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Una faticosa riconciliazione

· Nell’anniversario delle relazioni diplomatiche tra il Messico e la Santa Sede ·

In pochi luoghi del mondo come nel Messico la relazione tra le autorità civili e la Chiesa cattolica ha contribuito, nel bene e nel male, a forgiare la storia e l’identità nazionale, anche se fino a tempi relativamente recenti il Messico ha vissuto il paradosso di essere, da una parte, uno dei paesi a più alta densità cattolica del pianeta e di avere, dall’altra, una delle Costituzioni più anticlericali della storia contemporanea. Per questo, in un contesto dove «alle associazioni religiose denominate chiese» (come recitava l’articolo 130 della Costituzione del 5 febbraio 1917) si negava la personalità giuridica e dunque l’esistenza sul piano legale, l’opportunità di intrattenere relazioni diplomatiche regolari con la Santa Sede è stata vissuta per decenni, dalla classe dirigente e da ampi settori dell’opinione pubblica, con aperta ostilità. Nell’ottica messicana era evidente che il ristabilimento dei rapporti diplomatici non avrebbe potuto realizzarsi fintanto che il quadro normativo vigente in tema di relazioni tra Stato e Chiese (largamente disatteso nella pratica quotidiana) fosse rimasto il medesimo.

Adrian Jesus Falcon, «Energy of Mexico»

Non è un caso, dunque, che il ripristino dei rapporti diplomatici — annunciato il 21 settembre 1992 da una nota congiunta della Secretaría de Relaciones Exteriores messicana e della Segreteria di Stato della Santa Sede — abbia seguito di qualche mese la modifica dell’articolo 130, riforma costituzionale promossa dal presidente Carlos Salinas de Gortari (e licenziata ufficialmente il 28 gennaio 1992), che ha coinvolto anche gli articoli 3, 5, 24 e 27 della carta fondamentale messicana.

Pur riguardando ambiti giuridicamente distinti, questi due processi, di cui ricorre quest’anno il venticinquesimo anniversario, hanno finito per intrecciarsi, in un cammino nel quale lo Stato messicano è stato protagonista di una profonda revisione di quel “laicismo costituzionale” che ne ha costituito — e continua a costituirne — un elemento identitario fondamentale. In questo cammino, che ha raggiunto il suo compimento con la presidenza Salinas, la Santa Sede ha svolto un ruolo certamente significativo. Basti pensare ai primi due viaggi in terra messicana di Giovanni Paolo II (gennaio 1979, maggio 1990) e alla non meno significativa visita personale resa dallo stesso Salinas a Papa Wojtyła in Vaticano il 10 luglio 1991. Prima di lui solo un altro presidente, Luis Echeverría Álvarez, si era recato in visita dal Pontefice regnante (che allora era Paolo VI), con il quale il 9 febbraio 1974 si era intrattenuto per quasi un’ora. A quell’incontro era seguito nel 1975 un invito informale di Echeverría a Montini perché visitasse il Messico, invito che la Santa Sede aveva tuttavia declinato, non vedendo la possibilità di realizzare il viaggio.

Più ancora degli incontri di vertice, come ancora oggi riconoscono unanimemente i principali protagonisti della riforma salinista, è stato il lavoro svolto dalla Delegazione apostolica in Messico a creare, in sinergia con la Conferenza episcopale messicana e con i settori del governo più disponibili al dialogo con la Chiesa, le premesse per questo riavvicinamento storico, che ha posto fine a una frattura considerata per molto tempo insanabile. Per quanto concerne in particolare i rapporti bilaterali, è utile ricordare che prima della nomina di monsignor Girolamo Prigione — morto nel 2016, delegato apostolico dal 1978 al 1992 — a nunzio apostolico in Messico (12 ottobre 1992), l’ultimo nunzio a mettere piede nel Paese era stato Pier Luigi Meglia, partito definitivamente dal Messico il 1° giugno 1865 dopo il fallimento delle trattative avviate con l’imperatore Massimiliano di Asburgo per la conclusione di un concordato. Dopo la visita apostolica di Nicola Averardi (1896-1899) e la missione speciale di Ricardo Sanz de Samper (1902), solo a partire dal 1904 un rappresentante pontificio aveva potuto rimanere stabilmente in Messico in qualità di delegato apostolico.

Negli anni successivi, la delegazione attraversò tutte le fasi del lungo processo rivoluzionario, soffrendo in più occasioni le conseguenze dell’anticlericalismo radicale della classe dirigente. In seguito a un periodo di chiusura (1914-1921) che coprì quasi l’intero arco del pontificato di Benedetto XV, nel corso di quello di Pio XI ben quattro delegati apostolici furono espulsi dal Paese (Ernesto Filippi nel 1923, George Caruana nel 1926, Leopoldo Ruiz y Flores nel 1932) o impediti di rientrarvi (Serafino Cimino nel 1925). A partire dal 1937, quando la delegazione venne affidata all’arcivescovo di Città del Messico Luís María Martínez y Rodríguez (del quale è in corso il processo di beatificazione), che la mantenne fino al 1948 come incaricato d’affari, la permanenza in Messico di un rappresentante della Santa Sede non fu più messa in discussione. Alle soglie della riforma costituzionale un significativo passo in avanti verso la pienezza delle relazioni diplomatiche fu la nomina da parte del presidente Salinas, l’11 febbraio 1990, di un “rappresentante personale del Presidente della Repubblica presso il Papa” nella persona di Agustín Téllez Cruces, alla quale fece seguito la nomina di monsignor Prigione a “inviato speciale permanente della Santa Sede presso il governo messicano” (24 aprile 1990). Sempre Téllez Cruces, il 28 novembre 1992, consegnò a Giovanni Paolo II le proprie lettere credenziali come primo ambasciatore del Messico presso la Santa Sede.

Già nel 1974, in occasione dell’udienza al presidente Echeverría in Vaticano, Paolo VI sottolineava come l’intenzione della Chiesa cattolica fosse quella di «collaborare con entusiasmo a tutto ciò che nel mondo serve alla causa della giustizia, della promozione culturale, del vero progresso, del bene comune e della pace, con una particolare attenzione al sostegno ai poveri e ai settori più emarginati della società». Poco più oltre Papa Montini affermava che la Chiesa, «fedele alla propria identità e alla sua tradizione, ha posto e porrà lealmente a disposizione del bene di tutti, senza spirito di competizione e senza esclusivismi, l’apporto del suo umile ministero». Non è fuori luogo ricordare che di questo impegno a favore del bene comune la Chiesa ha saputo dare importanti prove in momenti tragici della vita del paese, come il terremoto che il 19 settembre 1985 costò la vita a oltre diecimila abitanti di Città del Messico.

Anche oggi, in un paese dove in questi ultimi giorni alla violenza dell’uomo si è unita ancora una volta la violenza imprevedibile e distruttrice della natura, la Chiesa ha davanti a sé un immenso campo di azione caritativa, sociale e soprattutto educativa. L’auspicio è che i rapporti diplomatici possano continuare a favorire l’impegno della Chiesa e dei cattolici per il bene di tutti i messicani.

di Paolo Valvo

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23 aprile 2019

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