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Stratega
dello sviluppo

· Una biografia di Sergio Paronetto basata su una vasta documentazione inedita ·

Il nome di Sergio Paronetto non è uno di quelli noti al grande pubblico. Intellettuale cattolico e tecnico dell’economia, non esercitò uno di quei ruoli che attirano subito l’attenzione. Inoltre, morì giovanissimo a 34 anni, nel 1945, alla vigilia della Liberazione del paese, senza poter partecipare alla vita dell’Italia del dopoguerra. Eppure, si tratta certamente di uno dei grandi protagonisti del passaggio della società italiana dal fascismo alla democrazia.

Sergio Paronetto

Ne ricostruisce ora la biografia, sulla base di una vastissima documentazione inedita (diari, lettere, appunti, relazioni), il volume appena uscito di Tiziano Torresi (Sergio Paronetto. Intellettuale cattolico e stratega dello sviluppo, Bologna, il Mulino, pagine 496, euro 36). Possiamo così, per la prima volta, apprezzare davvero la centralità e il fascino di una figura sinora troppo trascurata. Quello che sapevamo di Paronetto non era molto: che si trattava di uno dei giovani universitari cattolici di punta della “nidiata” di Giovanni Battista Montini nella mitica Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci); che fu una figura importante tra quelle che circondarono Donato Menichella nell’esperienza dell’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) nascente e che in quest’ambito sviluppò un’intensa riflessione sulla politica economica e l’impresa pubblica; che rappresentò un caso esemplare del confronto tra cattolicesimo italiano e modernità, professando quella che chiamò un’«ascetica dell’uomo d’azione», praticata come «spiritualità dell’equilibrio»; che, nella fase finale del fascismo, fu interlocutore importante di De Gasperi nel raccordo con i giovani cresciuti nell’Azione cattolica; soprattutto, che fu la guida e il principale estensore di quello che è certamente il più noto documento programmatico espresso dal cattolicesimo italiano dopo la seconda guerra mondiale, e cioè il Codice di Camaldoli. Ora il libro di Torresi ci permette di dire di più, molto di più.
L’autore ci fornisce innanzitutto un quadro inedito della sua formazione e della sua personalità che ne mette a fuoco i caratteri di base: un amore per la montagna condiviso da un’intera generazione di giovani cattolici (a cominciare da Pier Giorgio Frassati), una passione onnivora per la lettura, una singolare tendenza all’autoanalisi, un’aspirazione profondamente sentita all’amicizia. Nella Fuci di Montini e di Igino Righetti Paronetto si trovò benissimo, perché essa suggeriva — appunto — il primato dell’amicizia e quello della formazione della coscienza. La Fuci insegnava una religiosità profonda ma vissuta come fede pensante, come sforzo di conoscere e comprendere il proprio mondo prima di giudicarlo. La militanza fucina influenzò profondamente anche la sua sensibilità politica. Come consigliere del circolo romano, si trovò infatti nella primavera del 1931 al centro degli scontri tra studenti fascisti e cattolici: venne malmenato, elaborò un giudizio nettamente negativo sull’incompatibilità «morale» — come scrisse — tra il fascismo «com’è ora» e il «vero cattolicismo».
Grazie a Torresi scopriamo anche che, a cavallo tra il lavoro all’Iri e l’attività con i Laureati, Paronetto sviluppò una propria cultura economica nuova e originale, che sarebbe rimasta a caratterizzare il suo lavoro fino al Codice di Camaldoli. La sua riflessione ruotava attorno all’idea che non fosse più possibile pensare la dottrina sociale cattolica come «teoria univoca e generale». Paronetto pensava anche che, nelle condizioni seguite alla grande crisi del 1929, bisognava preoccuparsi soprattutto dell’impatto della tecnica sull’uomo e che era necessario adattarsi alle nuove forme corporative di vita economica e sociale tutte caratterizzate dall’inedito (e positivo) intervento dello stato.
