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Una domenicana
prende la parola

· 1° gennaio 2050 ·

Care sorelle e cari fratelli,

«Simone, quando sono venuto a casa tua, non mi hai lavato i piedi, né baciato e neppure profumato. Simone, dove sei? Che cosa guardi? Che cosa senti? Che cosa vuoi sentire da me? Adulazioni e convenevoli? Conversazioni mondane e ragionamenti? Simone, alzati, solleva la testa e per una volta ascoltami:

Chi ha offerto tutto ciò che aveva per vivere nel Tempio? Ti sei accorto di quella vedova? L’hai vista? Rispondimi, Simone.

Dov’eri quando stavo dinanzi a Pilato? Qual era la tua parola (anzi la tua predicazione) quando la folla gridava “libera Barabba”? Che cosa hai gridato tu? Simone, rispondimi.

Albert Gleizes «La donna con il vaso di fiori» (1910)

Chi ha asciugato il mio volto insanguinato sulla via della mia passione? Chi è rimasto ai piedi della croce mente esalavo l’ultimo respiro? Dov’eri tu, Simone?

Chi è venuto alle prime luci dell’alba a prendersi cura del mio corpo sfigurato? Chi ha sfidato i soldati in pattugliamento all’aurora? Chi ha riconosciuto la mia voce quel mattino? Chi ha creduto che ero risorto dai morti e ha annunciato la buona novella?

Chi? Chi? Chi? Simone! Rispondimi.

A chi ho detto “beati coloro che ascoltano la parola e la osservano”, ricordati Simone, a chi ho parlato così? Chi ha ascoltato quelle parole e le ha messe subito in pratica? Chi è rimasto ai miei piedi per ascoltarmi e studiare la mia parola? Chi ha scelto la “parte migliore”, quella dello studio e della riflessione? Rispondimi, Simone, chi?

Chi mi ha dato da bere presso il pozzo quando ero stanco? Quel giorno, chi mi ha riconosciuto e creduto? Chi è andato ad annunciarlo? C’è bisogno che cammini a lungo con te, come con i tuoi compagni sulla via di Emmaus, per spiegarti ciò che alcune hanno capito e creduto quasi all’istante?

Simone, rispondimi, e dimmi: chi non ha creduto alla buona novella pensando che fosse vaneggiamento? Rispondimi. Chi è per me un fratello, una sorella e una madre? A chi si rivolge la mia parola? Verso chi si volgono il mio sguardo e il mio orecchio?

Alza gli occhi, Simone, non temere, ma ritorna. Ritorna alle tue origini, alla tua fonte. Quella che ti ha generato e cullato. Quella che ti ha insegnato a parlare. Lascia che le sue risposte riaffiorino in te e ritrova nel tuo profondo ciò che hai dimenticato. Come Giuseppe, non temere di prendere con te Maria. Non temere di dare la parola a tutte le Marie.

Care sorelle e cari fratelli, Cristo c’interroga e ci apre l’intelligenza. Riconosciamo i nostri gravi errori e le nostre mancanze. Per troppo tempo abbiamo indossato paraocchi, riducendo così la nostra visuale, il nostro ascolto e persino la nostra intelligenza. Abbiamo guardato e ascoltato solo ciò che volevamo udire e osservare. I nostri concili, i nostri decreti, le nostre lettere apostoliche, i nostri documenti ufficiali erano redatti da noi, uomini. Abbiamo persino avuto l’ardire di regolamentare la vita intima delle donne e degli uomini. Oggi, non induriamo il nostro cuore, ascoltiamo ciò che lo Spirito dice a noi, Chiesa del XXI secolo. Fermiamoci e facciamo una pausa per udire quel che ci viene detto al di là delle parole.

