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Una famiglia chiamata Bibbia

· In memoria di Aharon Appelfeld ·

Aharon Appelfeld

«La letteratura — scrive Aharon Appelfeld nel libro Storia di una vita — se è vera letteratura, è la melodia religiosa che abbiamo perduto». Appelfeld è morto — ma avrebbe preferito sicuramente la formula ebraica “è stato accolto dai suoi padri” — la notte del 3 gennaio a Gerusalemme all’età di 85 anni; l’annuncio è stato dato dalla sua famiglia. «Mi occupo di persone — era il suo modo per tradurre il termine “letteratura” — E gran parte dei miei personaggi è composta da persone che hanno ancora un qualche legame con il divino e talvolta non ne sono consapevoli», amava ripetere il grande scrittore israeliano. Nato a Czernowitz, nella Bucovina del Nord, allora in Romania, il 16 febbraio 1932, ha avuto un’infanzia più rocambolesca di un romanzo di Dickens, sperimentando di persona la violenza totalitaria delle ideologie che hanno insanguinato il secolo breve. «Ho avuto la fortuna — amava dire con la consueta ironia — di aver passato la mia infanzia all’inferno, e da quando ne sono uscito ho un senso della vita diverso da coloro che non ci sono stati».

Un forte senso della positività e della sacralità della vita, e una grande compassione per i suoi fratelli uomini, così inermi di fronte alla debolezza propria e altrui e all’arroganza del potere. Deportato insieme al padre in un campo di concentramento in Transnistria, riuscì a fuggire, nascondendosi per anni nella foresta, vivendo di espedienti, accolto e soccorso da vagabondi e prostitute; poi si unì all’Armata Rossa dove prestò servizio come cuoco. Aveva già perso i nonni e la madre, morti nei lager.

Alla fine della guerra raggiunse l’Italia e da qui si imbarcò nel 1946, per approdare in Palestina, a quel tempo sotto mandato britannico. Laureatosi all’università di Gerusalemme, ha poi insegnato letteratura ebraica all’università Ben Gurion del Negev a Beer Sheva.

«Sono stato vittima di due ideologie — spiega Appelfeld — il nazismo, che ha sterminato la mia famiglia, e il comunismo, che ha ucciso i miei zii, che pure erano comunisti, per non aderenza al Partito. Entrambe ci hanno ucciso perché eravamo ebrei».

Nonostante abbia appreso la lingua ebraica tardi nella sua vita, Appelfeld è diventato uno dei più importanti scrittori israeliani del ventesimo secolo; i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.

«Ho avuto la fortuna di vivere nella mia giovinezza la rinascita della lingua ebraica — racconta a Camillo Fornasieri, in un’intervista raccolta nel maggio del 2008 — Quando sono arrivato in Terra santa parlavano ebraico circa duecentomila persone. Il bisogno e il desiderio di ridire il nome dei miei cari mi spinse a farlo con una nuova lingua. Quello fu il doloroso inizio, uno strappo. Attraverso la lingua ebraica mi sono potuto ricollegare alla Bibbia. Venni accolto in un kibbutz dove un uomo mi diede la Bibbia. Ricordo me, ragazzo, mentre copio ogni giorno uno o due capitoli. Questo copiare mi ha avvicinato, o riavvicinato, al testo ebraico originale, e da allora leggo un paio di capitoli della Bibbia ogni giorno. Essa quindi è la mia prima e ultima scuola, scuola di scrittura».

Scuola e palestra di scrittura, ma anche casa degli antenati, ambiente familiare che non è perso per sempre, nel gelo di un continente distrutto dalla guerra, grazie al dialogo con Dio custodito nella Sacra Scrittura.

Un Dio “padre”, fonte e origine di ogni paternità umana, garante della positività di tutto ciò che esiste, anche in mezzo a contraddizioni di ogni genere. Perché «il reale non è solo il male che ci raggiunge, ma il mistero di Dio e della storia che si affida al nostro cuore». L’orfano Aharon si sente accolto, abbracciato dalla lingua materna della Bibbia.

«Capii con chiarezza — continua Appelfeld — che il mondo che mi ero lasciato alle spalle, i genitori, la casa, la strada, la città, era vivo e radicato in me, e che tutto ciò che mi sarebbe accaduto era legato al mondo nel quale ero cresciuto. Nel momento in cui compresi questo, smisi di essere un orfano che si trascina dietro la propria solitudine, per diventare un uomo che ha presa sul mondo».

di Silvia Guidi

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22 ottobre 2019

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