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Una donna (ortodossa)
tra i bollandisti

I tempi stanno cambiando per i bollandisti. Negli ultimi quattro secoli, la società gesuita indipendente — che ha sede a Bruxelles — sta alzando il proprio profilo e guardando attivamente al mondo per autofinanziare il suo lavoro, considerandolo essenziale per assicurare sia la propria indipendenza che un futuro finanziario solido in modo da poter svolgere al meglio la sua missione di raccogliere, rivedere criticamente e pubblicare testi sulla vita di santi. 

Visita della regina del Belgio Elisabetta   (20 gennaio 1928)

Robert Godding, che dirige la società dal 1998 e sovrintende ai molti cambiamenti in corso, ci spiega perché è essenziale abbandonare il precedente motto Una vita segreta è una vita felice. «I bollandisti hanno sempre coltivato la discrezione, fiduciosi che la qualità del loro lavoro fosse la miglior garanzia per la buona reputazione dell’istituto. Il nostro credo non è cambiato, ma dobbiamo ammettere che le molte sfide attuali ci chiedono di essere più attivi nel promuovere la società». Godding ricorda, in particolare, le esigenze concrete nell’ambito della ricerca, come investire in database elettronici, e le necessità più materiali, come il mantenimento e la sicurezza della sede, la conservazione e il restauro di libri e manoscritti antichi. «Speriamo sia possibile convincere un maggior numero di persone che questa grande istituzione, che non riceve alcun finanziamento pubblico, merita di essere sostenuta con generosità nel suo servizio alla Chiesa e, più in generale, alla cultura cristiana». 

La cosa che a un primo sguardo potrebbe forse sorprendere è che si è deciso di affidare la grande responsabilità di aumentare la visibilità e le finanze dei bollandisti a una persona esterna: una donna greca, non cattolica, madre di tre figli, Irini de Saint Sernin.
C’è una logica dietro l’iniziativa. Irini ha iniziato a lavorare con i bollandisti tre anni fa, aiutandoli a digitalizzare il loro catalogo di indici analitici, che comprende oltre 50.000 voci. Irini ha esperienza nell’ambito dei servizi bancari per le aziende: si è formata nell’ambito del programma di sviluppo gestionale della Barclays Bank, lavorando quattro anni per questa azienda tra Londra e Bruxelles. Dai bollandisti è arrivata proprio quando tra loro stava crescendo la consapevolezza di dover essere più intraprendenti, poiché la Compagnia di Gesù, a lungo ancora di salvezza finanziaria, doveva rispondere a richieste sempre più grandi a fronte di risorse limitate.
Ciò ha portato alla nuova responsabilità di Irini de Saint Sernin nell’ambito della promozione e delle relazioni esterne, al cui centro c’è la raccolta di fondi. «Preferisco parlare di promozione piuttosto che di raccolta di fondi. Promozione — ci spiega — significa infatti chiedersi in che modo posso promuovere la missione e la causa dei bollandisti».
Abile linguista, Irini — che ha una laurea in lingua e letteratura russa, e una specializzazione in letteratura europea — parla greco, francese, inglese, spagnolo e russo. Dopo aver lavorato in uno studio di consulenza specializzandosi nell’Unione europea, ha insegnato all’università di Guadalajara quando suo marito è stato trasferito in Messico e ha svolto tante diverse attività di volontariato. Ora queste sue capacità e la sua esperienza sono al servizio dei bollandisti.
Il fatto che una donna greca ortodossa lavori con i gesuiti per lei non è un problema. «Sono piuttosto ecumenica. Provenendo da un contesto greco, il sapere dei gesuiti è molto rispettato e ho sempre avuto contatti con loro. Essendo sposata con un cattolico francese e avendo tre figli battezzati nella fede cattolica, gestisco una sorta di famiglia ecumenica».
Secondo lei quello che è in gioco è un principio molto più importante delle differenze religiose. «Dobbiamo preservare le istituzioni come questa e trasmetterle ai nostri figli. Sin dalla sua fondazione, l’istituto ha sempre cerato di includere tutti i santi. Non importa a quale Chiesa appartieni, o se sei o non sei credente. Il cristianesimo ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione dei nostri sistemi politici e della nostra cultura: non si tratta dunque di promuovere la fede, quanto piuttosto la comprensione e la conoscenza».
Irini ha un vivo ricordo della sua prima visita alla biblioteca dei bollandisti, che si trova in un edificio neoromanico, parte di un complesso di proprietà dei gesuiti, a pochi chilometri dal centro di Bruxelles. L’ingresso anonimo non dà al visitatore alcun indizio di ciò che c’è all’interno. «Ero totalmente sopraffatta: non c’è altro modo per descriverlo. È un posto magico. Lavorare qui è un vero onore. Sono felice di aprire la porta di questo universo unico ogni mattina». I visitatori meno intellettuali, entrando in un universo totalmente sconosciuto dall’atmosfera unica, si sentono trasportati a Hogwarts, nel mondo di Harry Potter.
I bollandisti stanno usando la tecnologia moderna per aumentare l’efficienza della biblioteca — la cui raccolta comprende mezzo milione di libri e più di mille periodici — frequentata da loro e da studiosi di tutto il mondo. Ma sono essenziali nuove iniezioni di denaro. E non solo perché non c’è un bibliotecario a tempo pieno: come ci spiega Irini, restaurare un libro scritto prima del 1800 costa tra i 200 e i 1200 euro.
La prima fortunata incursione nella sfera della raccolta di fondi ha portato a una donazione di 538.000 euro da parte dell’organizzazione belga no-profit Le Fonds Baillet Latour. La cifra consente di pagare tre professionisti a tempo pieno che nei prossimi tre anni catalogheranno digitalmente circa 20.000 libri pubblicati prima del 1800. La misura della grande sfida che si prospetta in futuro è data dal fatto che a oggi sono catalogati digitalmente solo i libri acquisiti a partire dal 2003. Tutti quelli acquisiti prima hanno ancora indici cartacei realizzati negli ultimi 150 anni. I fondi dunque non servono solo per conservare e acquistare libri, ma anche per assumere personale qualificato e allargare i sistemi di ricerca. «Una sovvenzione, per esempio — spiega Irini — potrebbe creare un posto a tempo pieno negli studi slavi, area attualmente sottorappresentata».
Una delle prime iniziative di Irini è stata la creazione di una pagina Facebook che oggi ha poco meno di 4000 follower regolari. «È solo un aspetto minore del nostro lavoro, ma lo consideriamo importante: è un modo per far conoscere a un pubblico più ampio il sapere altamente specializzato dei bollandisti». La pagina «riporta regolarmente un’analisi storica e un commento critico su un santo, e, laddove possibile, su un evento di attualità».
Il sito web è in fase di ristrutturazione per renderlo più esauriente e per facilitare la navigazione. L’obiettivo è di mantenere il visitatore aggiornato sugli ultimi sviluppi, sulle conferenze in corso e, possibilmente, di fornirgli un sommario di recensioni di libri. Al momento queste ultime vengono pubblicate solo in «Analecta Bollandiana», la rivista accademica (molto apprezzata) della società, che esce due volte l’anno con una tiratura di 800 copie. «Abbiamo bisogno di queste diverse forme di visibilità — spiega ancora Irini — e quando partecipo a conferenze o racconto alla gente le attività dei bollandisti è molto più semplice poter fare riferimento anche a queste fonti».
Il bisogno di visibilità è emerso con evidenza lo scorso anno quando Irini ha partecipato al congresso mondiale degli ex alunni dei gesuiti a Cleveland, in Ohio: alcuni non sapevano nemmeno dell’esistenza dei bollandisti. «Molti sono rimasti impressionati e stupiti quando hanno scoperto che all’interno della Chiesa cattolica c’è un istituto libero e indipendente che si dedica alla ricerca storica critica».
Anche l’arrivo di Marc Lindeijer da Roma diciotto mesi fa sta conferendo una nuova dimensione al lavoro della società. Per dire quanto siano stati pochi i bollandisti nei secoli, padre Marc è solo il sessantanovesimo degli ultimi 410 anni. Tradizionalmente inoltre hanno sempre lavorato in piccoli gruppi: ancora oggi ci sono solo tre gesuiti e due membri laici. Nutrendo da sempre un grande interesse per i santi, Marc sottolinea di essere «il primo bollandista con competenze nel processo di canonizzazione». Prima di trasferirsi a Bruxelles, infatti, ha lavorato sette anni a Roma come assistente del Postulatore generale. Il suo campo di specializzazione è l’agiografia moderna a partire dal xvi secolo, periodo che in passato è stato un po’ trascurato dalle ricerche dei bollandisti. 

