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Una di noi

· La modernità di Teresa Spinelli ·

Anticipiamo la relazione al convegno dedicato alla pedagogia di Maria Teresa Spinelli che si tiene sabato 11 a Roma.

Nello scorso autunno, il 12 ottobre, Papa Francesco ha decretato che Teresa Spinelli, morta oltre un secolo e mezzo fa, nel 1850, doveva essere considerata venerabile. Ha così avuto inizio il percorso che può portare al riconoscimento di santità una donna dal destino difficile, vittima di un tempo difficile — era nata proprio nel 1789, data d’inizio della rivoluzione francese — la cui vicenda può essere compresa e accettata oggi molto più facilmente che negli anni immediatamente successivi alla sua morte.

Rielaborazione grafica di un ritratto di Teresa Spinelli

La stessa data di nascita, come si è appena ricordato, la lega indissolubilmente ai complessi avvenimenti di una modernità che nasce opponendosi alla tradizione cristiana. E molte delle vicende drammatiche della sua vita sicuramente sono state amplificate, se non originate, dallo sconvolgimento dei tempi. Possiamo supporre che la rovina economica del padre, operaio di conceria, possa essere stata almeno in parte provocata dalle repentine trasformazioni che l’economia di Roma aveva subito in quegli anni di violenti cambiamenti.

Una rovina che l’ha strappata da una vita dignitosa, che le aveva permesso anche di frequentare una scuola, per costringerla a sedici anni a un matrimonio imposto. Anche la violenza della quale si macchia il marito trova probabilmente giustificazione e rafforzamento nell’adesione di quest’ultimo al partito giacobino, che lo porta a disprezzare la giovanissima moglie devota.

Sono infatti anni in cui il mondo sembra rovesciarsi, e i punti di riferimento ai quali da secoli i romani erano abituati sembrano perdere di peso e di potere. Anche la veloce accettazione da parte del Vicariato della separazione, senza neppure un tentativo di riconciliazione e di convivenza, si spiega appunto con le tensioni politiche e la fede giacobina del marito.

Prima dell’invasione francese, infatti, le donne, e più in generale le famiglie dello Stato pontificio, godevano di una certa protezione paternalistica da parte della Sede apostolica, protezione che stava venendo meno con l’affermarsi della società laica. E questa, a partire dalla rivoluzione, imporrà regole più dure, soprattutto per le donne che erano solite trovare nei tribunali rotali un appoggio.

Nella prima fase della vita, la vivace Teresa ha potuto ancora usufruire di queste condizioni privilegiate: a Roma anche una ragazza non benestante poteva frequentare una scuola, buona come quella delle Maestre pie fondate da Rosa Venerini. Vediamo in questa esperienza verificarsi una sorta di passaggio di testimone fra donne religiose che funzionerà poi per tutto l’Ottocento: le nuove fondatrici di congregazioni di vita attiva quasi sempre hanno ricevuto preparazione e un esempio positivo da istituti nati prima, anch’essi per iniziativa di donne. E ogni volta il progetto che nasce successivamente avrà caratteristiche più innovative, saprà guardare più in alto e con larghezza di mente e di progetto.

Sappiamo che senza questo buon inizio Teresa non avrebbe avuto nulla su cui contare per emergere dalle sventure di cui è costellata la sua vita, per resistere in un momento in cui non solo le sue vicende private, ma anche quelle del mondo che la circonda, sembrano opporsi ai suoi progetti e ai suoi desideri. È su questa base infatti che Teresa elabora la sua strada: si accorge molto presto, infatti, che per resistere alle difficoltà della vita le donne, specie se povere, devono avere una cultura. Solo così, infatti, potranno combattere per farsi riconoscere una dignità e una libertà che la vita in famiglia e la società intorno vogliono loro negare.

È proprio su questo progetto che Teresa sa convogliare tutte le sue forze, e grazie a questo progetto, che le nasce nel cuore nei momenti più bui della sua esistenza, trova la forza di sopportare una vita familiare molto difficile, che le nega ogni soddisfazione, perfino quelle di madre. È infatti costretta ad allontanarsi dalla figlia nei primi anni di vita, quelli più dolci per una madre e centrali per la sua formazione. Dalla figlia adulta riceverà solo problemi e delusioni.

