedere ospitalità agli amici: i giornalisti assediano la casa, e qualche giorno dopo una masnada di “cittadini” infuriati prenderà a sassate la casa, danneggiandola.

Seguirono furiosi dibattiti, e perfino tre duelli fra i suoi sostenitori e i suoi denigratori. Alla fine, il processo per adulterio fu evitato, e lei poté recarsi, in treno, a ritirare il secondo premio Nobel, questa volta da sola, per la chimica.

Marie riuscì a venir fuori da questa battaglia e a ricostituire la sua vita — rompendo il legame con Langevin — grazie alla sua straordinaria tenacia, alla sua non comune forza d’animo della quale aveva già dato prova più volte nel corso della vita. Se no, come avrebbe fatto una povera ragazza polacca, arrivata a Parigi da sola, a prendersi una laurea in matematica e fisica in una facoltà che a stento tollerava presenze femminili? E a preparare un dottorato che avrebbe cominciato a rivelare le sue doti quando nessun laboratorio le dava un posto per portare a termine gli esperimenti necessari? Qualcuno le suggerì di rivolgersi a un outsider, Pierre Curie, scienziato bizzarro che sperimentava al di fuori della comunità accademica, e con il quale nacque non solo l’amore, ma anche il progetto di lavorare insieme. Marie aveva superato il suo primo duro apprendistato per passione della scienza, che poi venne a costituire un unicum con l’amore per Pierre. Per lei erano figli dell’amore le loro vere figlie, Irene ed Eva, ma anche i nuovi elementi che scoprivano insieme, il polonio e il radio. Per questo motivo la morte improvvisa e precoce del marito la gettò in una disperazione totale, da cui riuscì a emergere lentamente, grazie alla disciplina nel lavoro e all’aiuto degli amici, fra cui Paul, allievo prediletto di Pierre. Di nuovo passione amorosa e passione scientifica confluirono, e resero Marie felice mentre scriveva le mille pagine del trattato sulla radioattività. Aveva 43 anni, a quell’epoca per una donna erano tanti, ma si comportava come un’adolescente e sottovalutava i rischi di un legame così irregolare.

Illustrazione di Irene Renon

Il genio straordinario, e la simpatia umana che suscita Marie stanno tutti in questa sua forza appassionata, che rendevano vitali la tenacia e la pazienza di cui sapeva poi dar prova nel corso della ricerca. Ma ripeteva spesso ai suoi studenti che l’intuizione e l’immaginazione erano virtù cardinali dello scienziato. Gli occhi grigio chiarissimo, una massa di capelli biondo cenere raccolti in un nodo, vestita quasi sempre con modestia di scuro, Marie aveva una personalità carismatica e un fascino innegabile che le attiravano amori e invidie in egual misura. Al momento dello scandalo, Einstein le scriveva: «Sento il bisogno di dire come ho cominciato ad ammirare il vostro spirito, la vostra energia, la vostra integrità, e la felicità che provo all’idea di avervi potuta incontrare di persona a Bruxelles».

L’ultima sua passione fu la Francia, la sua nuova patria che pure l’aveva tanto disprezzata: partecipò con totale dedizione patriottica alla prima guerra mondiale, creando apparecchi radiologici mobili con i quali soccorrere i feriti. Ma non aveva mai accettato che le radiazioni, le sue «figlie dell’amore» potessero essere ambivalenti, utili e al tempo stesso letali. Continuava a credere che fossero solo benefiche. Ne fecero le spese soldati ignari, ma soprattutto lei stessa, che morì di leucemia a 67 anni, nel 1934.

di Lucetta Scaraffia

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 settembre 2018

NOTIZIE CORRELATE