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Una finestra aperta

«Un grande Papa». Così definiva Paolo VI su «Il Gazzettino» dell’8 agosto 1978 il cardinale patriarca di Venezia, che di lì a poco sarebbe diventato il suo successore. Nell’articolo Albino Luciani sottolineava un punto centrale: «Eletto a concilio Vaticano II cominciato, egli ha dovuto portare questo concilio alla conclusione e avviarne l’ardua applicazione. Questo ha richiesto da lui specialmente tre cose: un insegnamento continuo e impegnativo, un dialogo sconosciuto in tempi antecedenti, la fedeltà al concilio stesso. Maestro della fede, Paolo VI ha saputo presentare la rivelazione di Dio in modo avvincente, toccando mano a mano i punti più necessari. Suo argomento preferito è la Chiesa. Certo, egli dice, la Chiesa è popolo di Dio, ma non si possono applicare a questo popolo le categorie dell’altro “popolo”, cioè dello Stato».

Insegnamento, dialogo, fedeltà al concilio, dottrina sulla Chiesa: ecco i quattro termini del bilancio del pontificato paolino tracciato da Luciani, convinto che «la storia, dopo di noi, a suo tempo, ne metterà in risalto la grande figura». Montini, chiamato dalla Provvidenza a guidare e gestire un concilio in un momento di grandi trasformazioni, incarna molto bene questa effervescente e tormentata stagione di rinnovamento. Una stagione dalla quale, di fronte al secolarismo e alla desertificazione, a partire dagli anni Novanta è emerso lo slogan della nuova evangelizzazione, cui ha contribuito la bellissima e attualissima esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, promulgata da Paolo VI l’8 dicembre 1975. Grazie a Montini si parlerà sempre più e meglio di nuova civiltà e di mobilitazione generale per un nuovo annuncio del Vangelo.

Paolo VI, oltre a Pontefice del Vangelo da annunciare, fu il Papa del dialogo — descritto nell’enciclica programmatica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) — che accentuò e proseguì, rispetto al predecessore, l’apertura vissuta dalla Chiesa. Un processo in atto, come ha ripetuto il 25 luglio scorso Papa Francesco: «Voglio che si esca fuori, voglio che la Chiesa esca per le strade». Nel discorso di chiusura della prima fase del Vaticano II (8 dicembre 1962) Giovanni XXIII aveva tratteggiato quanto sarebbe dovuto avvenire dopo i previsti nove mesi di intervallo (intervallo delle sessioni in Roma, ma non del concilio che, aveva detto «resta ben aperto»), prospettando un ritmo spedito, sicuro e continuo, e auspicando addirittura che si potesse concludere nell’anno centenario del concilio di Trento (1545-1563).

Ma il Signore aveva stabilito diversamente, per consentire l’auspicata rifioritura del vigore giovanile della Chiesa, come aveva detto il vecchio Papa, lasciando quasi un testamento spirituale al successore. Sarebbe così toccato al cardinale arcivescovo di Milano, il 29 settembre 1963, sotto l’egida dell’arcangelo san Michele, accogliere i confratelli vescovi provenienti da tutte le parti del mondo, nella fiducia che tutte le lingue sarebbero diventate «una voce sola» e che «una voce sola sarà messaggio all’orbe universo». L’inaugurazione della seconda sessione fu anche l’esordio solenne di Paolo VI, eletto cento giorni prima, il 21 giugno. Anzi il discorso di apertura viene esplicitamente da lui presentato come programmatico: «La parola viva sostituisca la lettera enciclica» disse il Papa.

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