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Una donna del suo tempo

Donna, moglie, medico, mistica, scrittrice spirituale, esegeta e cofondatrice di una comunità, Adrienne von Speyr ha conciliato tutte queste esperienze nella propria persona con una raffinatezza di spirito sempre più profonda, che fa sì che la sua vita e la sua opera possano essere fonte d’ispirazione per le donne e gli uomini del XXI secolo. Da teologa, posso affermare che Adrienne apporta colore e vitalità all’impegno teologico attraverso la vivacità delle sue intuizioni.

Wassily-Kandinsky,  «Cerchi in un cerchio» (1923)

Sin da molto giovane, Adrienne aveva il senso della preghiera e nutriva interesse per il cattolicismo. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, disse di sé: «Leggevo molto la Bibbia, amavo Dio e volevo servirlo, e pensavo che il vangelo fosse un vero cammino; mi sembrava che tutti i nostri pastori lo rendessero troppo stretto». Nutriva un vero interesse per il cattolicesimo, pur conoscendo pochi cattolici, e per tutto il periodo della sua giovinezza da protestante fu condotta verso un profondo desiderio di confessione e della concomitante autorità ecclesiale di concedere l’assoluzione. Sembrava intuire istintivamente il mistero di questo sacramento. Apprendendo da bambina che doveva trasformare la sua fede in azione e chiedere perdono a quanti aveva offeso, si forzò di esprimerlo cercando il perdono dalla sua famiglia e dagli amici. Uno di loro le disse: «”Queste sono cose per il confessionale, non dovresti fare così”. Fu la prima volta che sentii qualcuno parlare di confessione; non mi disse molto altro, ma quanto lo invidiai perché era cattolico e perché sapeva come andava fatto!».

Accanto a questo persistente senso di legame con il cattolicesimo, c’era la costante consapevolezza della sua vocazione a essere medico. Le era nata già da piccola, quando la sua percezione della professione del padre aveva attirato il suo interesse. Negli anni delle sue diverse malattie e dopo la morte del padre, questa vocazione alla medicina rimase costante, anche se non priva di opposizione. «La mia vocazione medica rimase chiara e deliziosa per me. L’unico problema era che né mia madre né mio zio volevano sentirne parlare». Quando Adrienne si diplomò, pregò insistentemente Dio, chiedendogli di non farle scegliere medicina per puro egoismo, come sua madre l’aveva accusata di fare. «Presto percepii la stessa pace che avevo provato prima di parlare con mamma: gli studi di medicina erano la cosa giusta da fare; le ragioni per farlo erano solide». Alla fine la sua tenacia fu premiata e iniziò a studiare da medico nel 1923, con grande disapprovazione materna. Di fatto, solo dopo la conversione di Adrienne, a trentott’anni, l’infelice rapporto con la madre che perdurava sin dalla sua infanzia finalmente si risolse. Per anni, Adrienne aveva pregato molto per questa riconciliazione e alla fine era riuscita a riconquistare il cuore della madre. Nel frattempo, nel 1931 Adrienne aprì il suo primo studio medico a Basilea.

Nell’ambito della professione medica diede prova di una grande apertura al dolore dei pazienti. La propria esperienza della malattia favoriva la sua empatia umana con quanti soffrivano. Considerava il suo studio medico come un luogo per curare il corpo, la mente e lo spirito, riconciliando la guarigione fisica e spirituale, poiché teneva conto dell’intera situazione umana dei suoi pazienti. Adrienne spese le sue forze visitando spesso fino a 60-80 pazienti al giorno, con importanti risultati non medici quando venivano sanati matrimoni, evitati aborti e curati gratuitamente i poveri. Di fatto, trovò davvero un modo per riconciliare la sua vita di fede e la sua esperienza di preghiera con la sua vita di medico.

Nel suo lavoro, il desiderio di Adrienne per il sacramento della confessione divenne più intenso non solo per la sua partecipazione personale, ma anche per l’effetto trasformante che, attraverso lei, poteva avere per gli altri. «Mi pareva che, poiché i pazienti spesso ci confessavano delle cose, compresi i loro peccati, e poiché così venivamo in contatto con tutti i problemi della colpa, noi stessi dovevamo poter deporre i nostri rispettivi peccati. Io lo facevo di frequente, dinanzi a Dio, ma non mi bastava più. Iniziai a desiderare fortemente la confessione sacramentale, dalla quale mi aspettavo di ricevere non solo un effetto purificante dentro e per me stessa, ma anche, soprattutto, un effetto profondo sulla mia interazione umana con i pazienti».