I miei predecessori hanno riconosciuto il genio femminile, non bastava? Oserei dire che non siamo andati molto lontano in questa riflessione e dunque in certe innovazioni. Alcuni anni fa gli scandali di abusi di ogni sorta ci hanno ghermiti: è stato un cataclisma e un diluvio paragonabile a quello di Noè che ha devastato e distrutto la barca-Chiesa, e che al tempo stesso ci ha riformati, liberati, anzi salvati. Da qualche anno viviamo un altro modo di fare Chiesa; e ringrazio tutte quelle che nel mezzo delle tempeste, come pure nei momenti di calma e in modo invisibile, catechizzano, organizzano le preparazioni al matrimonio e anche le celebrazioni funebri. Le ringrazio per essersi alzate e aver osato gridare, protestare e averci quasi “boicottato” per lunghe settimane. Ricordiamocelo: è stata una vera presa di coscienza. Che cosa saremmo senza le donne? E che cosa saremmo diventati senza di loro? Verso quale tracollo saremmo andati senza la loro efficace presenza?

Oggi vorrei che le nostre orecchie fossero libere e aperte ad altre risonanze. Noi abbiamo nel nostro patrimonio donne dottori della Chiesa, ed è una fortuna. Penso a santa Ildegarda di Bingen e a santa Caterina da Siena che hanno percorso il mondo, annunciato la salvezza in ogni occasione opportuna e non opportuna. Ancora più lontano, penso alle profetesse della Bibbia, si chiamino esse Ester o Debora, o ancora a tutte le donne citate nella genealogia di Gesù.

La salvezza viene dalle donne e viene anche attraverso le loro parole. Le nostre omelie — come dice il significato greco — esistono per entrare in conversazione. È quindi urgente invitarle a prendere la parola e lasciare a loro le omelie. Faremo tutto il possibile per dare alle donne e ai laici la possibilità di tenere le omelie durante le nostre messe domenicali.

Ad alcuni ciò sembra una rivoluzione, ma non è così. San Tommaso d’Aquino nel suo commento su san Giovanni spiega che la samaritana è il modello della predicazione apostolica. In effetti per lui il fine della predicazione — e vale anche per le omelie — è una conoscenza della fede fondata sull’incontro con Cristo. Questa donna, la samaritana, nutrita dell’ascolto di Cristo, annuncia ciò che è necessario perché quanti l’ascoltano vadano incontro a Cristo, e Tommaso d’Aquino aggiunge in modo chiaro e preciso: “Questa donna assume la funzione degli apostoli portando il messaggio”.

Pensiamo all’appellativo dato a Maria Maddalena fin dai primi secoli; era chiamata “l’apostolo degli apostoli”. È giunto il momento di aprire gli occhi e le orecchie per ridare alle donne il loro posto nella trasmissione della parola durante le nostre eucaristie.

Oggi la salvezza entra in noi e come Zaccheo scendiamo. Scendiamo dalle nostre illusioni, dai nostri pregiudizi, dalle nostre false credenze, dalle nostre inerzie, dalle nostre parole vuote, dalle nostre false scuse, scendiamo in un luogo che ci separi da questi idoli, separiamoci dalle nostre illusioni. Scendiamo per raggiungere gli invisibili, i muti, i feriti e i fragili, scendiamo dentro di noi per esservi visitati e perdonati, scendiamo a prendere la mano di Cristo e a sentirci dire da lui “il Signore è con te”, scendiamo fin lì perché la salvezza che viene per le donne e per gli uomini venga a dimorare in noi. Ringrazio tutte le diocesi che non hanno atteso l’annuncio di questa riforma per arricchirsi con la predicazione delle donne nel corso dell’omelia».

Care sorelle e cari fratelli, questa omelia è stata pronunciata dieci anni fa dal nostro amato vescovo ora scomparso. Lui è stato un pilastro di questa grande riforma. Ringraziamolo oggi, primo giorno dell’anno 2050, per questo cammino di cambiamento che prosegue. Che su di noi, figlie e figli di Abramo, discenda la benedizione di nostro Dio, affinché la nostra parola sia fecondata dal suo sguardo, dal suo Spirito e dalla sua compassione per ognuno. Amen.

di Catherine Aubin

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