Irini de Saint Sernin in una fotografia di Jacques de Selliers

Donna dalla vita piena al di fuori della comunità maschile bollandista, Irini apporta dunque una prospettiva diversa, specialmente riguardo alle questioni finanziarie. La vita professionale e quella familiare le hanno insegnato l’importanza di disporre di finanze solide per poter far fronte ai bisogni futuri. Anche dei bollandisti.
Per raggiungere tale obiettivo, Irini sta dunque mettendo in atto una strategia di promozione che consiste anche nel far conoscere l’esistenza e la missione dei bollandisti, ogniqualvolta sia possibile, e nello sviluppare potenziali flussi di finanziamenti. Nella sua lista delle cose da fare, c’è infatti anche quella di cercare di assicurare fondi per progetti specifici e collaborazioni per le sovvenzioni. Tutte le donazioni confluiscono attraverso la fondazione di pubblica utilità Re Baldovino, che ha sede a Bruxelles. Il che conferisce legittimazione a un progetto, e dà ai donatori la garanzia che il denaro viene utilizzato per ciò a cui è destinato.
È fuori dubbio che da questo rapporto professionale stanno traendo grandi benefici sia lei che la società. A Irini piace ascoltare quando Robert e i suoi colleghi discutono del loro lavoro: «È affascinante e merita di avere un pubblico più grande».
I bollandisti dal canto loro sono grati per l’energia, l’entusiasmo e la passione che Irini mette nello svolgere il suo compito. Queste qualità, però, non sono il suo unico apporto: «Proprio perché viene da fuori — spiega Marc — ci aiuta a guardare al nostro istituto in modo diverso. Lei ne vede la bellezza. Noi vediamo lo strumento. Per me i libri sono materiale da lavoro. Per lei sono tesori».
Un altro segno visibile dell’avvicinarsi di questi due mondi è il fatto che dallo scorso anno Irini appare negli «Analecta Bollandiana», essendo la prima donna e greca ortodossa che dà un contributo alla pubblicazione.
Il lavoro può essere frustrante. «C’è da fare tutto. Trovare contatti, creare liste e scrivere mail a persone che possono rispondere, o anche no. Tutto ciò richiede tempo e si finisce col fare un gioco di attesa, psicologico». Tuttavia, il lavoro è abbondantemente ripagato dai commenti incoraggianti che qua e là accompagnano le piccole donazioni individuali. «Fa bene al cuore — chiosa Irini — vedere che ci sono altri che apprezzano i nostri studi».
Il compito è molto esigente. «Quando lascio la biblioteca non stacco la spina. E certamente non potrei farcela senza il sostegno di tanti amici, che generosamente mi offrono i loro consigli, le loro competenze e il loro tempo. Io e i bollandisti abbiamo nei loro confronti un immenso debito di gratitudine», conclude.

di Rory Watson

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