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Una ferita
ancora aperta

· ​La discriminazione razziale raccontata dalle serie televisive americane ·

L’antica ferita della discriminazione razziale torna a sanguinare in alcune serie televisive americane recenti. Già si propagava nella prima stagione dell’antologica American Crime, del 2015, dove l’omicidio di un veterano di guerra, bianco, nella città di Modesto in California, faceva erigere velocemente il muro della chiusura e dell’odio tra persone. I sospettati erano di colore e la madre della vittima, la Barb di una bravissima Felicity Huffman, cavalcava la sua abitudine a usare le divisioni facili, nette e superficiali per combattere le proprie fragilità e le proprie ferite. La verità, però, ci raccontavano gli undici episodi di questa serie intensa e dolorosa, scritta da John Ridley (premio Oscar per la sceneggiatura di 12 anni schiavo, 2013), era più intricata e sfumata di quanto apparisse a Barb, e il dolore, le colpe e gli errori si diffondevano e distribuivano negli individui al di là di ogni colore esteriore, incuneandosi in un tessuto sociale fragile di cui Barb stessa era parte, in quella complessità umana di cui anche lei, forse, prendeva coscienza nel finale di American Crime, quando si accasciava a terra in un parcheggio con le sue gracili certezze ormai sgretolate. «Se vuole continuare a odiare — le diceva sua nuora — allora resterà da sola».

Una scena della serie  «When They See Us» (2019)

Non sappiamo se Barb abbia varcato il pregiudizio che le impediva di guardare più ampiamente la realtà, non ci è stato dato modo di vedere se si ribellasse a quel preconcetto che ribolle anche nella più recente Seven Seconds, la serie creata da Veena Sud e distribuita da Netflix nel 2018. Di nuovo un omicidio è il motore del racconto, ma stavolta la vittima è un ragazzino di colore: Brenton Butler, che correva in bicicletta nel parco innevato di Jersey City, a due passi da New York, fino a quando un poliziotto bianco l’ha investito e ridotto in fin di vita. È stato un incidente, una dannata distrazione, ma il colore della pelle del ragazzo ha portato i colleghi del poliziotto — giunti sul luogo dell’investimento — a dar retta al pregiudizio e alla paura delle conseguenze mediatiche e politiche del tragico accaduto. Lo sguardo del capo degli agenti sul corpo di Brenton è stato così rapido che il poliziotto non ha visto un giovane che respirava ancora, una persona da salvare, ma un ragazzino di colore ucciso da un adulto bianco. Non qualcuno agonizzante nella neve, ma un pericolo, una minaccia da insabbiare. Allora ha invitato l’autore dell’investimento a squagliarsela, al resto avrebbe pensato lui insieme ai suoi colleghi, partorendo un’indifferenza e un’ingiustizia portatrice di morte, di rabbia, di tensioni sociali e di nuove barriere divisorie tra gli uomini.

Nell’arringa finale del processo, la procuratrice Harper si domanda cosa sarebbe accaduto se per terra, nel sangue, ci fosse stato un bianco. «Noi abbiamo un problema — aggiunge poi la donna — il nostro Paese ha un problema», perché la divisione, la mancata relazione, costruiscono un male che appartiene a tutti gli uomini, ad ognuno offusca la vista e opprime il cuore. La procuratrice vuole che la giuria guardi la vita di Brenton come «bella, infinita e preziosa»; chiede che sia vista nella sua unicità. «Fate in modo che Brenton sappia che la sua vita contava», conclude la donna, perché ogni esistenza, prima che un colore in superficie, ne possiede tanti nell’anima, e la somma di tutte le tinte è diversa per ogni essere umano del mondo.

Lo rammenta anche la cupissima When They See Us (2019), che torna su una vicenda drammatica realmente accaduta a New York a partire dal 19 aprile 1989. Quella sera, mentre faceva jogging dentro Central Park, una ragazza bianca, Trisha Meili, venne violentata ferocemente e rimase in coma per dodici giorni. Di quel crimine atroce furono accusati cinque adolescenti di colore: quattro afroamericani e un ispanico, tutti di Harlem, tutti compresi tra i quattordici e i sedici anni di età. Furono condannati dopo un processo privo di prove consistenti, basato principalmente sulle confessioni dei ragazzi, registrate dopo estenuanti interrogatori, senza che gli accusati potessero riposare, mangiare o usufruire dell’assistenza di un legale. Solo molti anni dopo, nel 2002, quando il vero colpevole confessò il reato, per i cinque (ormai adulti) si riaprirono, per quanto possibile, le porte della normalità.

When They See Us, creata e diretta dalla regista Ava DuVernay (già impegnata nel delicato tema dell’integrazione razziale in America con Selma - La strada per la libertà, del 2014, e con il documentario XIII emendamento, candidato all’Oscar nel 2016) ci ricorda di cercare sempre la verità, onestamente e integralmente. Mai accontentarsi di una soluzione di comodo, individuando magari un colpevole mediante cui annullare la sensazione di paura, l’angosciante insicurezza di non avere il controllo su qualcosa di importante. Ci ricorda che quel colpevole può facilmente essere il più fragile, e nella sua drammatica concretezza, nella sua lancinante asciuttezza, questa serie disponibile su Netflix dal 31 maggio 2019 ci ricorda di non dimenticare mai che dentro l’altro in cui si inietta ingiustizia, per cui non ci si sforza di varcare il pregiudizio, a cui si nega l’ascolto, nasce una sofferenza che sarebbe identica alla nostra, qualora ci trovassimo nella sua condizione.

Le quattro emozionanti e toste puntate di When They See Us, così come quelle di American Crime e di Seven Seconds, ci ricordano che se vogliamo aspirare a quell’umanità per cui siamo fatti, ma che mai riposa al sicuro dai pericoli, e dalla quale, purtroppo, è sempre facile allontanarsi, dobbiamo ricordarci di abbandonare l’opinione definitiva prima di un incontro, la discriminazione e la distinzione tra esseri umani per il colore della pelle, per la provenienza geografica o per l’appartenenza a una determinata classe sociale.

di Edoardo Zaccagnini

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22 agosto 2019

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