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Una ebrea una protestante una cattolica

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È un libro di storia diverso dagli altri Donne ai margini: comincia con un Prologo teatrale, in cui l’autrice cerca di rispondere alle rimostranze immaginarie delle donne di cui ha scritto la biografia. Glikl bas Yehudah Leib, commerciante ebrea di Amburgo, Marie de l’Incarnation, mistica orsolina fondatrice della prima scuola per amerindie, Maria Sibylla Merian, pittrice e naturalista tedesca protestante, indignate chiedono all’autrice perché abbia deciso di affiancare le loro vite in modo così arbitrario. Risponde Natalie Zemon Davis: «Vi ho messo insieme perché volevo imparare dalle vostre somiglianze e differenze».

Maria Sibylla Merianin un’incisione realizzatasulla base di un disegnodel figlio

In apparenza accomunate solo dal secolo in cui vivono, il Seicento, le tre donne si muovono in contesti diversi e lontani: Glikl sposa a 14 anni un ricco commerciante e mette al mondo 14 figli, di cui otto sono ancora piccoli quando il marito muore. La vedova non si perde d’animo ma prosegue e sviluppa gli affari del marito viaggiando in tutta Europa finché si stabilisce con un nuovo marito a Metz, dove morirà a 78 anni. Viaggia, commercia, e intanto scrive. In trent’anni scrive sette libri in cui racconta la propria vita, la famiglia, le nascite, le morti, la forza necessaria ad affrontarle, i peccati in cui cade: in una parola, «discute con Dio».

Anche Marie de l’Incarnation scrive: quaderni su quaderni in cui spiega perché, rimasta vedova, abbandona il figlio undicenne per entrare nel convento delle orsoline; descrive il proprio amore per Dio e «la condotta che Dio ha tenuto nei suoi confronti», descrive visioni mistiche e apparizioni diaboliche; racconta di come abbandona la Francia per farsi missionaria in Canada, per obbedire agli ordini del direttore spirituale ma anche per rispondere ai richiami di uno spirito «che non poteva essere rinchiuso». Il viaggio, l’incontro con gli uroni e gli algonchini e l’apprendimento della loro lingua, l’insegnamento alle «giovani selvagge» sono — scrive Marie — «una tale fonte di piacere che ho peccato, semmai, per averli troppo amati».

E anche Maria Sibylla Merian scrive e viaggia. Dipinge pure, non per passione religiosa ma per passione scientifica. Non abbandona i figli per questo: abbandona il marito, un pittore di Francoforte, per unirsi ai labadisti, una comunità di protestanti che aveva messo radici nella provincia olandese della Frisia, in un’esperienza di rinuncia e distacco da ogni bene e preoccupazione terrena. Dopo qualche anno però, forse insofferente delle gerarchie della comunità o della separazione dal mondo, Maria Sibylla parte di nuovo, sempre insieme alle figlie, e si stabilisce ad Amsterdam. Non basta ancora: la passione che arde in lei è lo studio degli insetti, su cui ha già scritto volumi illustrati conosciuti in tutta Europa, e nel Nuovo Mondo ci sono insetti e piante che chiedono ancora di essere analizzati. Nel 1699 parte con la figlia più piccola per il Suriname, dove africani e amerindi la aiuteranno nella ricerca e nello studio e dove redigerà la sua opera più importante, le Metamorfosi degli insetti del Suriname. Poi tornerà ad Amsterdam, dove morirà nel 1717.

Vite diverse dunque, ma con molti punti di contatto: spirito di iniziativa, propensione al viaggio e all’avventura, passione per la scrittura, una spiritualità profonda e una religiosità che la portano a conoscere e a esprimere le parti più nascoste della propria interiorità.

di Margherita Pelaja

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12 dicembre 2019

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