Nel 1942, ritornando a casa dal suo studio medico a Basilea, Adrienne improvvisamente davanti alla sua macchina vide una luce splendente e in quel momento udì una voce dirle tu vivras au ciel et sur la terre (vivrai in cielo e in terra). Questa esperienza confermò in lei le sue esperienze mistiche del passato, e i particolare compiti nella sua vita. Questo modo di riconciliare la vita di medico e di mistica ricorda santa Teresa d’Avila, che conciliò le sue straordinarie esperienze mistiche con un atteggiamento pragmatico nei confronti dei compiti della sua esistenza terrena, che fosse in cucina o nel rispondere ai bisogni delle comunità nascenti da lei fondate. Per entrambe la preghiera era di primaria importanza e la contemplazione profonda portò a una vita di servizio semplice e umile. Di fatto, san Giovanni Paolo IIdisse di Adrienne che aveva radicato la sua vocazione professionale-sociale nella sua vita in Dio.

Sembra una conseguenza quasi inevitabile delle sue inclinazioni il fatto che Adrienne alla fine scrisse un’opera sulla confessione — considerato il suo desiderio di tutta la vita per il sacramento — e per giunta un’opera che sottolinea tanto la natura della sua passione per l’esperienza della confessione, quanto la natura profonda, donatrice di vita del sacramento. Al centro c’è la comprensione sia dell’individuo sia della natura comunitaria del sacramento. È un lavoro al contempo semplice e pratico nell’applicazione, e speculativo e profondo nell’osservazione, che illumina la comprensione di quanti lo leggono. La comprensione di Adrienne del sacramento era che esso aveva «il potere di espandere il momento della sua ricezione nel tempo e rendere il tempo un pezzo di eternità». Questa appropriazione dell’“eternità” della realtà sacramentale rafforza la comprensione del sottile velo tra cielo e terra, velo che diventa trasparente nell’incontro con i sacramenti. Adrienne affermava: «Nel momento in cui ricevo l’assoluzione, di fatto sono fuori dal tempo. E quindi, l’assoluzione incide sul passato e sul futuro». Questa profonda sensibilità verso la natura trascendente dell’esperienza immanente caratterizza gli scritti di Adrienne, ed è forse nella sua comprensione della confessione che lo fa maggiormente.

Il peccatore, sottolinea Adrienne, vive costantemente in uno stato di peccato del quale, almeno a volte, c’è il desiderio di liberarsi. Il rimedio è il sacramento della confessione, che lei considera «il momento sempre nuovo di purificazione» e «un simbolo particolarmente chiaro dell’essenza della Chiesa. Rende visibile il fatto stesso che la Chiesa si rivolge a tutti i peccatori». Questo sacramento diede ad Adrienne anche una comprensione più profonda della vita ecclesiale e della dimensione comunitaria della confessione. «Se, come peccatore, vengo catturato e liberato dalla mia impurità, so che sono stato di nuovo incluso. Sono stato catturato come individuo, e tuttavia attraverso la confessione sono stato restituito alla comunità della Chiesa».

Questa chiarezza di comprensione della natura comunitaria della confessione, del modo in cui l’individuo sta sempre all’interno della comunità della Chiesa, è di fondamentale importanza nella nostra cultura contemporanea individualista occidentale. Questo riappropriarsi indica anche il modo in cui qualsiasi buona confessione dell’individuo contribuisce alla vita e alla salute della Chiesa, a sua volta sminuita dal peccato. Comprendere così la riconciliazione può dare nuova energia e nuovo vigore al modo in cui l’individuo continua a vivere. Un’esperienza più profonda della misericordia di Dio permette di crescere sotto l’aspetto esperienziale nelle virtù teologali di fede, speranza e carità, unite nello sforzo comune della Chiesa per promuovere l’opera di redenzione di Cristo. In questo modo, Adrienne ci aiuta a comprendere che il nostro bisogno di confessione è legato anche al bisogno della Chiesa di una maggiore salute attraverso la crescita in umiltà dei suoi membri. «Ciò di cui la Chiesa ha bisogno è che il discepolato del Signore venga svolto… anche nella fatica, nella tristezza e nell’impotenza. Questa comprensione della nostra impotenza rappresenta una piccola parte di umiltà, poiché in ultima analisi l’umiltà non è fatta di conoscenza; è più ciò che la Chiesa dà alla persona che conosce le proprie mancanze».