Dal 1939, l’anno della morte di Righetti, fino al 1945, Paronetto fu la guida dello «stato maggiore di Montini», proponendo al Movimento Laureati una inesauribile serie di iniziative culturali ed editoriali, cercando di superare i pregiudizi verso il pensiero contemporaneo, affrontando una serie di polemiche (esemplare quella con don Primo Mazzolari sul modo in cui parlare del mondo del lavoro). Avviò anche la prima iniziativa cattolica di riflessione prepolitica sul futuro, con il gruppo che si cominciò a riunire nella sua casa romana di via Reno all’inizio del 1940, e che era composto da “anziani” ex-popolari come Alcide De Gasperi, da “giovani” usciti dalla Fuci e dai Laureati, e da alcuni tecnici dell’economia suoi amici. Parallelamente, Paronetto cominciò a esercitare anche un ruolo di consigliere influente della Santa Sede: quando due volte, nel 1941 e nel 1942, l’inviato di Roosevelt Myron Taylor fu in missione in Vaticano, la Segreteria di Stato chiese proprio a Paronetto una serie di note riservate sulla situazione politica e economica italiana.
Il merito principale del lavoro di Tornesi è quello di inquadrare la storia personale di Paronetto nella storia della sua generazione. Il libro dimostra che vi fu un’amicizia profonda tra Paronetto e De Gasperi, che tra la generazioni degli “anziani” e dei “giovani” vi fu un dialogo significativo, e che vi fu un’influenza puntuale delle posizioni di Paronetto nell’elaborazione degasperiana della piattaforma del nuovo partito cattolico. Tuttavia, dimostra anche che il dialogo fu difficile. Paronetto stesso avrebbe scritto del suo «senso di sfiducia nei padri, nelle loro ideologie politiche, nel credo della passata e sopravvivente generazione». Gli “anziani” pensavano al primato della politica, mentre i “giovani” preferivano il lavoro culturale; i primi pensavano al fascismo come a una parentesi, mentre i secondi ritenevano che il fascismo avesse dato risposte sbagliate a problemi nuovi e veri, ragion per cui non si poteva «tornare indietro»; i primi volevano un sostanziale ritorno alla democrazia liberale, mentre i secondi consideravano quest’ultima responsabile della stessa vittoria dei fascismi, criticavano la «democrazia della scheda» e dei partiti e preferivano forme nuove, «organiche», «economiche» di democrazia basate sulla rappresentanza professionale o tecnica dai contorni piuttosto confusi; i primi proponevano come un dovere l’agitazione antifascista, mentre i secondi sentivano ancora un vincolo patriottico che gli impediva di sottrarsi al destino comune del paese; i primi pensavano al cattolicesimo politico come quid unitario, mentre i secondi sentivano come naturale la pluralità delle opzioni politiche. Non a caso, dopo il 25 luglio, Paronetto si dirà convinto dell’«inopportunità di favorire o peggio promuovere la costituzione di un partito cattolico» e non a caso avrà molte difficoltà ad apprezzare la nuova democrazia dei partiti. Alla fine del 1944, poco prima di morire, avrebbe manifestato l’idea che la Democrazia cristiana fosse «un partito sbagliato, anche se ormai e forse ancora per qualche tempo necessario».

Paronetto non riuscì a veder maturare molti dei risultati del suo stesso lavoro. Anche il Codice di Camaldoli fu pubblicato qualche mese dopo la sua morte. L’importanza e il fascino di questo intellettuale sono tuttavia, al termine della lettura di questo libro, evidenti. In suo ricordo del 1945 Giovanni Battista Montini disse: «Chi gli è stato vicino ha sentito sgorgare da quest’anima parole uniche, originali, sue: quelle che hanno il segno e il timbro di una personalità»; aveva sentito «la spinta verso un qualche al di là, l’affanno, l’inquietudine, l’incontentabilità sia del mondo esteriore che del mondo interiore. E perciò l’insufficienza, il desiderio, la ricerca, la speranza». Non fosse altro che per questa affascinante e faticosa ricerca di un equilibrio la sua figura ci interpella ancora.

di Renato Moro

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18 settembre 2019

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