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Una famiglia di carta

· ​Grande mostra su Hergé ·

Tintin è un eroe solitario, un giustiziere imperturbabile che accumula successi prima di tracciare la sua strada verso una nuova sfida? O all’opposto è dotato di sensibilità e nel corso delle sue avventure scopre l’amicizia, la fedeltà e la solidarietà, fino a trovarsi, o piuttosto a forgiarsi, una famiglia? Dopo aver visitato la mostra che rende omaggio al maestro del fumetto, allestita nelle Galeries Nationales du Grand Palais a Parigi, dal 28 settembre 2016 al 15 gennaio 2017, non si può non optare per la seconda ipotesi. Visitando le sale che presentano il maggior numero di opere e di oggetti legati a Hergé mai riuniti fino a ora, ma che propongono anche una grande varietà di testimonianze scritte, audio e video dell’artista e del suo entourage, in effetti si apprende molto sulla psicologia di Georges Rémi e del suo alter ego Tintin.

Hergé con l’amico  Tchang Tchong-jen (1932)

La mostra dà grande spazio soprattutto al primo album, Tintin nel paese dei Soviet, voluto dal suo capo dell’epoca, l’abate Wallez, direttore del quotidiano cattolico belga «Le Vingtième Siècle». Sono esposte molte sue tavole originali, che mostrano un eroe agitato, iperattivo, costantemente inseguito. È il Tintin degli inizi, dove il suo cane Milou lo imita in quasi ogni riquadro. Ma il fox terrier bianco, spesso definito come suo «fedele compagno», rappresenta in un certo senso il primo membro della famiglia Tintin, un fratello minore indisciplinato, che obbedisce ai suoi istinti primari, fra i quali una seria propensione per l’alcol, le risse e la pigrizia, e di conseguenza terribilmente adorabile.
Il successo dell’eroe di carta e dei suoi amici dipende dalla sua semplicità, dalla purezza del tratto, come dell’opera. Secondo Jerôme Neutres, curatore della mostra al Grand Palais, «il volto di Tintin si riduce alla semplice espressione di un tondo (con un ciuffo per mettere “un piccolo accento”, diceva Hergé), specchio nel quale si possono riflettere i ragazzi di tutto il mondo dai sette ai settantasette anni. Noi siamo stati tutti, e lo siamo ancora, di lettura in rilettura, Tintin, soprattutto grazie alle virtù universalistiche di quel tratto al tempo stesso netto e generico, indefinizione accogliente e globalizzante».
L’universo di Tintin è dunque costruito su una sorta di tensione positiva: da una parte una dimensione familiare, rassicurante e intimista che culmina in un album come I gioielli della Castafiore, dall’altra un’aspirazione all’uscita, all’avventura, all’universale. Si oscilla così costantemente tra il quadro rassicurante di una famiglia, quella in cui sei certo che un parente ti salverà sempre, a volte indirettamente (Haddock-palla di neve che sbaraglia i nemici in Il tempio del sole), a un’apertura alla scoperta dell’ignoto, all’esplorazione di nuovi mondi, con la sua parte di pericolo. Nell’universo di Hergé, la presenza di queste due dimensioni rende l’avventura piacevole perché il lettore è certo che il pericolo non è mai mortale e che l’intimo non è mai troppo opprimente. In definitiva, come la Chiesa, Tintin è una famiglia universale. Con salde radici ma sempre in uscita. 

da Parigi
Charles de Pechpeyrou

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