Abbiamo qui una spiegazione più profonda dell’esperienza confessionale e del mistero dell’assoluzione nella grazia sempre più grande di Dio. Questa esperienza dovrebbe aiutare la persona a diventare più attenta come cristiano e Adrienne afferma che l’esperienza conduce anche più profondamente nella comunità interiore nascosta dei santi. Di fatto, vede che la persona afferrata dalla grazia nel sacramento della confessione è chiamata a una nuova vita libera da compromessi, vita che comprende che la grazia ricevuta dovrebbe essere a disposizione della Chiesa; proprio come ogni confessione appartiene alla Chiesa per essere da lei amministrata e guidata. Parliamo qui del mistero della parola che giunge dalla Parola di Dio e dalla sua conversazione una e trina. Quando la Chiesa ascolta la confessione dell’individuo, dovrebbe udire attraverso di essa anche il suono della propria confessione al Signore, poiché il sacramento è «il momento di purificazione sempre nuovo» sia per l’individuo sia per la Chiesa.

Adrienne era profondamente consapevole che dalla prospettiva del sacramento della confessione riusciva a comprendere meglio la realtà della vita ecclesiale. Di fatto, parlò in termini che rivelano che per lei quella ricevuta attraverso l’assoluzione è stata la grazia dell’iniziazione alla vita del Signore. Questa grazia, poi, ha portato all’emergere di un nuovo collegamento tra la sua vita e la realtà del vangelo. Per Adrienne tutti i peccati possono essere interpretati come trasgressioni contro l’unico comandamento dell’amore. Al contrario, una buona confessione, «che abbia davvero chiarito la propria vita, ha un effetto prolungato non come memoria di cose passate, ma piuttosto come una presenza che accompagna, un dono prezioso che conserva la propria vitalità, un dono che ci si sente obbligati a proteggere». Adrienne era molto sensibile al modo in cui il dono della confessione aiuta la crescita nella fede e la maturità spirituale. Parla del sacramento come avente un “tenero mistero” di assoluzione. Per Adrienne, il sacramento nella sua essenza porta una profonda riconciliazione tra l’individuo e Dio; l’individuo e la comunità della Chiesa; l’individuo e gli altri; e l’individuo e se stesso. Alla base c’è la convinzione che ogni cristiano è consapevole dei propri peccati ed errori, che emergono a causa di particolari inclinazioni e debolezze, della mancanza di sensibilità alla presenza del Signore nella vita e della mancanza di attenzione ai bisogni degli altri con cui il cristiano vive e lavora. Nell’andare a ricevere il sacramento della riconciliazione e confessarsi c’è il chiaro imperativo di essere aperti alla grazia della contrizione e di sottomettersi all’autorità della Chiesa, la sola a poter legare e sciogliere la realtà del peccato. Di fatto, per fare proprio il sacramento della riconciliazione e per una buona confessione è fondamentale comprendere che è la grazia del Signore a chiamarci e che «egli l’ha istituita quale frutto della sua sofferenza». Pertanto, il penitente in una buona confessione si rivela — di fatto — dinanzi alla Chiesa. Perciò, alla base delle considerazioni più diverse, una cosa rimane della massima importanza: «L’esperienza dolorosa, inevitabile di essere confessati da Dio, l’eliminazione di ogni egoismo nascosto fino al momento in cui l’anima non si preoccuperà più della propria salvezza ed esistenza individuale, bensì di una sola cosa: che Dio è stato offeso dai peccati del mondo». La profondità di questa consapevolezza porta a dispiacere e contrizione intensi. Ciò accade a prescindere da chi ha commesso il peccato, e la straordinaria realtà è che «l’anima sarebbe disposta a perseverare nel sopportare il dolore fintanto che è necessario per espiare la colpa del mondo: qui l’anima incontra il Salvatore crocifisso». Possiamo intendere Adrienne come se parlasse della propria esperienza delle profondità della sua ispirata comprensione. Per Adrienne la confessione porta inevitabilmente alla passione del Figlio, che assume su di sé tutti i peccati del mondo e, «come Crocefisso — in una confessione che abbraccia il mondo intero — confessa e porta alla luce questi peccati dinanzi al Padre al fine di ottenere la grazia dell’assoluzione per il mondo».

di Gill Goulding

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22 agosto 2019

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