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Guerre stellari

· La saga continua ·

L’Alleanza Ribelle viene a sapere che l’Impero Galattico è ormai sul punto di completare la Morte Nera, un’arma di distruzione di massa capace di annientare interi pianeti, e decide così di organizzare una spedizione per uccidere lo scienziato Galen Erso (Mads Mikkelsen), i cui piani sono indispensabili per completare il progetto. Fra i ribelli, però, c’è anche la figlia di Erso, Jyn (Felicity Jones), e lo stesso scienziato ha preso da tempo le distanze dall’Impero. Infatti, ha segretamente inserito nell’arma un nucleo esplosivo che, se colpito, può portare alla sua distruzione. Durante uno scontro fra le due fazioni, però, Erso viene ucciso. Jyn propone allora di rubare i piani di progettazione della Morte Nera sul pianeta Scarif, ma non tutti nell’Alleanza credono che Erso fosse davvero un dissidente.

Una scena del film

La saga fantascientifica più amata da chi era bambino a cavallo fra anni Settanta e Ottanta recupera credibilità grazie al suo capitolo meno pubblicizzato, realizzato all’insegna di un salutare understatement e prudentemente presentato come uno spin-off, anche se le connessioni con la trama principale sono molte e di non secondaria importanza.
Rogue one: a Star wars story rende conto di fatti di cui si faceva cenno nel quarto episodio (ma primo film realizzato, nel 1977 da George Lucas), Una nuova speranza, rispetto al quale si torna dunque cronologicamente poco più indietro. Il fatto di mettere in scena un tassello intermedio della storia pone al riparo gli autori dal rischio di dover presentare grandi novità sul piano narrativo o iconografico.
E infatti qui ce ne sono davvero poche. Nemici, trama, climax, rapporti fra i personaggi, inquadrature e persino i movimenti delle navicelle spaziali: tutto è grosso modo, se non esattamente, come lo abbiamo già visto nei film precedenti. Il risultato però è coeso, lineare, rispettoso della tradizione senza al contempo dare l’impressione di brandelli di vecchie trame messi insieme come un patchwork, cosa che invece avveniva nel poco riuscito settimo capitolo, Il risveglio della forza (J. J. Abrams, 2015). Gli sceneggiatori Chris Weitz e Tony Gilroy sono avari di sorprese nel racconto, ma offrono di nuovo vitalità ai personaggi e un buon ritmo a tutto l’insieme, evitando intelligentemente di dare enfasi a volti e ambienti che già conosciamo e dunque di fare anche di questo film uno spettacolo vintage o un album di figurine. Mentre la regia del britannico Gareth Edwards — che aveva già restituito dignità a un personaggio obsoleto come Godzilla nel film omonimo del 2014 e firmato un interessante fanta-horror con Monsters (2010) — si dimostra sicuramente più solida di quella di Abrams, e in alcuni momenti fa di nuovo respirare la solennità che George Lucas aveva saputo conferire soprattutto alla prima trilogia realizzata. Magari non abbiamo una dimostrazione di grande personalità, ma non è un vero difetto quando ci si inserisce in una saga girata anche da altri. E i quaranta minuti finali di tradizionali battaglie nello spazio sono una festa per i fan di Star wars, e non solo. Inoltre, nell’impatto estetico c’è di nuovo un bell’equilibrio fra effetti speciali e set reali, tecnologia e artigianato, come il gusto futuristico e allo stesso tempo elegantemente retrò di alcune scenografie. Un equilibrio che anche Abrams aveva promesso per poi farsi prendere la mano in modo grossolano dalla computer graphic in momenti cruciali, e che lo stesso Lucas aveva perso di vista nella trilogia prequel degli anni 1999-2005.
E comunque qualche piccola novità e qualche timido azzardo non mancano, come l’idea di riesumare digitalmente il grande Peter Cushing nei panni del governatore Tarkin, con ottimi esiti, o come l’inedita ambientazione da isola esotica del pianeta Scarif, un paradiso di palmizi presto contaminato dalla violenza che sembra voler strizzare l’occhio ai cinefili rievocando atmosfere de La sottile linea rossa di Terrence Malick o Zombi 2 di Lucio Fulci, film diversissimi fra loro e anche da questo, ma l’eterogeneità delle fonti d’ispirazione e dei rimandi a volte anche inconsci alla storia del cinema, capaci di suggestionare l’immaginario soggettivo di ogni spettatore, ha sempre rappresentato una delle qualità maggiori della saga, non a caso definitivo apripista dell’era del postmoderno nell’ambito del mainstream.

Al di là di un’interpretazione modesta della protagonista Jones, ovviamente solo un dettaglio in un contesto come questo, l’unico limite del film è forse la mancanza di momenti di alleggerimento, di doverosa autoironia, e più in generale di quel retrogusto ludico e anche orgogliosamente nerd tipico non solo di Star wars, ma di tutto il cinema nato dalla generazione di Lucas, Spielberg, Zemeckis e Dante. Si rischia di prendersi troppo sul serio, insomma.

di Emilio Ranzato

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19 agosto 2018

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