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Una domanda all’improvviso

«Chissà come sarà il paradiso, direttore?». La domanda era spuntata all’improvviso. Decisamente un po’ strana per una riunione di redazione, tra fiumi di notizie da valutare, menabò da impostare nell’ordinario e ordinato caos in cui scorre la vita di ogni giornale. Un po’ meno strana forse se si considera che quel giornale era «L’Osservatore Romano» e, soprattutto, che il direttore era Mario Agnes. Straordinariamente fiero delle proprie origini meridionali, segnatamente irpine, il professor Agnes aveva ereditato dai genitori due doni dalla purezza cristallina: la devozione mariana e la fedeltà al Papa. Doni conservati sino all’ultimo giorno. Il Signore lo ha chiamato a sé nel cuore del mese mariano, il giorno seguente la supplica alla sua amatissima Vergine di Pompei e alla vigilia del viaggio del Pontefice alla cittadella di Nomadelfia che tanto gli fu cara.

Presidente dell’Azione cattolica ai tempi di Paolo VI, Agnes si sarebbe poi identificato tout court con «L’Osservatore Romano», a cui nel 1984 l’aveva voluto Giovanni Paolo II. Con il Papa polacco negli anni era nata un’intesa, quasi una familiarità pudicamente mai sbandierata, alimentata in innumerevoli occasioni d’incontro. Una consuetudine, certamente non ascrivibile a una assonanza caratteriale, che ebbe il suo drammatico epilogo la mattina del 2 aprile 2005 (il Papa morirà quella stessa sera) quando Agnes fu uno dei pochi laici ad avere il privilegio di salutare il Pontefice ormai agonizzante. Ricordo ancora, verso mezzogiorno la voce come balbettante del direttore appena di ritorno dall’appartamento del palazzo apostolico radunarci tutti nel corridoio della redazione per dirci che il Papa, ancora cosciente e in uno «sforzo ultra umano», ci mandava la sua benedizione. «Quegli occhi spalancati e acuti del 2 aprile — racconterà il direttore alcuni mesi più tardi — mi hanno parlato, mi hanno scavato nel cuore». In questo senso, quello della dedizione ecclesiale è stato il tratto che soprattutto a noi (allora) giovani cronisti, Agnes ha sempre cercato di trasmettere. Ancora oggi a mezzogiorno il lavoro della redazione si ferma per pochi minuti. Solo il tempo, per chi vuole, di recitare insieme l’Angelus e l’antico Oremus pro pontifice. Ecco che ritornano la devozione mariana e la fedeltà al Papa.

Una dedizione che si traduceva in impegno così esemplare da poter apparire quasi maniacale. Mai che per primo non avesse letto un testo del Papa (e questo, ovviamente, è valso anche per i due anni di servizio sotto il pontificato Benedetto XVI), mai che non ne suggerisse una chiave interpretativa, mai — e ne sono testimoni cronisti e inviati di ritorno dalle celebrazioni pontificie — che non domandasse della partecipazione della gente. Una partecipazione intesa non secondo parametri strettamente numerici ma espressamente in termini di «afflato ecclesiale».

Ecco dunque la cifra essenziale dell’Osservatore Romano che Mario Agnes ha guidato per 23 anni: la voce del Papa che sine glossa si rivolge al mondo delle istituzioni — internazionali e locali, politiche, diplomatiche, accademiche — secondo la naturale vocazione del quotidiano della Santa Sede, e contemporaneamente alle varie articolazioni della comunità ecclesiale, in una logica ritenuta irrinunciabile di servizio e di animazione. Una voce, quella del successore di Pietro, da far risuonare senza tentennamenti, esitazioni o equivoci. Non è poco. E ovviamente non è tutto. A cominciare dal dialogo cordiale e rispettoso intessuto a lungo, lui che apparteneva a una famiglia tutt’altro che estranea al mondo democristiano, con numerosi rappresentanti della sinistra più o meno marcatamente comunista: Carlo Tecce, Fausto Bertinotti, Walter Veltroni, per dirne alcuni. Un dialogo sorprendente solo per chi è abituato a leggere la realtà unicamente sulla base di logiche precostituite, di schieramenti e di opposizioni inconciliabili. Sorprendente certo anche guardando alla biografia dell’Agnes rigoroso leader di Azione cattolica cresciuto ai tempi di Luigi Gedda e che aveva attraversato gli anni effervescenti del post concilio. Ma non sorprendente più di tanto per chi, con pazienza, ha potuto sperimentare in prima persona l’apertura dello sguardo e la magnanimità dimostrata fino all’affettuosa valorizzazione — pur nella ruvidezza del carattere, l’attenzione a ogni persona della redazione e alle loro famiglie non è stata mai in discussione — anche verso chi sperimentava accenti diversi della realtà ecclesiale. Una riprova al riguardo — e altrettanto probabilmente potrebbe dirsi per la storia dei rapporti con la comunità romana di Cl guidata allora da don Giacomo Tantardini — è stata l’emergere di una stima divenuta quasi amicizia epistolare con don Giussani, che Agnes ricorderà come una delle cose a lui più preziose.

Così, in queste ore in cui si affollano senza ordine e si rincorrono commossi i ricordi di una vita e molto, sicuramente troppo si rischia di tralasciare, in queste ore appunto si fa prepotentemente strada l’immagine ancora nitida di quella riunione di redazione, una delle ultime. E il suono stridulo delle sue parole che seguirono quella domanda che gli era stata rivolta davvero inaspettata: «Chissà come sarà il paradiso, direttore?». Parole rivelatrici dell’intensità della passione, del cuore da fanciullo con cui, pur ovviamente con tutte le fragilità umane, ha evidentemente vissuto, fin nei giorni della vecchiaia, il servizio alla Chiesa e al suo visibile fondamento, il Papa: «Il paradiso, il paradiso me lo immagino come il giorno della mia prima comunione. Io bambino, tutto emozionato, vestito con l’abito bello della festa che arrivo in treno al santuario della Madonna di Pompei. E ad attendermi per entrare ecco là davanti la mia mamma e il mio papà rassicuranti, che mi tengono per mano. E mi dicono: andiamo».

di Fabrizio Contessa

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