La famiglia tende a sfruttarla approfittando della sua condizione difficile di separata, condizione che deve esserle molto pesata durante tutta l’esistenza. Probabilmente questo stato veniva sempre ricordato nei momenti di conflitto, di difficoltà, e le rendeva più difficile ogni passo in avanti, ogni realizzazione.

Nella Positio super virtutibus la sua condizione è raccontata con chiarezza: «Era una donna sola, con una famiglia a carico, chiamata a compiere scelte coraggiose e, spesso, dolorose, in un ambiente culturalmente maldisposto ad accettare l’operato di una malmaritata» (p. 77). Si tratta di una esperienza che la rende moderna, un’esperienza che con la modernità coinvolge un numero sempre più vasto di donne. Oggi ci sentiamo più vicine a lei che a sante dalla vita più piana, più prevedibile.

Non è quindi casuale, e non si lega solo al suo nome di battesimo, che la santa di riferimento per lei fosse Teresa d’Avila, una donna combattiva e forte, che elesse protettrice dell’istituto e delle sue opere. Anche se all’epoca della Spinelli i testi accessibili di Teresa d’Avila erano stati ampiamente censurati rispetto agli originali, e non si conoscevano aspetti della sua vita decisivi, la nostra Teresa evidentemente aveva compreso la forza della santa spagnola nell’affrontare difficoltà e ostacoli, e forse aveva anche intuito il peso che una famiglia di origine ebraica e di recente conversione aveva avuto sulla sua vita.

Nonostante il suo amore per la cultura e la sua convinzione che solo dalla cultura una donna potesse trarre forza e dignità, non si tirò indietro davanti a una mole di lavoro domestico quotidiano, che prima di lei compivano sei persone, quando entrò alle dipendenze della famiglia Stampa per garantire la sopravvivenza della sua famiglia. Ma Teresa era una donna di sostanza, e non di forma: approfittò di questo periodo per farsi seguire da un gesuita, padre spirituale e precettore nella famiglia, e riuscì a farsi stimare e benvolere da tutti.

Ma la strada veramente sua le fu aperta dai laici: il suo primo incarico di insegnamento, infatti, le venne proposto a Frosinone, dove volevano aprire una scuola pubblica femminile. Aprì la scuola nel luglio 1821, a tutte le fanciulle, e ottenuto a fatica un appartamento dal comune vi si sistemò con tre compagne. E subito avviò anche una scuola di catechismo, aperta anche ai maschi, nonostante l’opposizione del parroco. Seguì a breve un educandato per fanciulle, e un corso di esercizi spirituali. Così prese inizio l’istituto delle Serve di Gesù e Maria, una delle prime (poi molto numerose) congregazioni femminili di vita attiva che, nell’Ottocento, contribuirono in modo determinante all’educazione delle donne. Teresa in questo campo fu una pioniera, e pagò prezzi salati per le sue scelte così in anticipo sui tempi.

La trasformazione della scuola pubblica in una scuola religiosa — perché le donne che si unirono a lei decisero di prendere i voti e di aggregarsi all’ordine agostiniano — servì probabilmente anche a proteggerla dagli attacchi della cittadinanza, contraria a tanto attivismo. Resta il fatto che l’idea portante di questo progetto era proprio l’educazione scolastica per le donne povere, individuata come l’unica via per ottenere loro rispetto e dignità.

Naturalmente la sua condizione di malmaritata le costò ancora cara, e rese più acerbi i vari conflitti, sia con i missionari del Preziosissimo Sangue che con un avvocato proprietario dell’appartamento confinante. Poi le toccò ospitare e curare per lunghi anni la figlia, malata di mente.

Si può dire che la sua vita non conobbe mai parentesi tranquille, sia per le vicende personali che per quelle del periodo storico in cui si trovò a vivere. Anche il percorso di beatificazione è stato lungo e difficile: la sua vicenda si scostava dai profili più piani delle altre fondatrici. Ma oggi è un modello di grande attualità, quando finalmente si accendono i riflettori sulla violenza contro le donne, sulle difficoltà delle donne sole a mantenere la famiglia: è il suo momento, viene riconosciuta come una di noi, una donna che sa parlare alle donne del nostro tempo.

di Lucetta Scaraffia

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25 marzo 2019

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